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 2012  gennaio 23 Lunedì calendario

La guerra del silicone – «LO so, conosco le ironie e le battute che si fanno su di noi. Molti pensano che ce lo siamo andate a cercare

La guerra del silicone – «LO so, conosco le ironie e le battute che si fanno su di noi. Molti pensano che ce lo siamo andate a cercare. Volevamo essere delle Barbie, e ora meritiamo questa punizione». Alexandra Blachère non ha il fisico da bambolona, non quello che s´immagina per la portavoce delle donne con protesi al seno difettose. Ha un corpo esile, maglietta e capelli lunghi neri, un piercing, molta grinta. Una Lisbeth Salander di provincia, casalinga con tre figli. «Dopo le gravidanze e gli allattamenti avevo delle tasche vuote al posto del petto». Altre lo fanno a diciott´anni, portate per mano dalle madri, oppure a quaranta anticipando i segni del tempo. Molte non seguono niente e nessuno, solo il legittimo e sacrosanto desiderio di piacersi davanti allo specchio. «Può capitare a Madame tout le monde, il modello è la signora della porta accanto». Mentre Alexandra parla, il telefono continua a squillare, la chiamano dal Venezuela, dall´Australia, anche dall´Italia. Nella sua casa di Besançon, nell´est del paese, ha incominciato due anni fa una battaglia in solitudine che oggi ha provocato uno scandalo sanitario globale. Trentamila vittime solo in Francia, cinquecentomila nel mondo, sessantasette paesi coinvolti. Il caso sulla presunta tossicità delle protesi francesi Pip, terzo produttore al mondo, è scoppiato proprio mentre si celebra l´anniversario dei prime mastoplastiche. Mezzo secolo fa, nel 1962, il chirurgo americano Thomas Biggs regalava un petto più tonico e formoso a Timmie Jean Lindsey. L´operaia del Texas era una cavia inconsapevole. Quando Biggs le propose di sperimentare la protesi, ispirandosi dalla consistenza morbida delle sacche di sangue, fu inizialmente sorpresa: «Preferirei correggere le mie orecchie a sventola». Erano già i tempi di una bellezza prorompente, Jane Russell aveva rivisitato i canoni della sensualità con il suo "Il mio corpo ti scalderà". Lindsey passò sotto il bisturi e milioni di donne dopo di lei. La mastoplatica è stata essenziale per le donne operate di tumore al seno ed è diventata anche l´intervento di chirurgia estetica più diffuso in Occidente, davanti alla liposuzione, ai ritocchi al naso, zigomi, palpebre, labbra, glutei, fino alle parti più intime del corpo. Alexandra ha sostituito le protesi Pip nel 2010, quando ha incominciato a leggere sul web testimonianze di impianti rotti e fuoriuscite di gel fin sotto le ascelle. Non sapeva ancora che Pip usava una miscela di silicone a basso costo, non omologata per uso medico. «Noi crediamo che Edwige si sia ammalata per questo», dice la portavoce dell´associazione. La donna di 53 anni è morta nel novembre scorso per un linfoma. La ditta francese le aveva sostituito due volte le protesi lacerate, ripetendo che non c´era nulla di cui preoccuparsi. Edwige oggi è l´icona delle vittime dell´azienda Pip. Dopo il suo decesso, il governo francese ha deciso di correre ai ripari, autorizzando l´espianto gratuito di tutte le protesi della ditta incriminata. In Italia, invece, il ministero della Salute ha solo raccomandato a tutte le donne, circa quattromila, di fare controlli medici periodici e ha creato un gruppo di lavoro per verificare gli eventuali rischi per la salute. La misura preventiva decisa dallo Stato francese comporta una spesa record, circa 60 milioni di euro, anche se l´intervento di ricostruzione sarà pagato solo per le donne operate a causa di tumore, meno del 20% delle vittime Pip. La maggioranza dovrà dunque sostenere un costo compreso tra i 3 e i 6mila euro per la sostituzione delle protesi. «Ci sono persone che hanno risparmiato per anni, si sono indebitate per fare quella scelta e ora sono disperate, non sanno come fare per sostenere questa nuova spesa». Eccessivo