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 2012  gennaio 23 Lunedì calendario

Il capitano allo stadio, simbolo dell’Italia divisa - A dire il vero, nessuno di noi voleva che finisse così, che il comandante Schettino - e proprio lui - diventasse il simbolo dell’Italia divisa, l’Italia dei gonfaloni e delle curve, del Sud e del Nord, dei giudici da stadio e degli amici ultras

Il capitano allo stadio, simbolo dell’Italia divisa - A dire il vero, nessuno di noi voleva che finisse così, che il comandante Schettino - e proprio lui - diventasse il simbolo dell’Italia divisa, l’Italia dei gonfaloni e delle curve, del Sud e del Nord, dei giudici da stadio e degli amici ultras. Invece, ieri, nel giorno del pallone e dei tifosi, nessuno di loro si è dimenticato di farcelo ricordare. A Siena, quelli della città del sole hanno steso uno striscione senza se e senza ma: «Comandante Schettino siamo con te. Club Napoli Meta». Su al Nord, a Novara, stadio Piola, per la partita contro il Milan, altro manifesto inequivocabile: «Comandante Schettino???... Meglio Capitan Uncino!!!... Da leone sino al Giglio... poi, scappato da coniglio!!!!». Si vede che ci dobbiamo rassegnare. Non c’è solo Schettino che ormai farà parte per sempre della nostra vita e della nostra immagine, con i suoi ricci lungocollo e i suoi occhiali da sole, con le sue amiche moldave e tutte quelle leggende che gli stanno nascendo attorno. E’ che lì dentro ora sappiamo che ci dobbiamo mettere pure tutto il bagaglio dei campanili, dei benvenuti al Sud e di giù al Nord, tutta l’Italia dei guelfi e ghibellini che non perde occasione di dividersi e farsi male. Se Francesco Schettino era già riuscito a diventare il comandante dell’Accosta Crociere, quello che era andato a sbattere contro «uno scoglio a sua insaputa», ora sappiamo che qualcuno vuol fare di lui addirittura un emblema da territorio, senza pensare ai morti e ai dispersi che stanno ancora cercando nei fondali delle Scole. Anche nelle tragedie c’è un senso del ridicolo. Ma a noi, dell’isola del Giglio, era rimasta impressa una scena. Due giapponesi, marito e moglie, usciti illesi dalla tragedia, circondati dai giornalisti, che vogliono sapere se sono vere le prime voci sul comandante in fuga dalla nave a picco dentro quel mare nero. Gli chiedono se gli uomini della Concordia li avevano aiutati, e lui dice «sì, erano loro che ci dicevano che cosa fare». E c’era anche il comandante? «No, lui non l’abbiamo visto, ma avrà avuto da fare». Un cronista gli fa: «Pare che fosse già sceso dalla nave». Il marito strabuzza gli occhi: «Davvero? Da noi c’è un detto, che il comandante è l’ultimo che deve scendere dalla nave...». Guarda sua moglie che lo fissa incredula. Il giornalista abbassa il microfono, «veramente c’è anche da noi quel detto», mentre lei si mette le mani sul viso, sorridendo amara: «Ah, gli italiani...». Ecco, non ha detto né del Nord né del Sud. Ci sono vergogne che fanno male a tutti, se sono vere. Ci sono cose che dovremmo ricordare. E altre che faremmo meglio a dimenticare. In fretta.