Piero Sansonetti, Altri 24/1/2012, 24 gennaio 2012
Peppino Caldarola, uno delle firme più note del giornalismo di sinistra (che collabora assiduamente col nostro giornale) è stato condannato in tribunale per aver criticato una vignetta razzista
Peppino Caldarola, uno delle firme più note del giornalismo di sinistra (che collabora assiduamente col nostro giornale) è stato condannato in tribunale per aver criticato una vignetta razzista. I giudici, con questa sentenza – degna del ventennio – hanno stabilito il principio secondo il quale è permesso manifestare opinioni o lanciare invettive razziste ma non è legittimo criticare i razzisti. Probabilmente la sentenza contro Peppino è una delle più gravi, dal punto di vista di principio, mai emesse da un tribunale da quando è caduto il regime fascista e sono state cancellate le leggi razziali. La vicenda è questa. Il vignettista Vauro, uno dei più celebri autori satirici italiani, pubblica – qualche anno fa – una vignetta raccapricciante nella quale raffigura Fiamma Nierenstein con il naso adunco e la stella di David cucita sul petto (come gli ebrei bollati dalle leggi fasciste negli anni trenta e quaranta, e poi trascinati nel lager) e dalle fattezze orribili. La scritta dice: “Fiamma Frankestein”. Nessuno mai è riuscito a capire perché la vignetta avrebbe dovuto far ridere qualcuno, ma questo non è importante, perché la satira è satira ed è assurdo che possa essere regolamentata o che abbia l’obbligo di fare ridere. Vauro, con quella vignetta, ha giustamente adoperato il diritto assoluto di satira e nessuno glielo contesta. La domanda è un’altra: perché Vauro ha ritenuto che la sua vignetta antisemita avesse un valore positivo? Perché Fiamma Nierenstein è una deputata del Pdl, e dunque, a giudizio di Vauro (ma ora anche dei giudici), può a buon diritto essere sottoposta a qualunque tipo di oltraggio. Il fatto che Fiamma sia ebrea e sia una persona impegnatissima nella lotta contro l’antisemitismo, non solo non è una attenuante per lei, ma anzi risulta una colpa ulteriore, perché Fiamma conduce la lotta all’antisemitismo da posizioni filo-israeliane, e questo, pare, non è legittimo. E così i giudici non hanno semplicemente sentenziato a favore del diritto di satira (diritto che nessuno aveva messo in discussione: Caldarola non aveva chiesto la censura della vignetta, semplicemente pensava di poterla criticare…) ma contro il diritto a criticare la satira. E anche, mi pare, contro il diritto a criticare l’antisemitismo. Proprio per questo è una sentenza ferocemente autoritaria. Perché non si limita ad affermare il diritto degli antisemiti ad essere antisemiti e a non essere sanzionati per questo (sulla base della legge Mancino) cosa che, se avvenisse, io approverei senza dubbio alcuno, perché sono contro la sanzione di tutti i reati di opinione, anche dei più repellenti (come il razzismo e l’antisemitismo); la sentenza fa un’altra cosa, opposta: nega il diritto di critica. E così trasforma clamorosamente in reato d’opinione il comportamento di Caldarola. P.S. La nostra piena e affettuosa solidarietà a Peppino e a Fiamma. E la speranza che “il manifesto”, che è un giornale sempre in prima fila nella battaglie di civiltà, si dissoci dal suo vignettista (senza censurarlo, per carità, ma criticando magari la sua pretesa che i giudici intervengano per manganellare Peppino).