Maurizio Chierici, il Fatto Quotidiano 22/1/2012, 22 gennaio 2012
CAVALLARI, GIORNALISTA: RICOSTRUÌ IL “CORRIERE” E DISSE DI NO A CRAXI
Alberto Cavallari torna al Corriere della Sera. Lo aveva lasciato 28 anni fa costretto da chi non sopportava un direttore libero dalle briglie del mercato politico. Quell’Italia da bere. Torna con un libro, il prossimo giovedì La forza di Sisifo, editore Aragno. Lo accompagnano gli amici degli anni perduti: Claudio Magris, Corrado Stajano e il padrone di casa, allora ragazzo, Ferruccio De Bortoli erede della sua poltrona. Prefazione di Marzio Breda, cronista al quale Cavallari aveva affidato l’osservatorio del Quirinale. A volte la memoria riavvicina protagonisti che il tempo separa. Quando tornava dai racconti di paesi lontani, l’inviato Cavallari si acquietava in una stanza di via Solferino accanto alla scrivania di Dino Buzzati. Il silenzio li avvicinava. A guardarli, ad ascoltarli, si somigliavano nell’austerità degli abiti grigio-Corriere d’antan e nelll’amore per scrittori inquieti, Camus, per esempio.
IN UN CERTO senso la stanza si riapre giovedì 26 gennaio per accogliere il libro nella sala dedicata proprio a Buzzati. Si apre per ricordare un testimone straordinario di guerre e rivoluzioni: dall’invasione russa al-l’Ungheria, l’Israele di Moshe Dayan, quel dialogo con Ciu En Lai che stava cambiando la Cina. E poi il “miracolo“ del primo cronista della storia a fare domande a un Papa: Paolo VI. ”Era l’ottobre 1965. Mi portarono nella sua biblioteca verso le sette di sera e rimasi ad ascoltarlo fino alle nove. Scesi di corsa dalle scale e telefonai al giornale da una tabaccheria di piazza San Pietro“. Alfio Russo, direttore del Tempo, stava aspettando. Ripeteva da sempre: si può far tutto, meno che intervistare il Papa. Quella sera ascolta il racconto commosso di Cavallari. Anche il suo grazie trema: “Non era mai succeso...”.
La storia del grande viaggiatore finisce nella solitudine quando diventa direttore del Corriere, primavera 1981, P2 di Gelli smascherata e provvisoriamente messa in sonno. “Non illudetevi: cambierà qualcosa ma torneranno con la stessa arroganza”, pessimismo purtroppo profetico. Comincia l’assedio dei poteri forti. Tre anni confusi: trappole, scioperi, assemblee selvagge e il sabotaggio delle bandiere rosse sul tetto del giornale. Cavallari ferma le rotative: “Non lavoriamo sotto nessuna bandiera”. Ma il presidente Craxi vuole il Corriere e mette alla frusta i cronisti di corte. Una volta si incontrano al ristorante. Capo del governo in completo nappa blu, allunga la mano per la formalità delle ipocrisie. E Cavallari la stringe per sapere cos’ha in mente a proposito della proprietà del giornale, che non è di nessuno: “Sto cercando fra gli amici di Milano...”. Immenso sorriso. Chissà chi sono gli amici, povero direttore che prova a sfogliare i poteri rivelati e occulti: massoneria , finanza vaticana di Marcinkus o i signori dell’intreccio mafia-P2. L’ombra della P2 ha disilluso i lettori e il Corriere si dissangua nelle copie perdute. Casse vuote. Inviati costretti a non tornare dalle guerre dei tropici per le carte di credito che Milano non riesce ad onorare. Manca l’inchiostro, la Sip taglia i telefoni. Cavallari fa il giro delle banche per garantire “personal-mente” che il giornale pagherà. La sua porta si apre nel corridoio del piano nobile. Le porte dopo spalancano gli uffici di Angelo Rizzoli e Bruno Tassan Din, editore e amministrato delegato, fratelli nell’elenco del Venerabile. Non era semplice raccontare in prima pagina i loro peccati e ogni mattina intrattenerli sui problemi di un Corriere alle corde. Una parte della redazione diventa la trincea dove si battono gli arditi craxiani, portavoce Vittorio Feltri. Giorni e giorni di assemblee furibonde alla presenza di “invitati speciali”, cronisti di altri giornali chiamati a testimoniare il disfacimento della preda ambita da ogni editore.
Restavano le ancore dell’amministrazione giudiziaria, l’invito del presidente Pertini che aveva convocato un Cavallari riluttante all’imposizione di “salvare il Corriere dalla vergogna“; restava la spalla di Giuseppe Branca, garante dopo la presidenza della Corte Costituzionale. Ma non bastano in una guerriglia che non esclude colpi proibiti. L’onorevole Salvo Andò, bandiera socialista, fa sapere che Cavallari è stato cooptato alla direzione da Gelli e Ortolani ben sapendo che la sua accettazione sofferta arriva mente Gelli e Ortolani erano ormai uccel di bosco. “Non è lecito – risponde Cavallari – a un partito politico perseverare nella calunnia, ma questo partito deve anche sapere che la direzione non è di-sposta a sopportare un linciaggio di tipo fascista. Abbiamo già scritto che l’amministrazione giudiziaria ci sta bene perché preferiamo i carabinieri ai ladri, magari aggiungendo: come mai il partito socialista non ama una direzione che preferisce i carabinieri ai ladri?”.
CRAXI QUERELA, Pertini si offre per difendere il direttore in tribunale ma un mattino telefona sconsolato: non può, minacciato da una crisi di governo. Associazione Lombarda giornalisti e Federazione della Stampa impassibili: la tessera del partito li paralizza in un caricatura di sindacato. Lo lasciano solo, ecco la condanna: 100 milioni di multa, tre mesi di reclusione. Devono passare 13 anni perché la Cassazione concluda le inchieste su Craxi dando ragione ai carabinieri e torto ai ladri. Dopo l’ultima sentenza qualcuno riscrive la storia sul Corriere di Paolo Mieli, De Bortoli vice. Liberamente, con onestà. Ma le burocrazie mantengono i loro colonnelli. E il mattino dopo l’ultimo colonnello telefona contrariato: “Purtroppo ho visto l’articolo quando la prima edizione era andata, altrimenti l’avrei tirato via. A cosa serve rimescolare il passato”? Invece serve, perché i ragazzi devono sapere come si imbroglia la realtà sulla quale costruiscono la speranza. Quando lascia via Solferino, Cavallari torna nella Parigi per anni raccontata su Stampa e Corriere. Ricomincia da Repubblica: “Ah, les italien...”. Ritrova le cattedre dell’università: Paris II e Sorbonne. Confessa la solitudine nel libro La fuga di Tolstoj, anima della Russia contadina che scappa in treno alla ricerca di una impossibile libertà. Cavallari gli regala malinconia e amarezza che lo accompagnano in un esilio dall’apparenza soffice ma non lo é. Se ne va all’improvviso, estate 1998, nella notte, dopo l’ultima sigaretta.