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 2012  gennaio 21 Sabato calendario

Soltanto l’occhio della mente è capace di guardare se stesso - Non avevo mai capito perché Oliver Sacks, che scrive libri estre­mamente belli ma per niente consolatori, avesse tanto successo di pubblico, sem­pre così bisognoso di consolazio­ni

Soltanto l’occhio della mente è capace di guardare se stesso - Non avevo mai capito perché Oliver Sacks, che scrive libri estre­mamente belli ma per niente consolatori, avesse tanto successo di pubblico, sem­pre così bisognoso di consolazio­ni. Se non quando mi è successo di incontrare qualche lettore sacksoniano e scoprire che l’auto­re inglese è spesso recepito come un narratore spirituale, come se fosse Herman Hesse, conferman­do la regola che in sostanza si scri­ve per essere fraintesi. A comin­ciare dall’equivoco umanistico tra mente e cervello. Invece, tan­to per cominciare, a differenza di James Hillman, ma soprattutto della maggior parte degli attarda­ti lett­erati neoplatonici fuori tem­po massimo, Sacks non userebbe mai parole equivoche come “ani­ma”. Come non la userebbero mai filosofi della mente come Da­niel Dennett o Thomas Metzin­ger. Nell’ultimo ultimo saggio di Sacks, intitolato L’occhio della mente e puntualmente pubblica­to da Adelphi (pagg. 288, euro 19), si susseguono altri splendori e miseri del cervello umano, e sen­za mai uscire da una narrazione intrigante perché determinista, rigorosamente evoluzionista, l’unica possibile se si è interessati ad approfondire la verità. L’oc­chio della mente di cui parla Sacks non è scambiare con il ter­zo occhio del chakra, illuminazio­ni nirvaniche, transverberazioni ecclesiali o altre insalate misti­che da mercatino delle pulci spiri­tuali. Al contrario, in tempi in cui si parla tanto di realismo ma si ra­giona ancora secondo credenze medievali, Sacks ci racconta co­me la realtà che vediamo non la vediamo con gli occhi ma attra­verso un complesso sistema di mi­lioni di neuroni localizzati nella corteccia inferotemporale, risul­tato di centinaia di milioni di anni adattamento.Inclusi i tanti “exap­tation” avvenuti all’interno del cervello, il ridispiegamento della funzione di un organo secondo un concetto preso a prestito da Stephen Jay Gould (che oltre a es­sere un grande paleontologo fu un grande amico di Sacks). Si stenta a crederci ma la stessa visione del mondo esterno, la per­cezione dello spazio, delle forme, dei colori, è una vera e propria ri­costruzione computerizzata del cervello, un modello tridimensio­nale molto complesso e soggetto a mille guasti. Basta perdere un occhio per perdere la visione ste­reoscopica, e vedere il mondo in due dimensioni. Eppure quante volte si sente ri­petere il luogo comune che il cor­po è una macchina perfetta, e pur­troppo gli umanisti sono ancora fermi al dualismo religioso del Seicento, ancora oggi nelle terze pagine oltre Cartesio non si va. Di certo il corpo è una macchina, e la coscienza umana non esiste sen­za il cervello, ma solo nella malat­tia e nella morte ci viene restituita tutta la nostra fragilità e identità più profonda. Anche per questa ragione le sto­rie di Sacks sono letterariamente importanti, perché la condizione umana per eccellenza è proprio la malattia: «gli animali si amma­lano, ma solo l’uomo cade radical­mente in preda alla malattia ». Co­gito ergo sum ma basta un ictus o un Alzheimer o una minima lesio­ne corticale perché la bella anima immortale delle anime belle va­da a farsi friggere. D’altra parte nei secoli passati non c’erano né PET né TAC né risonanze magne­tiche né tomografie computeriz­zate, e si poteva ancora star lì a cer­care sezionare ghiandole pineali in cerca di eternità. Ecco perché l’unica nostra con­creta speranza di specie è il pro­gresso scientifico, mentre i casi clinici narrati di Sacks, dal famo­so uomo che scambiò sua moglie per un cappello alla storia della si­gnora Lilian Kalir, che perde la ca­pacità cognitiva di riconoscere gli oggetti, diventano emblemati­ci­come i personaggi estremi di Sa­muel Beckett, biografie di meno­mazione e lotta con il quotidiano che mettono in evidenza il teatro dell’assurdo della vita e di ciò che spesso, nella vita, diamo troppo per scontato. Chi è affetto di alessìa può per­dere la capacità di leggere ma non di distinguere le singole lette­re. Nell’agnosia visiva diventa im­possibile riconoscere perfino gli oggetti più familiari come un cuc­chiaio o una tazza e, nei casi più gravi, ci si può perdere perfino a casa propria, tra la cucina e il ba­gno. Lo stesso Sacks è affetto sia da agnosia visiva che da prosopa­gnosia, una malattia corticale, congenita o acquisita, degenera­tiva o genetica, che impedisce di riconoscere i volti delle persone. Ma la capacità di riconoscere i vol­ti delle persone può essere anche culturale: per un cinese le facce di noi occidentali sembrano tutte uguali, come a noi quelle dei cine­si. Io, tuttavia, che al momento so­no affetto solo da me stesso e da mille ipocondrie, da quando ho studiato la prosopagnosia e ma­lattie cerebrali come la PCA, la uso come scusa per non vedere le persone con cui non voglio parla­re. E forse, volendo fare il furbi, è un altro segreto del successo dei libri di Sacks. Insomma, talvolta perfino se non si è malati scambia­re la propria mogl­ie per un cappel­lo può essere un ottimo espedien­te per liberarsene.