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 2012  gennaio 24 Martedì calendario

Non si ferma la corsa dei fallimenti in Italia: +22% nel 2008, +25% nel 2009, +19% nel 2010, +7,4% l’anno scorso, quando si sono raggiunti i 12

Non si ferma la corsa dei fallimenti in Italia: +22% nel 2008, +25% nel 2009, +19% nel 2010, +7,4% l’anno scorso, quando si sono raggiunti i 12.094 casi, il livello più elevato da quando, nel 2006, è stata riformata la disciplina dei crack aziendali. Secondo l’Osservatorio Cerved, il gruppo specializzato nella valutazione del rischio di credito, dall’inizio della crisi per i fallimenti si sono persi oltre 300mila posti di lavoro. l’Insolvency ratio (Ir) che misura la frequenza dei default (cioè il numero di crack ogni 10.000 imprese operative) indica che l’anno scorso le aziende più colpite sono state le piccole e le medie, precisamente quelle con un fatturato compreso tra i 2 e i 10 milioni di euro, seguite da quelle con un giro d’affari tra i 10 e i 50 milioni. Analizzando i diversi settori, male è andata soprattutto ai servizi (+10% rispetto al 2010) e alle costruzioni (+7,8%). In controtendenza l’industria che, pur rimanendo il settore con la maggiore frequenza di fallimenti (Ir di 39 punti), ha registrato un’inversione del trend rispetto al 2010 (-6,3%). Colpito anche il settore agricolo: nel 2011 in Italia sono state chiuse 20 mila aziende agricole. È quanto emerge da un’analisi della Coldiretti sulla base dei dati Movimpresa relativi al terzo trimestre 2011, in occasione della diffusione dei dati Cerved sui fallimenti. Dal punto di vista territoriale, la crescita dei fallimenti osservata nel 2011 ha riguardato tutte le aree italiane ad eccezione del Nord Est, in cui il numero delle procedure fallimentari ha limato i livelli del 2010 (-0,3%). «In generale - ha detto Gianandrea De Bernardis, amministratore delegato di Cerved Group - i fallimenti in Italia non hanno ancora superato il record toccato nel 2005, quando però potevano accedere alle procedure anche le microimprese, ma hanno ripercussioni più gravi rispetto al passato vista la maggiore dimensione media delle imprese coinvolte, i costi in termini di posti di lavoro persi e la ricchezza non prodotta».