Marco Damilano, il Fatto Quotidiano 20/1/2012, 20 gennaio 2012
“QUANDO SCALFARI SI INFATUÒ DI DE MITA”
Esce oggi per Laterza il libro di Marco Damilano “Eutanasia di un potere. Storia politica d’Italia da Tangentopoli alla Seconda Repubblica”. Anticipiamo alcuni stralci della testimonianza di Carlo De Benedetti.
Nel 1976 – ricorda De Benedetti – arriva Bettino Craxi. Di lui si può dire quello che sivuole,iosonosemprestato un suo avversario, lo consideravo un bandito con atteggiamenti fascistoidi, di quelli sei con me o contro di me, un atteggiamento che i democristiani non avevano. Ma è stato un personaggio politico che ha marcato la storia italiana. Il suo primo obiettivo è stato distruggere l’asse Dc-Pci (...).
Craxi si rese conto che doveva fare un salto di qualità: capì che senza i soldi non si fa politica. E dunque cominciò a reclamare risorse in modo palese, spiegando che gli industriali per evitare il ricongiungimento cattocomunista avevano l’obbligo di finanziare l’unico politico che lo poteva impedire. ‘Guardi’, ti diceva con il suo modo spiccio di fare, ‘lei di politica non capisce un cazzo. Questo Paese ha bisogno di superare la vera tenaglia di arretratezza economica, culturale che è rappresentata dal ricongiungimento di due forze che sono entrambe conservatrici’. Ti poteva infastidire per il modo con cui ti porgeva le sue argomentazioni, l’arroganza, il sudore, le amicizie di cui si circondava, la volgarità della persona. Ma in quei primi anni 80 era difficile dargli torto nell’esigenza di modernizzazione (...). Penso che all’inizio i soldi li chiedesse per finanziare il suo partito e la sua politica. Balzamo aveva l’incarico di passare a incassare: tu prendevi un ordine, per dire, alle Poste e arrivava Balzamo e ti chiedeva il 5 per cento. Tutti pagavano, tutti. Anche perché la virulenza di Craxi era temibile, si capiva che in caso contrario si sarebbe vendicato. Lo provai sulla mia pelle: per averlo contrastato anche su questi argomenti mi ostacolò sulla Sme. Per lui significava mandare un messaggio chiaro a tutti gli altri, per esempio a Romiti sull’Alfa Romeo. Colpirne uno per educarne cento (...). Negli anni 80 Craxi cercò in tutti i modi di allontanare il Pci dalla Dc, e riuscì nell’obiettivo. E poi ci fu la sua seconda evoluzione, quando si rese conto che (...) per coronare il suo sogno di diventare premier doveva fare un patto con Forlani, che rappresentava le correnti più moderate della Dc, e con Andreotti, che era una potenza politica vera, con gli americani, con il Vaticano, aveva agganci con la massoneria e con la P2. Craxi, che per anni lo aveva insultato, la volpe che finisce in pellicceria, Belfagor e Belzebù, per andare a Palazzo Chigi scese a patti col suo peggior nemico (...).
Sulla guerra di Segrate Craxi fu il motore di Berlusconi, non c’è dubbio. A Berlusconi della Mondadori non interessava niente, il suo compito era conquistare Repubblica, era lo scalpo da portare a Craxi, perché la fissa di Craxi erano Scalfari e De Benedetti. Bisogna tenere presente che a un certo punto Repubblica stava per fallire e io l’avevo salvata, per Craxi rappresentavo dal punto di vista finanziario la garanzia di solidità economica del quotidiano, al di là della mia condivisione delle idee e della mia amicizia con Scalfari. Allora ha tentato il colpo tramite Leonardo Mondadori e Berlusconi per arrivare a Repubblica. Però Berlusconi aveva già cominciato a maturare l’idea che il sistema fosse alla fine. Ricordo una colazione con lui a casa mia. ‘Sai’, mi disse, ‘se volessi farei il culo a Craxi domani mattina, perché io ho molto più potere di lui, con il Milan, le mie televisioni, lo faccio fuori in cinque minuti’. Ma aveva bisogno della legge Mammì, per ottenerla era disposto a fare qualsiasi cosa, era il suo business.
