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 2012  gennaio 20 Venerdì calendario

COSÌ L’OLANDA SACCHEGGIA LE ENTRATE FISCALI DEL PORTOGALLO

Può un Paese ricco, virtuoso e membro dell’euro criminalizzare i vizi di un Paese molto più povero del club e già pesantemente salassato dalla terapia d’urto dell’iper-rigore europeo, quando è proprio lui a drenarne allegramente e senza vergogna le entrate fiscali? Non è una domanda retorica ma cronaca europea. Jean de La Fontaine, qualche secolo fa, avrebbe raccontato questa incredibile storia, inventando la favola del vampiro del Nord e della cicala mediterranea. Già, perché lo spregiudicato mostro di virtù è la rigorista Olanda. La sua sfortunata vittima è il Portogallo, che da mesi boccheggia sotto i morsi di un’austerità draconiana, che tra l’altro, per accedere ai prestiti europei e dell’Fmi, l’ha costretto a drastici tagli della spesa pubblica, compresa la riduzione del 30% degli stipendi del settore pubblico (circa mille euro mensili prima della cura) e la scomparsa delle tredicesime. Il trucco per alleggerire impunemente - e paradossalmente nella più perfetta legalità europea - le casse lusitane è semplice: si avvale del regime fiscale olandese concepito per attirare i capitali societari, con una serie di agevolazioni ed esenzioni molto allettanti, compresa la non imposizione di utili e dividendi per i gruppi che li producono nelle filiali sparse nei Paesi extra-Unione europea, in nome del principio della non doppia tassazione. Quei profitti e dividendi verrebbero invece regolarmente tassati se gli autori avessero più banalmente scelto di risiedere fiscalmente nel rispettivo Paese d’origine invece che nel paradiso olandese. Non stupisce allora che ben 17 delle 20 maggiori società portoghesi, con grandi attività in Brasile, America Latina e Africa, abbiano deciso di trasferire la rispettiva sede fiscale in Olanda. Né stupisce che a Lisbona si sia presa in considerazione l’idea di adottare un’analoga esenzione per rimpatriare gettito, altrimenti perso al 100%. Niente da fare. Impossibile cambiare l’attuale norma perché il Portogallo è in deficit eccessivo e per di più aggiogato al programma di rientro concordato con Ue e Fmi quando l’anno scorso chiese gli aiuti. Non può quindi rinunciare a entrate fiscali, non importa se sono completamente teoriche, visto che al momento la concorrenza olandese è imbattibile. Algirdas Semeta, il commissario Ue alla Fiscalità, riconosce la sua impotenza ricordando che «il regime olandese fu analizzato nel 1999 dal gruppo incaricato di verificare se fosse o meno in linea con il codice di condotta sulla fiscalità delle imprese e giudicato alla fine giuridicamente compatibile». Morale: «Non si può attaccare un Paese in modo artificioso». Ragionamento ineccepibile. Che spiega come mai Bruxelles sia favorevole alla creazione quanto prima in Europa di una base imponibile comune consolidata per l’imposizione sulle società: se impossibile in tutti i 27 Paesi Ue, almeno in un numero ridotto (minimo 9) secondo la formula della cooperazione rafforzata. Tra l’altro Francia e Germania lunedì confermeranno l’intenzione di cominciare comunque a tirare dritto insieme su questa strada, come preannunciato da tempo. Il ragionamento non spiega però come disarmare l’Olanda, che insieme a Irlanda e Gran Bretagna quasi certamente si chiamerà fuori dalla partita, in difesa dei propri vantaggi competitivi. Sì, perché Dublino in qualche modo è ricattabile, potrà magari essere costretta a più miti consigli visto che, come il Portogallo, ha le mani legate da deficit eccessivo e aiuti europei (anche se il voto all’unanimità in materia fiscale potrebbe teoricamente metterla al riparo da indebite pressioni). L’Aja e Londra invece no, difficilmente potranno essere convinte a rinunciare ai lauti cespiti europei: quindi, salvo sorprese, resteranno la pericolosa spina nel fianco di qualsiasi avventura su questo fronte. Questa storia dell’Olanda che con una mano risucchia le entrate fiscali del Portogallo, mentre con l’altra stringe con entusiasmo e metodo le viti di un severissimo "fiscal compact" per l’eurozona, ricorda per molti aspetti quella della Germania di Angela Merkel: la castigamatti dei Paesi indisciplinati dell’euro nell’ultimo biennio è riuscita a lucrare sulle loro disgrazie sfruttando il differenziale dei tassi di interesse rispetto al Bund che le ha reso qualcosa come 9 miliardi extra. Serviti poi a finanziare sgravi fiscali per 8 miliardi a favore dei suoi concittadini. Con buona pace dei poveri greci che, obtorto collo, hanno pagato per favorire i ricchi tedeschi. Ci saranno anche cicale irresponsabili in Europa ma neanche i vampiri del Nord scherzano.