allarmismo? Alexandra racconta di donne che non riescono più a dormire a pancia sotto, altre hanno smesso di giocare con i figli per paura di ricevere un colpo sul petto. «Vivranno nel terrore, sentono di avere dentro una bomba ad orologeria». Tre volte al mese, la portavoce delle vittime Pip viene a Parigi per partecipare alle riunioni che il governo organizza periodicamente sullo scandalo. Alexandra è convinta che non sia ancora finita. La procura di Marsiglia ha aperto un´inchiesta contro ignoti per truffa aggravata e un´altra per omicidio colposo. Duemila donne si sono già costituite parte civile, il processo potrebbe aprirsi entro la fine dell´anno. «All´inizio della mia battaglia tutti mi prendevano per una pazza, una mitomane», ricorda facendo il paragone con lo scandalo del sangue contaminato degli anni Novanta, quando le autorità pubbliche negarono fino all´inverosimile di aver eluso i controlli sulle trasfusioni. Cita anche la famosa dichiarazione del governo durante il disastro di Cernobyl. «Dicevano che la nube radioattiva si era fermata a pochi metri dalla Francia». Nelle prossime settimane potrebbero emergere altre complicità, ritardi, omissioni. Jean-Claude Mas, l´inventore delle protesi al veleno, ha liquidato le accuse così: «Sono solo donne in cerca di soldi». Il proprietario di Pip è stato per anni un semplice rappresentante di commercio. Vendeva vino, salame e altri prodotti alimentari. Non ha studiato medicina, non è neanche laureato. La svolta arriva nel 1982 quando conosce la sua futura moglie, Dominique Lucciardi, che lavora già con il chirurgo Henri Arion, mago francese delle protesi. Si mettono in affari insieme. Nel 1991 Mas fonda la sua azienda, Poly Implants Prothése. Dallo stabilimento di Seyne-sur-Mer, nel sud della Francia, esporta in tutto il mondo, offrendo prezzi stracciati rispetto alla concorrenza. Alla fine degli anni Novanta, smette di usare il gel medico autorizzato, sostituendolo con un cocktail fatto artigianalmente, come fosse un piccolo chimico, a base di composti industriali. Mas riesce infatti a ottenere la certificazione europea "Ce" da un organismo tedesco autorizzato, Tuv Rheinland. Ogni anno, gli ispettori arrivano a Seyne-sur-Mer dando un preavviso di dieci giorni. Aiutato dai suoi dipendenti, Mas ha tutto il tempo di nascondere la sua truffa. «Una vera ispezione dev´essere fatta a sorpresa e con controlli a campione, come si fa nei ristoranti», spiega Alexandra. «C´è più vigilanza su panino al prosciutto che su un prodotto sanitario che va nel corpo di migliaia di donne». Per dieci anni nessuno si accorge della contraffazione, le protesi Pip hanno il bollino "Ce" e così tutto sembra in regola. Le autorità francesi non si preoccupano neanche quando l´americana Fda bandisce le protesi Pip, seguita poi da altri paesi come il Venezuela, il Brasile. Mas comincia a ricevere reclami. Ogni volta risponde mandando gratuitamente un nuovo impianto, insieme a un assegno per pagare l´operazione. Spera di insabbiare lo scandalo. È un´impiegata dell´ufficio vendite che rompe l´omertà e fa una soffiata alle autorità. Anche i chirurghi si cominciano a muovere. Mandano una prima denuncia all´Afssaps, l´agenzia pubblica per la sicurezza sanitaria, nell´ottobre 2009 e poi di nuovo nel febbraio 2010. Il 17 marzo 2010 un ispettore dell´Afssaps scopre nello stabilimento Pip due bidoni con dentro la miscela usata di nascosto nelle protesi e ordina la chiusura della produzione. Nel giugno 2010 la Pip fallisce. Da quando l´affaire è esplosa, Jean-Claude Mas, 72 anni, ha ammesso di aver usato gel non conforme alle norme sanitarie. Tramite il suo avvocato, Yves Haddad, ripete però che non esistono rischi per la salute. Impenitente giocatore d´azzardo, fermato l´estate scorsa per guida in stato d´ebbrezza in Costa Rica, il dottor Frankenstein come lo chiamano le sue vittime, non è ancora formalmente indagato. I suoi figli, Nicolas e Peggy, hanno creato una nuova società di protesi.