ANDREOTTI, che non ha mai potuto vedere Craxi, mi chiamò a Palazzo Chigi, nella sua stanza, e mi disse: ‘A lei la Mondadori non la daremo mai, è già abbastanza quello che ha con Repubblica. Ma ancor di più io non permetterò mai che Berlusconi si impossessi di Repubblica, è troppo potente già oggi. Dunque dovete trovare una soluzione’. Aggiunse: ‘E noi la aiuteremo a trovarla: quando lei uscirà da questa stanza troverà nell’anticamera chi le può dare una mano’. Uscii, nell’anticamera ad aspettarmi c’era Luigi Bisignani... Dopo arrivò la mediazione di Ciarrapico (...). La leggenda del partito trasversale di Repubblica-Espresso nacque con l’infatuazione di Scalfari per De Mita. Nell’82, in vista dell’elezione del nuovo segretario della Dc, Marcora organizzò una cena a casa di Mario Formenton con una decina di persone, c’erano Pirelli, Lucchini, Romiti e l’establishment milanese, alla fine ci disse che avevano deciso di puntare su De Mita. Ci fu un ululato di scontento: ai nostri occhi De Mita era quello che da ministro aveva bloccato il prezzo della pasta, era visto come un dirigista, un politico meridionale vecchio stile, il peggio che si potesse avere (...). Scalfari invece pensò di poter gestire De Mita e attraverso di lui la Dc. Fino a quel momento aveva provato a gestire il Pci, e c’era riuscito. Quando De Mita andò a Palazzo Chigi, Scalfari gli consigliò la nomina di Andrea Manzella a segretario generale della presidenza del Consiglio, che era vicino a Spadolini e con la Dc non c’entrava nulla. De Mita chiamava Scalfari tutte le mattine, c’era una sudditanza impressionante (...). Se mi si chiede con quale ipotesi politica l’establishment imprenditoriale italiano arriva al 1992 rispondo: nessuna (...). All’improvviso è crollato tutto il sistema delle alleanze. È stato come trovarsi di fronte a un deserto e ognuno ha cominciato a giocare per sé perché ognuno aveva la coscienza sporca. Ci siamo trovati di fronte a Di Pietro che faceva paura.
Nel maggio 1993 concordai con il pool tramite l’avvocato De Luca che mi sarei presentato spontaneamente e che mi sarei assunto tutte le responsabilità, indicando un elenco di 4-5 operazioni in cui la Olivetti aveva elargito soldi e a chi. Nessun capo di azienda si comportò come me. La mia esperienza a Regina Coeli fu tutta un’altra storia. C’erano tre mandati di cattura, per me, per Gianni Letta e per Adriano Galliani. Il gip Augusta Iannini disse di avere ottimi rapporti di famiglia con Letta e con Galliani, per via del marito Bruno Vespa, e che non poteva essere obiettiva. Io obiettai che questo valeva anche per me, al contrario,perimieipessimirapporticon Berlusconi. Comunque ci fu un interrogatorio,chiariilamiaposizione, uscii di prigione e nel processo venni assolto (in parte per prescrizione, ndr). L’Avvocato mi chiese se si sarebbero fermati, io gli risposi: ‘Guardi, non c’è niente da fare, questi sono portati dal vento’. La condizione di Agnelli era di angoscia. Il solo pensiero non dico di un arresto ma di finire in un interrogatorio non lo faceva dormire la notte. La paura individuale era il sentimento prevalente. E ognuno andò per conto suo: non ci fu neppure il tentativo di organizzare, non so se la parola sia esatta, una forma di difesa. Di Pietro aveva un’incredibile forza organizzativa, fisica, psicologica, me ne resi conto da come faceva le fotocopie o telefonava. Era un fulmine, una valanga (...).
NELL’ESTATE del 1993 Claudio Rinaldi, il direttore dell’Espresso, mio carissimo amico, mi ripeteva: ‘Guarda, Berlusconi vuole fare un partito’. Andai da Agnelli a chiedere se ne sapesse qualcosa, era il mese di giugno. ‘È vero che Berlusconi entra in politica?’, gli domandai. ‘Qualche giorno fa è venuto a trovarmi il professor Giuliano Urbani, il capo del centro Einaudi a Torino, e mi ha proposto di scendere in campo per prendere il controllo del Paese. Io non sapevo come sbarazzarmene, l’ho spedito da quel matto di Berlusconi’. Parola di Agnelli del giugno 1993. (...)Gennaio1994,colazionenella sua casa di St. Moritz, lui e io. Parliamo di Berlusconi e del suo partito. E l’Avvocato fa una previsione: ‘Farà un buco nell’acqua. Prenderà al massimo il 3 per cento, come i repubblicani’. Io ero meno convinto di lui, pensavo che al 10 per cento sarebbe arrivato. Nessuno di noi pensava che sarebbe stato votato da un terzo degli italiani e avrebbe vinto (...). Subito dopo la sua nomina a premier nel 1994 ci fu una cena organizzata da Agnelli in casa sua, c’eravamo io, Marzotto, Romiti, Lucchini. Era una sorta di introduzione del Berlusconi premier di fronte all’establishment confindustriale. Agnelli gli dava del lei: ‘Adesso che è arrivatoaPalazzoChigilaprimacosa che lei deve fare è la privatizzazione della Stet’. Berlusconi lo bloccò subito: ‘Quella azienda ora è mia, va bene, perché dovrei venderla?’ (...). Cos’è rimasto di Tangentopoli? Niente. Mani Pulite non ha cambiato il Paese. La bufera è passata, l’Italia è rimasta la stessa. E in questa Italia immutabile a lungo ha vinto Berlusconi”.