Questo sito utilizza cookies tecnici (propri e di terze parti) come anche cookie di profilazione (di terze parti) sia per proprie necessità funzionali, sia per inviarti messaggi pubblicitari in linea con tue preferenze. Per saperne di più o per negare il consenso all'uso dei cookie di profilazione clicca qui. Scorrendo questa pagina, cliccando su un link o proseguendo la navigazione in altra maniera, acconsenti all'uso dei cookie Ok, accetto

 2012  gennaio 23 Lunedì calendario

COSA SUCCEDERA’ CON IL PETROLIO OLTRE QUOTA 100

Il 2012 sul mercato mondiale del petrolio è cominciato con un mistero da spiegare. Dal lato dei produttori, l’Opec sta estraendo greggio a ritmi che non si vedevano dalla metà del 2008. Sul fronte della domanda, l’Europa non consuma perché è in bilico sul precipizio della crisi e anche Usa e Cina — i Paesi più assetati di petrolio del mondo — stanno rallentando la loro corsa.
Con offerta abbondante e domanda stabile o in declino, il prezzo dovrebbe scendere. E invece il greggio (quello usato come punto di riferimento, il Wti, West Texas Intermediate) viene scambiato sopra i 100 dollari al barile. Perché il prezzo non scende?
La risposta dipende da questioni politico-strategiche. Con il nuovo anno, gli Stati Uniti e l’Europa — sotto la spinta diplomatica di Francia e Regno Unito e anche con il consenso condizionato dell’Italia di Monti — hanno raggiunto un accordo che dovrebbe portare entro la fine di gennaio all’attuazione di un embargo occidentale verso le esportazioni di petrolio dall’Iran, accusato di perseguire un programma nucleare dai fini solo apparentemente pacifici. Il problema è che l’Iran è grande: è il quinto produttore di greggio al mondo e il secondo esportatore dell’Opec dopo l’Arabia Saudita. Certo, il petrolio iraniano può essere rimpiazzato: per far questo l’Occidente conta proprio sui sauditi, tradizionali procacciatori di greggio di ultima istanza. Ma perfino l’Arabia non ha riserve di petrolio infinite. Se i sauditi sostituiscono gli iraniani, azzerano il loro eccesso di capacità produttiva e, con questo, la loro possibilità di essere lo swing producer del mondo, cioè il grande Paese in grado di chiudere o aprire i rubinetti del greggio in modo da preservare la stabilità dei prezzi. L’ultima volta che la capacità produttiva in eccesso dei sauditi è andata a zero è stato nel luglio 2008: allora il prezzo del barile esplose fino a sfiorare i 150 dollari al barile. E ci volle il fallimento di Lehman Brothers e la recessione di fine 2008 per ridurre il costo del barile — in modo altrettanto repentino — fino a 40 dollari.
Peraltro l’Iran sta già trattando con i cinesi la vendita dei 450 mila barili giornalieri eventualmente non più richiesti da Europa e Usa. Il guaio per il presidente Ahmadinejad è che la Cina comprerebbe il petrolio dell’Iran ma a prezzi scontati; e il calo delle entrate petrolifere ridurrebbe la possibilità del presidente di distribuire prebende ai suoi concittadini proprio vicino alle prossime elezioni parlamentari. C’è poi la vera bomba atomica, l’unica di cui l’Iran disponga davvero in questo momento: la minaccia di chiudere lo Stretto di Hormuz, da cui passa il 70 per cento dell’export dell’Opec e un terzo del petrolio mondiale.
Tutto ciò per ora è di là da venire. Ma la mera minaccia di embargo all’Iran, unita agli scioperi in Nigeria conseguenti all’eliminazione dei sussidi al prezzo della benzina, è stata sufficiente a indurre gli speculatori a procurarsi greggio già oggi nella speranza di venderlo a prezzo maggiorato domani.
Se poi oltre all’embargo di fine gennaio dovesse arrivare il contro-embargo iraniano ad Hormuz, la probabilità di ritornare ben sopra ai 100 dollari al barile non sarebbe una congettura di scuola degli strateghi della Casa Bianca, ma un’eventualità concreta di fronte alla quale il mondo occidentale dovrebbe attrezzarsi. A pensarci, se oggi c’è un mistero sul mercato del petrolio, non è come mai il prezzo del greggio non sia sceso sotto i 100 dollari, ma piuttosto perché non sia ancora salito oltre.
In ogni caso, c’è una cosa che può tranquillizzare gli occidentali. È vero, i dati dicono che tutte le recessioni dal 1973 sono state precedute da un aumento del prezzo del petrolio. Ma esiste anche evidenza che nel corso del tempo gli shock petroliferi sono diventati meno dannosi per l’economia reale. Nel 1973, quando quadruplicò il prezzo del petrolio in pochi mesi, l’auto degli italiani era la energivora Fiat 127 e ci vollero le domeniche di austerità e le code ai distributori per superare la crisi. Oggi, in Italia come nel resto dell’Occidente, il settore automobilistico ha imparato a progettare auto che risparmiano benzina e le attività manifatturiere sono gradualmente sostituite dai servizi che usano meno petrolio. Inoltre il potenziale inflazionistico degli shock petroliferi è ridotto anche dal fatto che gli stipendi sono diventati più flessibili verso il basso e l’inflazione è tenuta sotto controllo dalle banche centrali. Se nel 2012 ci sarà una recessione, per una volta non sarà colpa del petrolio.
Francesco Daveri