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 2012  gennaio 24 Martedì calendario

Carlo Magno (742-814) fu senza alcun dubbio il più importante sovrano del Medioevo. La sua prima biografia fu scritta da un contemporaneo, Eginardo, tra l’817 e l’831

Carlo Magno (742-814) fu senza alcun dubbio il più importante sovrano del Medioevo. La sua prima biografia fu scritta da un contemporaneo, Eginardo, tra l’817 e l’831. Gli si attribuiscono ben 53 imprese militari, tutte, o quasi, coronate da successo: contro i sassoni, i longobardi (seguaci dell’eresia ariana), i bavari, gli avari, gli slavi, i danesi, gli arabi di Spagna (e i loro alleati baschi che inflissero all’esercito di Carlo la sconfitta di Roncisvalle). Il papa Leone III gli chiese aiuto contro una ribellione di nobili romani e, in virtù di quell’alleanza, nella notte di Natale dell’800 lo consacrò imperatore. In Carlo Magno. Un padre dell’Europa (Laterza) Alessandro Barbero ha scritto che quel giorno si costituì, benedetto da un pontefice, per la prima volta nel nostro continente uno «spazio politico unitario» — contrapposto a quello bizantino — che andava da Amburgo a Benevento, da Vienna a Barcellona, il cui asse commerciale erano il Reno e i porti del mare del Nord. Un’entità politica profondamente diversa da quella dell’Impero romano, che aveva al centro il Mediterraneo. Tanto più importante per il fatto che, come ha sottolineato Henri Pirenne nella Storia d’Europa (Sansoni), l’annessione e la conversione della Sassonia fecero entrare tutta l’antica Germania nella comunità della civiltà europea. Lo stesso Pirenne in un altro libro, Maometto e Carlomagno (Laterza), scrisse che la conquista islamica di parte dell’Europa era stata responsabile dell’irrimediabile frattura tra l’Est e l’Ovest del Mediterraneo. Anni dopo gli replicò Maurice Lombard, il quale in Splendore e apogeo dell’Islam (Rizzoli) sostenne, invece, che alla conquista islamica andava attribuito il merito di aver favorito una ripresa di contatto con le civiltà orientali e che erano state piuttosto le invasioni germaniche ad aver determinato «il regresso economico dell’Occidente merovingio prima e carolingio poi». Adesso Georges Minois, in Carlo Magno, un importante libro che sta per essere pubblicato da Salerno editrice, entra nella disputa mettendo in risalto l’importanza della nascita (in quel contesto) dell’Occidente, «la cui identità inizia a prendere forma attraverso il confronto con tre civiltà percepite come ostili: i pagani slavi a est, i cristiani di rito greco dell’Impero bizantino a sud-est, i saraceni a sud». All’epoca «la religione è ancora un elemento tra gli altri» e «il concetto di guerra santa è del tutto assente». I re germanici «sono fondamentalmente dei capi clan, alla guida di una famiglia e di un popolo, che cercano di incrementare il loro potere personale». Il ruolo di Carlo Magno «sarà proprio quello di federare queste forze familiari ed etniche attraverso la religione cristiana e di forgiare una nuova identità che si chiamerà successivamente Impero d’Occidente, cristianità o Europa». Questa la realtà. Poi c’è il mito. Con Carlo Magno, scrive Minois, «la penuria delle fonti e la distanza nel tempo hanno permesso alla leggenda di costruire un personaggio che ha ormai un rapporto molto alla lontana con il figlio di Pipino». Per di più, «essendo vissuto nell’età oscura dell’Alto Medioevo, prima dei confronti e dei dibattiti che hanno diviso l’Europa negli ultimi mille anni, rimane una figura "recuperabile" per tutte le cause, per tutti i partiti, per tutte le opinioni… Ognuno ha il suo Carlo Magno». Può «servire» altrettanto bene «ai fautori della monarchia assoluta quanto a quelli del parlamentarismo, a quelli della supremazia francese quanto a quelli del predominio tedesco, a quelli del nazionalismo quanto a quelli dell’Unione Europea, a quelli della scuola pubblica quanto a quelli dell’insegnamento confessionale, a quelli del laicismo così come a quelli del cesaropapismo, a quelli dello Stato di diritto quanto a quelli della dittatura, a quelli della cultura illuminista come a quelli della censura religiosa, a quelli della guerra santa come a quelli della Realpolitik». Convivono in un’unica persona «un Carlo storico, capo barbaro della famiglia dei Pipinidi che