Bruno Pischedda, Domenica-Il Sole 24 Ore 22/1/2012, 22 gennaio 2012
TANTE PAROLE, NESSUNA CIFRA - A
cinquanta pagine circa dal via, I verbali del mercoledì reca un fraseggio degno di attenzione. È il gennaio 1949, si stanno approntando nuove collane, quando Antonio Giolitti suggerisce «di informare i consulenti romani sul procedimento delle vendite, in modo da poter più agevolmente controllare le esigenze del pubblico». Gli fa eco Felice Balbo, altro autorevole protagonista di via Biancamano, il quale «ritiene utile che Einaudi dia agli interessati dei dati già elaborati, in quanto i dati statistici in generale li potrebbero disorientare». Nel chiudere una faticosa parentesi, l’anonimo verbalizzatore annota, quasi rallegrandosi: «Einaudi approva». Tutto bene insomma, l’agorà editoriale è salva, il dibattito si snoda con passione; ma non un numero, una tiratura o una percentuale di resa verrà mai a funestare l’ovattata battaglia intorno a titoli e autori. Dai resoconti di riunione il criterio economico è rimosso sistematicamente, salvo poi riemergere per sbuffi e rimbrotti. Esempio ne sia un severo consulente come Delio Cantimori, ostile a Braudel, Nietzsche, Adorno, Musil, Husserl, però disposto a deporre i ferri dell’ideologia dinnanzi alle ragioni di una professionalità insidiata: «Ma dove volete che mi rivolga per trovarvi un traduttore (coi prezzi che fate, poi!)».
Inutile chiedere a un volume ciò che il volume non può dare; e se l’aspetto economico del fare libri non viene in luce, bisognerebbe mettersi l’anima in pace. Tuttavia colpiscono alcuni elementi in qualche modo connessi, o propedeutici al tema, primo fra i quali la struttura progettuale di casa Einaudi, concepita in senso partitico e per così dire a croce, così che Lenin e Gobetti possano comporsi senza traumi. Per un verso il più verticale centralismo: responsabili di collana, consiglio editoriale, direzione ristretta ("Comitato politico", "senatori"). Per altro verso un patto federativo, che nel periodo qui rappresentato significa tre sedi dialoganti e talora in vivace contrasto: Torino, Roma e Milano.
È evidente il disegno ambizioso di Giulio Einaudi (di cui è appena ricorso il centenario della nascita), ricalcato fuor di dubbio sull’esperienza di Laterza; però rimuovendo da quel modello il vizio monocratico, relativo alla figura di Croce come consulente e vate. L’edificio editoriale einaudiano si organizza pertanto in modo complesso e partecipato, secondo i moduli di un intellettuale collettivo. E proprio il contributo che è chiamata a fornire una vasta rosa di collaboratori qualificati (sino al limite della mobilitazione promozionale: le «Settimane Einaudi»), consente al marchio torinese di distendere nel tempo un progetto di cultura tendenzialmente egemonico. Quasi che la fedeltà, il legame di gruppo, da tratto tipico delle iniziative semiartigianali, possa tradursi in umanesimo progressista e non utilitaristico, non borghese.
In un prezioso libriccino dedicato ai volumi fuori commercio dello Struzzo, Einaudi sibi et amicorum, Massimo Gatta riporta un motto profondo del patròn Giulio: «l’editore non deve concepire l’insieme dei lettori semplicemente come un mercato, ma come una società civile. Questo lo obbliga a non essere mai indifferente al contenuto dei libri che offre e a ricordare sempre che un libro, prima di essere una merce, è e deve restare un libro, e rivolgersi non a un cliente, ma a un uomo». In effetti la parola "mercato" non è che non affiori in questi verbali, affiora eccome, però sempre subordinata a valori che la trascendono. Nella stessa assise del 1949, Einaudi stabilisce senza equivoci il "doppio binario" a cui dovrà attenersi ogni strategia futura: anzitutto il "valore letterario" dei volumi trascelti; cui fa seguito l’"interesse", il criterio della leggibilità, ma da intendersi come "interesse sociale e non puramente di mercato". E ancora un settecentista lungimirante come Franco Venturi potrà contrapporre, in un’opera edita, il successo immediato, di vendibilità, alla sua «eventuale durata».
