Roberto Casati, Domenica-Il Sole 24 Ore 22/1/2012, 22 gennaio 2012
FAMILISMO ELETTRONICO
Stefana Broadbent è un’antropologa digitale all’University College di Londra: si occupa del modo in cui le persone usano le tecnologie nella vita quotidiana. La sua ricerca mostra che c’è una dispersione delle modalità di uso nelle tecnologie. Per esempio, su cento contatti di un social network, quattro o cinque sono "caldi", e rappresentano l’80 per cento degli scambi; inoltre questi scambi sono multicanale, si diffondono su sms, telefonata, e-mail, chat, videochiamata. I legami intimi sono per così dire "robusti". La loro robustezza ha una importante conseguenza: il luogo di lavoro e la scuola tendono a essere invasi da questi scambi, cui è difficile resistere proprio per via della loro multimodalità. (Per l’aneddoto, una conoscente che insegna in un buon liceo classico di Roma confessa le difficoltà del corpo docente di fronte al cellulare tenuto acceso in classe, che viene imposto dai genitori per non perdere il contatto con i pargoli, evidentemente). La tesi di Broadbent (illustrata in L’intimité au travail, Fyp Editions, Limoges, € 19,50 www.usagewatch.org) è che la causa del cordone protettivo rispetto al cordone ombelicale è tendenzialmente persa.
In effetti c’è una questione fondamentale che non mi pare mai discussa a sufficienza: la novità tecnologica, che è un elemento fattuale, sembra contenere una dose di irresistibile normatività: «Tutti hanno il cellulare, quindi si deve usare il cellulare a scuola; la società innova, quindi la scuola deve insegnare a innovare». Il filosofo sa che è estremamente difficile passare dall’essere al dover essere, e non può che guardare con sospetto a questa pretesa normatività automatica. Guardiamo a questa situazione come a un problema di design. La scuola può essere considerata come uno spazio protetto – protetto perché inerte, lentissimo, resistente all’innovazione – rispetto alla normatività automatica. È assai interessante che gli studenti vadano a scuola per fare cose diverse da quelle che si fanno di solito nella società: passare ore a risolvere un problema astratto di matematica, o scrivere un tema sull’autunno, o disegnare, o anche soltanto stare fisicamente seduti in una classe e parlare con persone (abbastanza) diverse da loro. Poi uno può discutere di che cosa si insegna a scuola, se Manzoni sia meglio di Primo Levi o la trigonometria meglio della statistica, ma per intanto val la pena di osservare che la scuola dispone di spazio e tempo in modo competitivo... ma competitivo rispetto a cosa? Ci arrivo. Si odono continui riferimenti a un pretesa «mutazione antropologica» legata all’uso massiccio delle nuove tecnologie. Si parla di «nativi digitali», che sarebbero in grado di navigare in modo assolutamente fluido in una costante forma di multitasking, di dispersione. Stefana Broadbent osserva che non ci sono dati che confermino questa «mutazione». Le persone, è vero, sono sempre più costrette a lavorare in questo modo. Ma non è detto che lo facciano bene, e che la mente possa veramente essere educata alla dispersione.
Caroline Datchary, una sociologa dell’università di Tolosa, ha studiato in dettaglio il multitasking in svariati ambienti di lavoro: dal trader che è in constante allarme attenzionale in un ambiente sovraccarico di reti informazionali, al responsabile di una squadra di intervento nella rete fognaria, in un ambiente in cui «non c’è campo» e si è sconnessi dal mondo. Il primo accetta la dispersione per non lasciarsi sfuggire nulla, il secondo fa di tutto per evitarla per ridurre l’errore potenzialmente fatale in un contesto ostile (Caroline Datchary, La dispersion au travail, Octares Editions, Tolosa, € 20,00).
Il multitasking dipende quindi dai contesti; non è facile da gestire, perché la mente è sostanzialmente refrattaria a questo modo di lavorare.
Nel caso digitale il multitasking è un prodotto collaterale di scelte di design fatte in modo non molto ragionato tempo fa, e che non sono affatto scontate. Broadbent fa notare che quando costruite una pagina web (per esempio un blog, o descrivete la vostra identità su un social network) l’opzione per default è di lavorare con dei frame, delle partizioni dello spazio, che creano una dispersione di oggetti; a questo punto il cammino è segnato; i contenuti (la posta in arrivo, l’articolo imperdibile, il compito del giorno) devono competere tra loro per l’attenzione.
Se fatti non fummo a vivere dispersi, dobbiamo cercare soluzioni, che per il momento non sembrano essere generali. Si può per esempio ricompensare il multitasking, come propone Datchary: non è un modo naturale di lavorare, richiede un’energia particolare. Si può rinegoziare la normatività quotidianamente, caso per caso. Andate a una riunione o tenete un corso in cui i vostri interlocutori hanno un computer acceso davanti o la testa china sul blackberry ed è evidente che stanno facendo altro? Provate questo: «È chiaro che tutti vogliamo consultare la chat o la posta, per cui vi propongo di fare una pausa ogni 45 minuti, ma per adesso ho bisogno della vostra attenzione, grazie». Si può approfittare del design istituzionale già in atto: andrebbero difesi gli spazi protetti di cui già dispone la scuola, e si dovrebbe resistere all’introduzione senza vincoli di strumenti che favoriscono il multitasking quando non addirittura il suo cugino zapping. L’insegnante ha bisogno dell’attenzione degli studenti per capire se sta facendo bene. In una parola, il design ha cercato per decenni soluzioni per attirare l’attenzione. È giunto il momento di cercare soluzioni che la proteggano.