conduce oscure guerre nelle foreste germaniche di 1200 anni fa» e un «Carlo mitico, superuomo dotato di tutte le qualità e patrono di tutte le cause possibili». Quando la dimensione mitica «raggiunge simili proporzioni, ci si può legittimamente chiedere chi sia il "vero" personaggio o si può anche affermare che entrambi sono "veridici"; il personaggio mitico diviene un archetipo nel senso che gli attribuiva Jung: per il suo ruolo nella coscienza collettiva e in quella individuale diviene altrettanto reale di quello storico». Ma, nonostante ciò, le singole personalità che hanno «usato» la sua immagine nei secoli successivi alla sua morte meritano una particolare attenzione storiografica. Il primo a servirsi politicamente dell’immagine di Carlo Magno è, nell’anno 1000, Ottone III, imperatore del Sacro Romano Impero. In viaggio da Magdeburgo, si ferma ad Aquisgrana e ordina di scavare sotto la pavimentazione della basilica per aprire la tomba del suo lontano predecessore. Racconta la cronaca di Tietmaro di Merseburgo, scritta una dozzina di anni dopo i fatti, che Ottone ci mise un po’ prima di trovare il sarcofago e che, rinvenutolo, lo fece aprire e trattenne per sé «la croce d’oro che pendeva al collo del morto e una parte dei vestiti non ancora putrefatti»; poi «con infinito rispetto rimise tutto al suo posto». Un’altra cronaca riferirà che nel loculo in cui lo ritrovò Ottone III, 186 anni dopo la morte, Carlo era ornato di tutti i paramenti come se fosse sul trono. Ciò che ingenererà l’equivoco a causa del quale in molti dipinti, ad esempio quello del 1847 realizzato per la sala reale del municipio di Aquisgrana, Carlo verrà raffigurato in un sarcofago sì, ma seduto sul trono. Scomparsa nel IX secolo la dinastia carolingia, era stato Ottone I, figlio di Enrico I «l’uccellatore», un sassone della Francia orientale, che nel 936 si era fatto consacrare re nella cappella palatina di Aquisgrana e nel 962, a Roma per mano di papa Giovanni XII, si era fatto incoronare imperatore del Sacro Romano Impero Germanico. Per l’occasione, Ottone aveva fatto fabbricare una corona di Carlo Magno «senza tener conto», osserva Minois, «del fatto che quest’ultimo non ne indossava una… ma è questa un’epoca non certo schizzinosa nell’uso dei falsi». Poi l’altro Ottone aprirà la tomba di Carlo in cerca di una qualche reliquia e dell’affermazione esplicita «di un rapporto di filiazione spirituale tra il grande Carolingio e sé stesso, sovrano della Germania». Aquisgrana rimarrà sede dell’incoronazione dell’imperatore fino a Carlo V d’Asburgo, nel 1530. Promosso a fondatore del potere imperiale tedesco, Carlo ottiene — stavolta in polemica con il papa Alessandro III — nel 1165-66 l’onore della santità. L’imperatore Federico Barbarossa assieme al suo alleato Enrico II Plantageneto re d’Inghilterra (e con la complicità dell’antipapa Pasquale III) decide di canonizzare Carlo Magno per aver fondato vescovati, abbazie, chiese, consacrato la sua vita alla conversione di infedeli e pagani, e per aver compiuto un «pellegrinaggio a Gerusalemme» (secondo una leggenda che aveva cominciato a diffondersi in quegli anni). Immediatamente il luogo di sepoltura dell’imperatore, morto tre secoli e mezzo prima, diviene un centro di pellegrinaggio che attira folle in cerca di miracoli e i presunti resti del suo corpo alimentano un lucroso commercio di reliquie. La canonizzazione, nota Minois, non era stata altro che «un colpo di mano del Barbarossa, sostenuto per di più dal suo antipapa in spregio del legittimo pontefice». La Chiesa avrebbe potuto tranquillamente proclamare nullo l’atto, ma davanti all’ampiezza del fervore popolare, alla diffusione spontanea del culto, delle reliquie e dei pellegrinaggi, si accontentò di adottare «una tattica usuale e proficua»: non fece nulla. Papa Alessandro III, nemico del Barbarossa, non confermò né invalidò la canonizzazione. Dopo tutto, scherza Minois, «una celebrità come Carlo Magno era una buona recluta per le schiere celesti, anche se entrato in paradiso con un’effrazione». Così, piano piano, si procede ad una beatificazione di fatto. Nel 1226 un legato pontificio consacra nella cappella di Aquisgrana un altare dedicato ai santi apostoli e al «benemerito re Carlo», riconoscendone implicitamente la beatificazione di cui si