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 2012  gennaio 24 Martedì calendario

Ho un grande debito nei confronti di Dino Buzzati, perché forse, senza di lui, non avrei fatto questo mestiere

Ho un grande debito nei confronti di Dino Buzzati, perché forse, senza di lui, non avrei fatto questo mestiere. Quando ho deciso di dedicarmi al fumetto, sia per gli studi che per l’educazione ricevuta ho sentito questa scelta come una specie di retrocessione. Passare dalla pittura a un genere considerato all’epoca di serie B mi sembrava un tradimento, un gettare la tonaca alle ortiche. Invece, proprio la scoperta del suo Poema a fumetti, opera per me cruciale, mi ha fatto ricredere: il fumetto aveva una sua nobiltà e il mio non sarebbe stato un passo indietro. Da lì ho riflettuto sulla sua pittura e mi sono reso conto che Dino Buzzati era un artista post moderno ante litteram, un artista totalmente libero da qualsiasi scuola e «incidente» storico, cosa che, lui vivente, portava gli altri a guardare i suoi quadri con diffidenza. Dino Buzzati anticipava i tempi, e lo dimostrano I miracoli di Val Morel, opera di una maturità e una consapevolezza assolute. Il secondo momento cruciale del mio rapporto con Dino Buzzati è stato quando l’ho «reincontrato» disegnando, sotto la guida di Federico Fellini Il viaggio di G. Mastorna, il film, purtroppo mai realizzato, che scrisse a quattro mani con lui. Lì, attraverso i racconti che mi faceva Federico, ho potuto conoscere l’«uomo Buzzati» e nello stesso tempo ritrovare i suoi temi più classici, quei temi che ne fanno un autore profondamente moderno: lo spaesamento, l’incomprensibilità di quello che succede, la mancanza di significati, il senso di impotenza e di ineluttabilità, oggi sempre più forti e presenti. Eppure no, mi spiace, ma non vedo eredi: sia per la frana culturale che ci ha investito e ha compromesso tutto, sia, soprattutto per la dimensione non tanto dei maestri, ma degli eredi stessi.