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 2012  gennaio 23 Lunedì calendario

FORNERO E UN ARTICOLO DI TROPPO

Elsa Fornero ha spiegato, in un incontro pubblico, che vuole essere chiamata Fornero e basta. Senza il «la» di prammatica che precede il suo cognome in molti articoli e titoli giornalistici.

Perché nessuno scriverebbe mai «il Monti» o «il Profumo» (sommamente irriverente), mentre a Fornero, Cancellieri e Severino l’articolo determinativo non lo toglie quasi nessuno? Parrebbe un’implicita stupefazione verso una donna che sta là dove non te lo aspetti: nel luogo del potere e dell’autorevolezza. È eccezionale, pressoché unica, parla da un’incongrua tribuna, rendiamola dunque femminile, almeno attraverso l’articolo.

Ai tempi dei licei con i gessetti e i grembiuli neri, l’articolo era egualitario e avvolgeva in una comune coltre di noia autori maschi (tanti) e femmine (poche): «il Manzoni e la funzione della Provvidenza», «la Deledda e la cultura verista». Si masticava la penna e si cominciava a scrivere, rispettando scrupolosamente il determinativo anche nello svolgimento. Nell’età della libertà di leggere gli autori che si amavano l’articolo sparì, almeno per i maschi. Il Fenoglio, lo Sciascia? Nemmeno il più barbogio vecchio professore oserebbe pronunciare un simile orrore. Ma la Lessing, la Ginzburg, la Desai, la Byatt restano in imperitura compagnia del loro articolo.

La salvezza, almeno per le donne politiche, può venire dalla necessità di sintesi dei titolisti. Più donne potenti, più signore nei titoli, più cognomi liberi da lacci e laccioli. La Lagarde potrebbe persino apparire un refuso, una specie di balbuzie grafica. Tuttavia ci sono altri bisticci di parole nei quali non sarebbe male mettere ordine. «Il mio ministro Elsa Fornero», ha detto Monti nel corso di un’intervista. Nel definire la funzione, il maschile ritorna inesorabile. Perché? Perché la funzione di governo è neutra e tale deve restare?

Nel lontano 1987, regnante Bettino Craxi, Alma Sabatini, una femminista della prima ora, scrisse, per i tipi della presidenza del Consiglio, un manuale «Per un uso non sessista della lingua italiana». Nemmeno quelli erano tempi di delicatezze e di fine etichetta in politica, tuttavia nel Partito socialista viveva, in una riserva al margine delle praterie del potere, una piccola comunità femminista che cercò di farsi sentire. E il libro è ancora attualissimo. I consigli erano molti, ma quello più elementare era il più importante. Via il dannato articolo, ma via anche la declinazione al maschile delle funzioni istituzionali. Niente «la Fornero», dunque. Ma sì a Fornero «ministra del Lavoro». Niente «la Camusso». Ma sì a Camusso «segretaria della Cgil». Così penseranno che sia la segretaria del segretario - si obietterà. Ma quanto più spesso ci saranno uomini segretari di segretarie, tanto meno si cadrà nell’errore.

Paritario e semplice, no? Eppure, nella stessa intervista, Mario Monti sopra al «suo ministro», fissa linguisticamente altri due gradini gerarchici. Christine Lagarde, una pari grado chiamata per nome e cognome. E la signora Merkel. Qui entriamo in un altro universo, quello dell’empireo. Di signore, nella più alta delle sfere europee, ne esistono solo due: la signora Thatcher e la signora Merkel, le uniche che hanno scompaginato i giochi dell’immaginazione. E non si dica che è un semplice omaggio allo stile anglosassone (Mr o Mrs per ogni leader politico). Nessuno direbbe mai la «signora Clinton», anche perché Hillary si sentirebbe retrocessa al suo passato di first lady. Ma nemmeno «la signora Rice» per l’indimenticabile Condoleezza. Per le due lady dell’Europa si tratta di deferenza pura.

La Signora, maiuscola e senza aggettivi, nella cultura cattolica è una sola, intercede per noi e sta nei cieli. C’è un’unica Signora terrena per un piccolo popolo oppresso e per chi si batte per i diritti umani. Se in Birmania si dice la Signora con una devozione che risuona, si può parlare solo di lei: Aung San Suu Kyi. Lo merita. Se il popolo Birmano ritroverà libertà e democrazia lo dovrà alla sua abnegazione.