è appena detto. Verso la metà del XIII secolo, il canonista Enrico di Susa afferma che per una speciale «tolleranza della Chiesa romana» si fa un’eccezione alla norma per cui solo il papa può decretare il culto di un santo. Finché, nel XVIII secolo, Benedetto XIV trae la conclusione che, «in assenza di una condanna, ci sia stata una beatificazione "equipollente", cioè per equivalenza, di Carlo». Per tutto il Medioevo, Carlo Magno è stato in primo luogo un eroe e santo tedesco. Ma anche la monarchia francese ha provato a rivendicare questo antenato, tentando di francesizzarlo. La monarchia capetingia cerca in tutti i modi di costruire un legame con la dinastia carolingia. E in tal senso si muove l’abbazia di Saint-Denis nel XII secolo. Nel suo Carolinus, poema morale destinato all’educazione del futuro re Luigi VIII successore nel 1223 di Filippo II, il canonico di Parigi Gilles fornisce come esempio un Carlo Magno «che si contenta di quattro portate e quattro bicchieri di vino a pasto, incarna le virtù della prudenza, della giustizia, della forza e della temperanza». Gilles, nota Minois, «non ha neppure paura a farne un modello di fedeltà coniugale, spingendosi di fatto un po’ in là nell’idealizzazione di un personaggio che aveva collezionato amanti e figli illegittimi… per l’autore è un modo di criticare le avventure matrimoniali di Filippo». Lo stesso accadrà per Luigi IX, che guiderà due crociate e verrà canonizzato da Bonifacio VIII: san Luigi, scriverà il cronista Matthew Paris, è «il successore dell’invincibile Carlo Magno». Carlo V di Francia, sul trono tra il 1365 e il 1380, si fa costruire un nuovo scettro (oggi esposto al Louvre) ornato con una statuetta in oro dell’imperatore, rappresentato seduto, con corona e scettro, e decorato con scene ispirate alla leggenda carolingia. L’iscrizione parla di «san Carlo Magno». Carlo Magno, scrive lo storico, «è reclamato da tutte le grandi cause del Medioevo». È «senza dubbio il tuttofare dell’immaginario del Medioevo occidentale». Alla fine dell’ XI secolo, ai tempi delle crociate, «lo si vuole promuovere a iniziatore del pellegrinaggio gerosolimitano e a patrono della lotta contro l’Islam». Il testo di riferimento di questa tradizione è la Chanson de Roland (scritta intorno al 1110), il cui protagonista è Rolando, dietro il quale, però, si staglia la figura di Carlo Magno. Un episodio qualsiasi, Roncisvalle, è elevato a pretesto per raccontare di Carlo Magno precursore della lotta agli infedeli, modello per i crociati. Poco importa, nota Minois, che «l’idea di guerra santa fosse lontana da Carlo Magno e che, nel corso del suo lungo regno, solo una volta si fosse recato in Spagna». Negli anni successivi Carlo è anche un eroe tedesco al quale si ispira Federico Barbarossa e ne esiste una versione spagnola dove è un prototipo del Cid, un anticipatore della Reconquista. Infine, quando le cose si complicano tra crociati e bizantini e si giunge addirittura, nel corso della quarta crociata, alla presa di Costantinopoli (1204), Carlo Magno diventa il grande rivale, nonché il vincitore, dell’Impero bizantino. Carlo, scrive Minois, «viene utilizzato per incarnare le tesi più contraddittorie, per illustrare i dibattiti politici, sociali e religiosi tipici del Medioevo». Durante il grande scontro tra impero e papato «lo vediamo così impiegato per legittimare il cesaropapismo e la teocrazia»: con Federico II «a sottolineare il fatto che aveva sottomesso al suo volere il papa», e con Innocenzo III «a rimarcare che era il papa ad averlo incoronato imperatore». Campione al tempo stesso della monarchia e delle prerogative signorili, di Roma, Aquisgrana e Saint-Denis, questo ruolo universale risalta pienamente nel ritratto di Carlo dipinto nel 1220 sulle vetrate di Chartres, dove è rappresentato con l’aureola del santo, vestito da crociato, difensore della Chiesa, peccatore perdonato e modello del cavaliere cristiano. Sulla spinta delle necessità «si forgiano aneddoti meravigliosi che illustrano la causa che di volta in volta si vuole difendere». Aneddoti che arricchiscono la leggenda di Carlo di nuovi elementi: «Lo si fa andare a Gerusalemme come a Santiago de Compostela, e il meraviglioso si diffonde per contatto anche alla vita dei suoi più stretti collaboratori come