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 2012  gennaio 22 Domenica calendario

VOLEVA ESSERE IL DANTE IRLANDESE - A

Dublino, mentre passeggiamo lungo la spiaggia di Sandymount nel vento, racconto a Seamus Heaney, il poeta appassionato lettore di Dante, che due dei più grandi scrittori irlandesi del secolo scorso, Joyce e Beckett, si sono, con Dante, divertiti un mondo: a Parigi, dove entrambi si trovavano, negli anni Trenta, in autoimposto esilio. Joyce era al lavoro intorno al libro che diventerà La veglia di Finnegan. Beckett era un giovane promettente appena laureato in francese e italiano. Joyce ha già pubblicato Gente di Dublino, Daedalus e Ulisse. È uno scrittore affermato. Conosce l’italiano, avendo vissuto a lungo a Trieste. Frequenta la Commedia da decenni. Ha dato una struttura dantesca a Gente di Dublino. In Daedalus, ha usato per la prima volta, su Dante, l’ironia sardonica: quando Stephen Daedalus, il protagonista, rivede la ragazza delle epifanie nel centro di Dublino, si sente dispiaciuto di averla trattata male, ma, pauroso di cadere in trappola sentimentale, chiude, come dice, quella «valvola» e apre invece «l’apparato refrigerante spiritual-eroico inventato e brevettato per tutti i Paesi da Dante Alighieri». Nell’Ulisse, Stephen ha la mente impregnata di Dante. Eccolo vedere le rime in sequenza di terzina, «tre per tre, ragazze che s’avvicinavano, in verde, in rosa, in marroncino, abbracciate l’una all’altra, per l’aer perso in lilla, in viola, quella pacifica oriafiamma, in oro d’orifiamma, di rimirar fé più ardenti». Della composizione dell’Ulisse, dirà: «Meraviglioso allora alzarsi la mattina ed entrare nelle nebbiose regioni della mia epica che prendeva forma, come Dante una volta era entrato nella sua selva oscura selva selvaggia». E il romanzo è, anche, un ricamo sulla Commedia, giocoso e serissimo. Sino alla fine, quando quella Penelope infedelmente fedelissima che è Molly Bloom echeggia la "candida rosa" nel suo fluviale monologo.
Con La veglia di Finnegan il gioco diventa serrato. Il 9 febbraio 1938 Joyce scriveva a Ezra Pound: «Non credo di aver mai lavorato così duramente neppure all’Ulisse. Galeotto è il libro e chi lo scrive». La doppiezza di questa dichiarazione (Galeotto intermediario tra due amanti, e galeotto=prigioniero) è tipica del modo in cui Joyce tratta Dante nell’opera. Più tardi, egli ebbe infatti a dichiarare: «Possa Padre Dante perdonarmi, ma ho cominciato da questa tecnica di deformazione per attingere un’armonia che sconfigge la nostra intelligenza come la musica». Metamorfosi e distorsione, dunque. La lettura (reading) di Dante in Finnegans Wake è perciò un raiding: un raid, un’incursione e rapina il cui modello è Dante stesso. «Il superboglio che qui inventa la scrittura», dice, «è in ultima analisi il poeta, ancora più dotto, che vi ha originariamente scoperto il raiding». Questo spiega perché Dante appaia in tante pagine della Veglia con nomi diversi, tutti decisamente buffi. C’è una Trinità formata da Dante stesso, Shakespeare e Goethe. Con Heaney, la recito in inglese: «that primed favourite continental poet, Daunty, Gouty, and Shopkeeper»: in italiano, con approssimazione, «quel primigenio poeta continentale, Dante / l’Intimidatore, Goethe / il Gottoso, Shakespeare / il negoziante». Dante è anche, però, una moltitudine di persone: per esempio Seudodanto, Aleguerre comme alaguerre (Alighieri), Undante umoroso (andante amoroso/disdante umoroso). E cosa fa uno dei protagonisti? «Compare e palpa tutte le raganze più dantellemente stuzzicanti nel libro dei poeti più lingeroso e longeroso. Guardate questo brano su Galilleotto!». Poi, ecco comparire una coda gigantesca: "così mastrodantica". È quella dell’Alligatore/Alighieri in persona. Allora viene l’esortazione: «Sfiorare Attraverso l’Inferno con i Pèpi del divin comico Dente Alligatore». Dante è il supremo Coccodrillo che tiene le mascelle spalancate per divorare il mondo intero con i suoi denti/danti. Ma è proprio come lui che Joyce ora si sente: richiamando a un certo punto il «sesto tra cotanto senno» col quale il fiorentino si parifica ai grandi poeti antichi, definisce se stesso «ersed irredent». Vuol dire: un fottuto irredentista, ma anche un irlandese non salvato, un culo irredento, e infine un «Dante irlandese». È proprio da questa parte del corpo, dal «culoso irredante», che Beckett riprenderà il gioco.