Stefano Folli, Il Sole 24 Ore 21/1/2012, 21 gennaio 2012
ITALIA DI DOMANI, PARTITI DI IERI
Proprio negli stessi minuti in cui si concludeva uno dei Consigli dei ministri più lunghi e rilevanti della nostra storia recente, il Quirinale diffondeva una nota rivolta al Parlamento e ai due presidenti di Camera e Senato. Coincidenza forse non voluta, ma significativa. Napolitano chiede di «accelerare» il percorso delle riforme con un triplice obiettivo: «assetti istituzionali, regolamenti parlamentari, legge elettorale». Lo chiede alle forze politiche, le cui delegazioni sono state ricevute al Quirinale nei giorni scorsi. E si aspetta che Schifani e Fini facciano quanto è in loro potere per aiutare questa accelerazione.
Significativa coincidenza, quindi. Ancora una volta il Capo dello Stato si rivolge alle forze parlamentari e le invita in modo pressante a non starsene con le mani in mano, ma a riempire la loro agenda con i temi del riordino istituzionale. C’è tanto da fare per chi vuole armarsi di buona volontà e corrispondere alle attese dell’opinione pubblica. Il rischio, naturalmente, è che l’impotenza dei partiti o la loro incapacità di inoltrarsi lungo il cammino delle riforme si traduca in frustrazione; e che la frustrazione, come è inevitabile, finisca per scaricarsi sul governo.
La preoccupazione di Napolitano è sempre la stessa: garantire una cintura di sicurezza intorno a Monti, impegnato nei diversi passaggi di una missione che cambia il volto dell’Italia; e al tempo stesso spingere i partiti a mettere a frutto i mesi finali della legislatura. Avendo ben chiaro, tra l’altro, il dovere di trovare l’intesa su una decente legge elettorale. Tutto questo determina un’alterazione costituzionale, come qualcuno ha sostenuto? È una tesi singolare, ma senza fondamento: riflesso di un vuoto nel dibattito politico che produce divagazioni un po’ surreali. E tuttavia il vuoto va colmato al più presto, proprio per non determinare conseguenze destabilizzanti.
Gli accordi sulle riforme peraltro non sono maturi. Siamo, a dire la verità, in alto mare. Certo, il governo non è in pericolo, per quanto il percorso di Monti sia irto di ostacoli. Bersani lo incoraggia ad andare avanti fino al marzo del 2013. Berlusconi fa battute («ci aspettiamo di essere richiamati in servizio»), ma in sostanza ammette che la compagine tecnica «è il male minore». Il terzo polo di Casini è più che mai la guardia pretoriana del premier-professore. Tutto questo, è bene riconoscerlo con chiarezza, non può bastare.
Un conto è «subìre» l’esistenza dell’esecutivo Monti con un atteggiamento passivo, come avviene in certi settori del centrodestra, ma anche - in misura minore - del Partito democratico. Un altro conto è sostenere il governo in Parlamento, concentrando però gli sforzi politici sulla riscrittura delle regole istituzionali. I partiti, nel loro complesso, non hanno ancora deciso se imboccare con decisione quest’ultima strada. Forse perché non sanno come affrontare il punto cruciale della legge elettorale. Di qui l’attivismo di Napolitano, figlio di un preciso timore: l’inerzia dei partiti produrrebbe oggi un danno insostenibile per il sistema.
Del resto, sarebbe opportuno accettare l’idea che Monti sta già ridisegnando l’Italia di domani. Un piano di liberalizzazioni come quello illustrato ieri sera dal presidente del Consiglio può piacere o non piacere, può apparire insufficiente o in parte lacunoso. Ma di sicuro ha un respiro politico che non può essere ignorato. Se è vero che l’Italia è anchilosata, Monti ha fatto in due mesi più di quanto abbia fatto Berlusconi in anni di governo. E allora quale sarà il futuro volto politico dell’Italia? Ieri sul "Riformista" Emanuele Macaluso svolgeva questa analisi: «La presenza del governo Monti agevola la formazione di un’opinione che guarda al Centro, considerando i negativi risultati, per motivi del tutto diversi, della coalizione di Prodi e di quella più recente e disastrosa di Berlusconi».
In altri termini i partiti non sanno come maneggiare una realtà nuova, in cui il leader "tecnico" sta già modellando il paese più di quanto non sia riuscito ai protagonisti della fantomatica Seconda Repubblica. Berlusconi dice che il governo Monti «non ha dato frutti», ma in realtà quello che l’ex premier teme è il successo, anche parziale, dell’esecutivo, non il suo fallimento. Ne deriva in ogni caso che immaginare un nuovo modello elettorale in queste condizioni è assai difficile. Perché non sono chiari gli equilibri fra le forze e soprattutto c’è qualche dubbio che il volto dell’Italia di domani piaccia ai partiti di ieri.