Rolando, Oliviero, Turpino, Eginardo e Alcuino». Nel 1288 un canonico di Colonia, Alessandro di Roes, divide in tre parti l’eredità di Carlo: a Roma egli avrebbe donato il sacerdozio, alla Germania la regalità elettiva e alla Francia quella ereditaria, insieme alle «alte scuole di filosofia e di arti liberali che trasferì da Roma a Parigi». Ed eccolo diventato anche, sulla base di dati in gran parte inventati di sana pianta, «patrono degli intellettuali». «Manca ancora un ruolo al ricchissimo repertorio di Carlo: quello di liberatore dell’Italia», puntualizza Minois non senza una qualche ironia. Sono « gli autori fiorentini della fine del XV secolo ad attribuirglielo, anche in questo caso a prezzo di una distorsione partigiana dei fatti storici; fare di un re germanico che aveva distrutto la monarchia longobarda, e che governava la penisola dal suo palazzo di Aquisgrana, il campione della libertà d’Italia era infatti impresa non semplice». Tanto più che già Petrarca nel 1333 aveva scritto parole sprezzanti nei confronti di Carlo, indignandosi che gli fosse conferito il titolo di «Magno». Ma guelfi e ghibellini, incuranti di quel che aveva detto Petrarca, se ne disputarono il lascito, vedendo in lui, i primi, l’alleato del papa e, i secondi, il fondatore dell’impero. E lo stesso accadde nel corso del Quattrocento ai tempi di Carlo VIII e Luigi XII. Cosicché «nel momento in cui si annuncia il Rinascimento, Carlo ha ormai assunto un ruolo universale e si mostra in grado di indossare tutti i panni e di patrocinare tutte le cause». Carlo Magno, nel Cinquecento, diventa il «principe degli umanisti», precursore del Rinascimento. Talvolta è addirittura fattore di divisione «dal momento che sia Francesco I sia Carlo V hanno il loro Carlo Magno». E continua così anche nei secoli successivi. Nel XVII secolo a lui riesce l’impresa unica «di fungere da ispiratore della monarchia assoluta, della Chiesa, dei gesuiti, dei giansenisti, degli accademici, degli universitari, della nobiltà». Nell’epoca di Luigi XIV la grande aristocrazia francese «aveva bisogno di una figura di riferimento capace di incarnare le sue rivendicazioni a favore di una monarchia temperata… Carlo Magno, ancora una volta, è il simbolo di questa operazione». Fiorisce l’immagine di un Carlo fondatore dei duchi e dei pari del regno e dunque di un governo monarchico limitato dall’aristocrazia. Allo stesso modo nel XVIII secolo, mentre monta la contestazione nei confronti dell’assolutismo, Carlo Magno «indossa nuovi panni»: quelli di fondatore degli Stati generali e, ben presto, anche della monarchia costituzionale. Montesquieu, nello Spirito delle leggi, scrive: «Carlo Magno mirò a contenere entro i suoi limiti il potere della nobiltà … Tutto fu unito grazie alla forza del suo genio». Anche se poi, nei suoi appunti personali, aggiunge che si macchiò di «ingiustizia nello spogliare i longobardi e nel dare una mano alle prepotenze dei papi … I papi favorirono la casa carolingia nella sua usurpazione e i Carolingi favorirono i papi nella loro». Alla vigilia della Rivoluzione francese, Carlo è un modello per riformatori e fisiocratici ma anche per i loro nemici. Fa eccezione Voltaire che riprende il tema dell’«usurpatore» per poi così concludere: «Sappiamo dei suoi bastardi, della sua bigamia, dei suoi divorzi e delle sue concubine; sappiamo che fece assassinare migliaia di sassoni; e alla fine se ne fa un santo… La sua reputazione è una delle maggiori prove del fatto che il successo fa dimenticare l’ingiustizia e dona la gloria». Altra eccezione all’ampia schiera dei laudatores di Carlo Magno è quella di Edward Gibbon il quale nella Storia del declino e della caduta dell’Impero romano (1776) scrive che «i suoi meriti sono stati sicuramente ingranditi» e si trascura la circostanza che ebbe occasione di combattere solo contro «nazioni selvagge e degenerate»; il suo comportamento nei confronti dei sassoni è definito da Gibbon «un abuso del diritto di conquista» e le sue leggi — a detta del grande storico — non furono «meno sanguinose delle sue armi». Anche Gibbon gli rimprovera di essere stato un depravato non solo per aver avuto ben nove tra mogli e concubine, con le quali mise al mondo una «moltitudine di bastardi», ma gli rinfaccia anche, accusandolo velatamente di incesto, le