Nitidissima è insomma la politica di catalogo che l’Einaudi verrà dispiegando negli anni Cinquanta e oltre. Altrettanto chiara è però la scissione aziendale che ne risulta: da un lato una nutrita corona di esperti economicamente disimpegnati; dall’altro un apice decisionista, Giulio Einaudi, a cui sono demandati i ragionamenti circa gli investimenti e i ricavi: entro questi precisi limiti, invero, si realizza la repubblica partecipativa dello Struzzo. I convenuti del mercoledì s’intrattengono spesso sulla "direzione culturale" da assumere nei confronti del Paese, ambiscono certamente a un «collegamento con tutte le forze della società». Ma lo strumento principe per ottenere un simile risultato è l’«equilibrio del programma nel suo insieme»; è la compostezza meditata delle collezioni.
Opportunamente Paolo Di Stefano, recensendo questo stesso volume sul «Corriere», ha parlato di "collanologia": cioè di un’accuratezza estrema nel concepire una serie con i testi che la giustificano unitariamente. Andrebbe tuttavia aggiunto che un simile criterio organicista, identitario, determina un accumularsi di progetti in certa misura giustapposti e poco comunicanti. Ne viene una chiara diffidenza per quelle politiche volte alla "rotazione di collana", già largamente sperimentate da Sonzogno e da Mondadori, e intese a sfruttare a fondo le potenzialità di un titolo presso una pluralità di pubblici adiacenti. In sostanza la dirigenza Einaudi prevede sì un intervento egemonico e a tutto campo: tanto giostrato sull’alto (accademie, università, insegnanti e giovani in via di formazione), quanto sul medio-basso (divulgazione, manuali, classici popolari). Però sembra restia a concepire una convergenza dei vari segmenti individuati; e anche l’intervento di Roberto Cerati, già sul finire degli anni quaranta, sarà risolutivo per una pianificazione oculata delle ristampe, piuttosto che per lo sfruttamento trasversale, pluricollana, di un testo edito.
Non è forse un caso se fra i cento e più verbali sinora raccolti le discussioni maggiori, le discordanze, le perplessità riguardano collezioni semi-economiche come la «Universale Einaudi» (sorta nel 1942) e la «Piccola biblioteca scientifico-letteraria» (1949). Su questo terreno il marchio torinese gioca le sue carte per un allargamento strategico del pubblico, per uscire dal cer-chio di una prestigiosità ristretta. Ma giusto qui incontra la concorrenza più agguerrita: il 1949 è anche l’anno della Bur, della «Universale economica» concepita dalla Colip (poi Feltrinelli), più avanti delle Edizioni di Rinascita.
La competizione, almeno in ambito letterario, sembra svolgersi lungo linee prevedibilmente ottocentesche, determinando un sensibile illanguidimento delle ambizioni attualistiche e militanti. E del resto il rifiuto di trasportare i testi da una serie all’altra, produce una sorta di schizofrenia opportunistica: mentre è sul piano di una cultura alta, storica e filosofica, che il marchio sconta i maggiori attriti con l’apparato dirigente del Pci; sul versante della divulgazione ne ricerca assiduamente l’alleanza (biblioteche di partito, promozione giornalistica).
Sono ormai decine gli studi dedicati a casa Einaudi, le interviste, le biografie, gli epistolari; ma forse a simili latitudini qualcosa ancora va detto.
In ogni caso sarebbe tempo di indirizzare la storia degli intellettuali che vi parteciparono e dei libri a cui misero mano (la "collanologia"), verso una storia editoriale vera e propria. Urgono dati di vendita, verbali di consiglio d’amministrazione, rapporti bancari; e non per censurare l’operato di questo o di quello, anzi per chiarire la magia grande di un editore alla conquista della modernità culturale, eppure così fragile ed esposto nelle sue strategie d’impresa.