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 2012  gennaio 20 Venerdì calendario

BANCHE COL BUCO

Milano
Il Monte dei Paschi? Finirà tra le braccia dello Stato. Sì, insomma, verrà nazionalizzato. Perchè la banca senese, la terza d’Italia per dimensioni, non riuscirà mai a trovare sul mercato quei 3 miliardi e passa di nuovi capitali necessari per adeguarsi alle richieste delle autorità creditizie europee. E allora i soldi sarà costretto a metterli il governo di Roma. Lo dice il Financial Times, che nel-l’edizione di ieri ha dedicato un articolo ai guai dell’istituto toscano. Il quotidiano britannico forse questa volta l’ha sparata un po’ grossa, anche se nei mesi scorsi erano già circolate indiscrezioni su un possibile intervento pubblico attraverso la Cassa depositi e prestiti. D’altronde, si sa, dall’altra parte della Manica amano prendere a cannonate la finanza continentale. Sterlina contro euro: è la solita storia.
IL PROBLEMA però esiste. I tre miliardi vanno trovati entro giugno, anche se a Siena sperano ancora di cavarsela senza far ricorso ad aiuti di Stato. E tanto-meno ad aumenti di capitale. La maxi operazione da 7,5 miliardi appena lanciata da Unicredit, la più grande mai varata da un istituto italiano, avrà l’effetto di prosciugare le già scarse risorse sul mercato. E così tocca fare altrimenti. Lo stesso vale per il Banco Popolare e per Ubi, le altre due grandi banche nazionali a cui l’Eba (European banking authority) ha chiesto di rafforzare il patrimonio. Alla prima servirebbero 2,7 miliardi. Per Ubi invece la montagna da scalare è alta 1,3 miliardi.
Che fare? La risposta deve arrivare entro oggi alla Banca d’Italia che poi passerà la palla all’Eba. In sostanza, visto che non è percorribile la strada dell’aumento di capitale, le banche dovranno metter mano al bilancio. La ricetta è semplice. Se non arrivano risorse fresche bisogna usare quel che c’è già in casa. E allora un ritocco qua, una pezza là, qualche “extension” dove serve ed ecco che i conti dovrebbero tornare. Chiamatelo lifting, se volete. Un lifting obbligato. Per esempio, siccome i coefficienti patrimoniali vengono determinati in base alla cosiddetta rischiosità degli attivi per ottenere qualche vantaggio basterebbe adottare un diverso sistema di calcolo dei rischi di credito. Poi si può avviare la cessione di alcune attività, anche se di questi tempi è difficile trovare compratori.
Infine un’ultima scorciatoia è quella di trasformare in azioni le riserve derivanti da obbligazioni convertibili o altri prodotti simili collocati negli anni scorsi. Proprio questa sarebbe una delle soluzioni adottate dal Monte dei Paschi, che proprio ieri ha riunito il consiglio di amministrazione per esaminare il piano di rafforzamento patrimoniale. La banca senese, da pochi giorni guidata dal nuovo amministratore delegato Fabrizio Viola, spera di trovare almeno un miliardo grazie alla conversione dei cosiddetti prestiti ibridi fresh. Discorso simile per il Banco Popolare, che può contare su un prestito convertibile da un miliardo e anche per Ubi che dispone di un bond da circa 600 milioni. Strizzando i bilanci e con l’aiuto di una buona dose di ingegneria finanziaria, i banchieri nostrani sono convinti di riuscire a evitare le forche caudine dell’aumento di capitale. Del resto il Monte, così come Ubi e Banco popolare, aveva già chiesto soldi in Borsa per complessivi 5,1 miliardi, non più di qualche mese fa, tra la primavera e l’estate scorsa.
LA BANCA di Siena, poi, ha un problema supplementare. Il suo maggiore azionista, la Fondazione Mps, è disperatamente a corto di denaro. Negli anni scorsi si è svenata per sottoscrivere gli aumenti varati dall’istituto (2,1 miliardi nel 2011 e 5 miliardi nel 2008) senza perdere la quota di maggioranza. Adesso però la Fondazione naviga nei debiti (quasi un miliardo) e per ottenere finanziamenti ha dato addirittura in pegno gran parte della propria partecipazione nella banca. Una strategia suicida che adesso mette in pericolo l’esistenza stessa dell’ente che è il vero motore dell’economia senese. Ecco perchè la situazione appare così grave. A tal punto che il Financial Times si spinge a evocare un possibile salvataggio di Stato. Non è detto che vada a finire così. Anzi, non è neppure da escludere che nelle prossime settimane, entro marzo, l’Eba non diminuisca le richieste di capitale agli istituti italiani.
SI VEDRÀ. Intanto, comunque, vada a finire questa complessa partita finanziaria le conseguenze maggiori rischiano di pagarle imprese e famiglie. Perchè le banche in affanno sul fronte del patrimonio diventeranno ancora più prudenti nella concessione dei prestiti. E allora addio ripresa.