attitudini con le figlie che «amava di una passione eccessiva». Il culto di Carlo riprenderà in pieno al momento del trionfo di Napoleone. Poi con i grandi scrittori dell’Ottocento, primo tra tutti Victor Hugo. Con l’eccezione dello storico Jules Michelet, che lo considera un tiranno, alla testa di un «governo di preti e giudici, freddamente crudele, senza generosità, senza l’intelligenza del genio barbaro». Solo nella seconda metà del secolo i repubblicani francesi si mostreranno tiepidi nei suoi riguardi e nel 1879 obietteranno al comune di Parigi, che aveva manifestato l’intenzione di erigergli — proprio «a lui che rappresenta principalmente il potere assoluto» — una statua (ciò che non era stato fatto per Voltaire, «il quale ha contribuito così tanto a illustrare il cammino della civiltà»). Anche se gli stessi repubblicani proporranno di rendergli omaggio come «promotore dell’istruzione pubblica». Ma sarà nel Novecento che accadrà la cosa più bizzarra. Dapprincipio Carlo sarà l’idolo del movimento paneuropeo, una corrente di estrema destra che mirava al riavvicinamento tra Francia e Germania, sottolineando i tratti comuni ai due Paesi e insistendo sulla loro «parentela originaria». Poi servì ai nazisti a giustificare l’idea di una «trasmissione dell’Impero romano ai tedeschi». Inoltre Carlo Magno «visto come l’ariano tipo, grande e biondo, che lotta contro i sub-uomini slavi, prefigura la conquista dello spazio vitale a est». Nel 1940, con l’occupazione della Francia, Carlo «diviene il campione del collaborazionismo, celebrato dal regime di Vichy e dalle autorità militari tedesche». Nel 1944 Heinrich Himmler crea una divisione SS a cui dà il nome Charlemagne: «Ancora una volta», scrive Minois, «l’imperatore è impiegato come simbolo della fratellanza franco-tedesca finalizzata alla costruzione di un nuovo ordine europeo razzista e anticomunista». Il che però produce anche qualche irritazione: i collaborazionisti bretoni non gradiscono di essere incorporati in una divisione che porta il nome di un nemico del loro popolo. Il loro capo dichiara: «Noi apparteniamo a quella minoranza che ha preso le armi contro la Francia e vogliamo che ciò sia ricordato». A questo punto poteva sembrare che l’immagine di Carlo Magno fosse stata compromessa, se non definitivamente, almeno per qualche decennio. E invece no. Minois definisce «stupefacente» che subito dopo la Seconda guerra mondiale quell’icona «non solo sia sopravvissuta al naufragio del Reich e del collaborazionismo, ma che sia stata prontamente recuperata dal campo delle democrazie e dai costruttori dell’Europa dei popoli». A soli cinque anni dalla fine del conflitto, nel 1950, il generale de Gaulle afferma: «Di fatto non vedo la ragione per cui il popolo francese e quello tedesco non possano superare i dissidi reciproci e le difficoltà esterne per giungere infine a unirsi; si tratterebbe insomma di riprendere su basi moderne — cioè economiche, sociali, strategiche e culturali — l’impresa di Carlo Magno». Nello stesso anno la città di Aquisgrana istituisce il premio Carlo Magno, attribuito ogni 12 mesi a una «personalità attivamente impegnata nell’unificazione europea». Verrà assegnato a tutti i grandi dell’Europa. Nel 2008, quando lo riceverà Angela Merkel, il presidente francese Nicolas Sarkozy dirà che, anche se «sarebbe eccessivo fare di Carlo Magno il primo fondatore dell’Europa», va riconosciuto che dal suo impero sono nate Francia e Germania e ne viene prefigurata l’alleanza. Così l’imperatore è riuscito, per 1200 anni, a sopravvivere a tutte le crisi e ad essere «successivamente, e a volte simultaneamente un santo, un crociato, un padre della Germania, della Francia, dell’Europa e della scuola, un nazista, un democratico, un sovrano assoluto, illuminato o costituzionale». Talché, l’autore si domanda non senza una punta d’ironia se, in omaggio ai tempi, «vedremo un Carlo Magno ecologista, precursore dell’agricoltura biologica, anticipatore del commercio equo e solidale in virtù delle sue prescrizioni contro il prestito a interesse, o ancora eroe cibernetico impegnato in un videogioco in una guerra virtuale contro i suoi nemici sassoni». Tutto è possibile, «soprattutto il peggio». E questi sono gli effetti perversi dell’uso politico della storia. paolo.mieli.@rcs.it