Questo sito utilizza cookies tecnici (propri e di terze parti) come anche cookie di profilazione (di terze parti) sia per proprie necessità funzionali, sia per inviarti messaggi pubblicitari in linea con tue preferenze. Per saperne di più o per negare il consenso all'uso dei cookie di profilazione clicca qui. Scorrendo questa pagina, cliccando su un link o proseguendo la navigazione in altra maniera, acconsenti all'uso dei cookie Ok, accetto

 2012  gennaio 22 Domenica calendario

C’ERANO PURE NAZISTI DI SINISTRA MA HITLER LI HA AMMAZZATI TUTTI


Fra il 30 giugno e il 2 luglio 1934 si concludeva in Germania il percorso dell’opposizione interna al nazismo; nella “Notte dei lunghi coltelli”, infatti, le SS riuscirono a eliminare quasi tutti i capi della sinistra nazionalsocialista che facevano riferimento a Ernst Röhm, ai fratelli Gregor e Otto Strasser e alle SA. Non si trattò di un mero gioco di potere, nel quale prevalse l’astuzia e la brutalità di Hitler, quanto piuttosto dello scontro fra due concezioni assai diverse del nazionalsocialismo. Di tale scontro, i cui termini sono assai poco noti presso il grande pubblico, si occupa con metodo scientifico il volume di Michelangelo Ingrassia, La sinistra nazionalsocialista. Una mancata alternativa a Hitler (Cantagalli, pp. 130, euro 12). Il volume è preceduto da una illuminante introduzione di Marino Freschi che ripercorre i momenti più significativi di un tragitto culturale intrigante che parte dalla fine del periodo napoleonico per concludersi nella tragedia della II guerra mondiale.
L’analisi di Ingrassia muove dalla fondamentale distinzione fra sinistra nazionalsocialista e nazionalsocialismo di sinistra, due concetti apparentemente sinonimi ma in realtà assai diversi. Se il nazismo di sinistra fu semplicemente l’applicazione di teorie sociali al regime nazista, la sinistra nazionalsocialista fu qualcosa di più complesso, di più antico, coincidendo la sua origine con quella «via tedesca al socialismo» che era stata sperimentata, con buon successo, subito dopo l’unificazione tedesca del 1870. In polemica con Marx, i socialisti tedeschi puntavano a un socialismo alleato dello Stato, della nazione e della monarchia prussiana contro il liberalismo e il capitalismo. Era il «socialismo della cattedra» di Sombart, Heidegger e Schmitt che influenzò, fino a Weimar, buona parte della sinistra tedesca, la quale scoprì così la nazione, invece di seguire l’internazionalismo marxista, come dimostrò l’atteggiamento dei socialisti in occasione dello scoppio della I guerra mondiale.
Tale vocazione nazionale, secondo Ingrassia, connota la sinistra tedesca antimarxista in un percorso che non finisce necessariamente nel nazismo. Anzi, il suo sbocco naturale è il movimento della rivoluzione conservatrice, nato dalla sconfitta del 1918 e dall’umiliazione di Versailles. La sinistra nazionale combatteva capitalismo, liberalismo e marxismo, mentre la proposta veniva affidata alla sintesi di nazionalismo e socialismo fondata sulla forza dello Stato e non sul mito marxista della classe o su quello pangermanista della razza.
Nel caos politico di Weimar, il movimento che incarnò meglio di altri questo concetto fu il nazionalbolscevismo di Ernst Niekisch e dei fratelli Strasser e di tanti altri che uscirono dalla socialdemocrazia per fondare gruppi di operai agitando la bandiera della rivoluzione anticapitalistica.
Il nazionalsocialismo, alle origini, si basò su tali forze: furono quelle che permisero al partito di Hitler di assumere dimensioni degne di nota. I nazionalbolscevichi ne assunsero la guida ideologica: fra loro c’era pure Joseph Goebbels, futuro capo della propaganda hitleriana, che nel 1925 proponeva addirittura di espellere Hitler dal partito perché portatore di una ideologia piccolo borghese.
Il più significativo contributo teorico al movimento nazionalbolscevico fu, come ricorda Freschi, il volume di Jünger, Der Arbeiter (1930), nel quale si sostiene la necessità di instaurare un dialogo con l’Urss. Hitler non poteva essere più distante da queste elaborazioni: fortemente antisovietico, indulgente con il capitalismo, contrario a ogni ipotesi di rivoluzione permanente, fautore di un razzismo così radicato da superare ogni forma di nazionalismo, il capo nazista iniziò la liquidazione dei nazionalbolscevichi già prima di arrivare al potere. Nel 1930 fu Otto Strasser il primo a essere espulso dal partito; nel 1932 la grande occasione mancata di mettere Hitler in difficoltà e due anni dopo la liquidazione finale.
Ingrassia fa spesso riferimento all’analogo caso italiano, quello della sinistra nazionale italiana che poi confluì nella sinistra fascista e le sopravvisse. Molti e singolari i punti di coincidenza: l’assenza di un leader politico in grado di competere con Hitler o con Mussolini; il richiamo ideologico a qualcosa di preesistente, il prussianesimo per la sinistra nazionale tedesca, il Risorgimento di Garibaldi e di Mazzini per la sinistra fascista; il fatto che per entrambi si possa usare l’aggettivo “mancato”: una mancata alternativa a Hitler e un progetto mancato in Italia. Le differenze sono minori, essenzialmente una: Mussolini ha continuato fino alla Rsi a evocare le matrici di sinistra del suo pensiero, consentendo così alla sinistra fascista di sopravvivere al regime; la stessa cosa non fu possibile in Germania. Ma forse questo dipese dal fatto che Mussolini, a differenza di Hitler, era stato davvero socialista.

Giuseppe Parlato