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 2012  gennaio 23 Lunedì calendario

Katia e l’orgoglio Costa “Quella notte eravamo pronti a dare la vita” - Siamo l’equipaggio, siamo una famiglia

Katia e l’orgoglio Costa “Quella notte eravamo pronti a dare la vita” - Siamo l’equipaggio, siamo una famiglia. Non prendiamo parti. Non vogliamo sentire il nome di Schettino in questa manifestazione. Siamo qui per solidarietà: verso i passeggeri, verso le vittime, verso i nostri colleghi eroi, verso la nostra compagnia. Siamo qui perché soffriamo in prima persona. Siamo qui perché finché ci sarà anche solo una persona tra le onde noi saremo vicini a lei». Via Roma, una delle strade dello shopping, tra De Ferrari e Corvetto, è un tappeto di giacche blu bordate di giallo: è il corteo dell’orgoglio dei dipendenti Costa. «L’equipaggio c’è» ripete dietro lo striscione Luana Oliveri, «tour escort» e tra i promotori della manifestazione che ha riunito nel primo pomeriggio davanti a Palazzo Ducale oltre cinquecento dipendenti: dai comandanti ai direttori di macchina agli addetti all’animazione dei bambini. In piazza De Ferrari, prima che il corteo cominci, c’è un collegamento in diretta con l’«Arena» di Massimo Giletti su Raiuno. In prima linea Katia Keyvanian, «guest manager» (capo degli addetti ai passeggeri) imbarcata su Costa Concordia, la prima forse nei giorni scorsi, a ribellarsi alle accuse che, da Schettino in giù, hanno coinvolto un po’ tutto il «popolo Costa». Mentre Katia polemizza con Giletti il corteo si avvia verso piazza Piccapietra dove hanno sede gli uffici Costa. Un minuto di silenzio per le vittime, poi un applauso. «Siete liberi di lasciare la vostra testimonianza». E in molti lo fanno: in breve il marciapiede è un tappeto di fogli con i pensieri di ciascuno. Quarantasette anni, da nove in Costa Crociere, di Padova a dispetto del cognome armeno, Katia Keyvanian racconta. «Abbiamo sentito un primo urto, forte. In ufficio sono caduti oggetti e registri. Siamo usciti e tutto era tranquillo. Dopo una decina di minuti si sono spente le luci e accese quelle d’emergenza. I passeggeri sono usciti dal teatro, hanno cominciato a chiedere spiegazioni. Abbiamo detto di stare calmi. Poi è stata data la comunicazione del guasto tecnico. Con la radio interna abbiamo sentito che la nave imbarcava acqua. Intanto abbiamo sentito un secondo colpo: la nave si stava girando. Sono uscita e ho visto le luci dell’isola vicino a noi. Ho verificato se c’erano segnalazioni dagli ascensori passeggeri, che sono 190. Per tenere impegnati i ragazzi ho mandato i maschi a controllare gli ascensori, ma uno di loro è tornato dicendo che c’erano già gli ufficiali di macchina che li aprivano con i cacciavite. Le colleghe femmine le ho mandate a tranquillizzare i passeggeri. Poi hanno dato l’abbandono nave. Io sono andata a cambiarmi, ero in divisa e ho messo pantaloni, maglione e scarpe da ginnastica per muovermi meglio durante i soccorsi. Ho aperto la porta della mia cabina al ponte 6 senza problemi, ho preso i documenti e i soldi. Ero lucida. “Se mi ripescano morta almeno mi identificano” ho pensato. Poi sono scesa al punto di riunione e abbiamo cominciato a imbarcare le persone. Gli ufficiali che avevano già portato a terra i primi passeggeri sono tornati indietro con le stesse scialuppe per imbarcarne altri, solo che non si riusciva più uscire dal ponte 4 perché la nave era troppo inclinata, bisognava scendere al ponte 3. Abbiamo fatto una corda umana, io ero in borghese, mi hanno scambiato per una passeggera e i membri dell’equipaggio mi hanno teso le loro mani, anche se filippine o asiatiche come qualcuno con disprezzo ha detto. Mi hanno aiutato, intanto arrivava altra gente dai saloni, li riunivamo a due a due, li aiutavamo a salire sulle scialuppe. C’era anche gente con bambini piccoli, un papà aveva un bimbo di 5 anni e una bimba di tre mesi, li abbiamo aiutati. C’era un passeggero che fumava in scialuppa, un altro spingeva davanti a sé una donnina di ottant’anni in camicia da notte. Altri che sulla scialuppa ostacolavano chi doveva salire o essere ripescato. Altri che fotografavano chi veniva ripescato. Ma abbiamo cercato di mantenere la calma». E il comandante? «L’ho visto passare sul ponte. Lui dopo aver visto che non c’era più nessuno nel salone mi ha detto: andate, andate, sta partendo l’ultima lancia. Poi, ma più tardi, l’ho rivisto a terra, sotto il faro rosso sul molo».