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 2012  gennaio 21 Sabato calendario

Bersani solo è l’icona della paralisi Pd - Dopo i manifesti in maniche di camicia e il primo piano col siga­ro­mentre scala i tetti dell’universi­tà, una nuova,struggente immagi­ne a­rricchisce l’iconografia del se­gretario del Pd

Bersani solo è l’icona della paralisi Pd - Dopo i manifesti in maniche di camicia e il primo piano col siga­ro­mentre scala i tetti dell’universi­tà, una nuova,struggente immagi­ne a­rricchisce l’iconografia del se­gretario del Pd. Colpa di una bir­ra, consumata in solitudine al pub Open Bala­din, dietro via dei Coronari, a due passi da Campo de’ Fio­ri, dove la movi­da romana in­contra la movi­da internazio­nale. Bersani, nel­la foto, è solo. Solissimo. Solo con la sua birra, un fascio di fogli e una penna. È giovedì sera. Sta correggendo la relazione che avrebbe poi pronun­ciato ieri all’Assemblea nazionale del Pd. Un appuntamento impor­tante - per quanto possano essere importanti le riunioni di partito in questo periodo - con un ordine del giorno impegnativo: privatiz­zazioni e liberalizzazioni, merca­to del lavoro, riforma elettorale, Europa,rapporti con gli (ex)allea­ti di Sel e dell’Idv. Ma ditutto que­sto non è quasi rimasto traccia: la forza di quell’immagine ha travol­to l’ora e mezza di relazione (per non dire del dibattito che ne è se­guito), e la fatica di redigerla, im­mortalata nello scatto notturno, si è infine dimostrata vana. L’autore della foto-che l’ha fat­ta circolare su Twitter con il com­mento: «Leader di grande partito del fu centrosinistra cerca compa­gni di bevute» - non è però uno qualsiasi. Anzi, si può dire che van­ti un pedigree eccellente nella grande famiglia della sinistra ita­liana. Luca Sappino, consigliere mu­nicipale di Sel nonché improvvi­sato ritrattista del segretario del Pd, è infatti figlio di Marco Sappi­no, per molti anni capo del servi­zio politico all ’Unità e poi porta­voce di Veltroni, ed è nipote di Gio­vanni Berlinguer, professore eme­rito di medicina sociale, dirigente storico del Pci nonché fratello del più noto Enrico (e cugino dell’ex ministro dell’Università Luigi). I tempi cambiano, a quanto pare, e certo nessuno avrebbe potuto im­maginare che un piccolo Berlin­guer paparazzasse l’ultimo segre­tario di quel che resta del Grande Partito. Sul web, dove una miriade di sfaccendati deve ogni giorno tro­vare qualcosa di divertente su cui accapigliarsi, la foto solitaria di Bersani è esplosa come una bom­ba, scatenando una pioggia di commenti, a favore e contro, e na­turalmente più contro che a favo­re. A grandi linee, si sono affronta­te due scuole di pensiero: i conser­vatori hanno visto in quella solitu­dine il simbolo di una rettitudine, di una semplicità e di un rigore de­gni di un autentico leader; i mo­dernisti hanno ironizzato su quel­la stessa solitudine, scorgendovi il segno di una ben più drammati­ca solitudine politica: «Obama canta all’Apollo Theatre e Bersani beve da solo al bar», ha commen­tato un modernista. E un altro ha ironizzato: «Chi non beve in com­pagnia o è un Bersani o una spia ». A essere onesti, nessuno sa che cosa Bersani abbia fatto prima e, soprattutto, dopo lo scatto malan­drino. Per quanto ne sappiamo, potrebbe essersene tornato me­stamente a casa, oppure potreb­be essere stato raggiunto al tavolo da tre top model californiane. Ed è bene così: è bene non sapere che cosa fanno i politici quando esco­no dal Palazzo. Non perché ci sia nulla di male nel bere una birra (da soli o in compagnia), ma per­ché non sono affari nostri. Ad ogni modo, qui la violazione della privacy è minima: e proprio per questo il significato simbolico della foto è risultato subito eviden­te. A nessuno interessa veramen­te dove fosse Bersani quella sera; ma a tutti, vedendolo solo, è sem­brato di vedere l’isolamento del Pd - stretto fra le lusinghe del go­verno «riformista e liberale» e il ri­chiamo della foresta dei Vendola e dei Di Pietro- e la solitudine poli­tica del suo segretario, tirato ad ogni passo per la giacca dai rifor­misti e dai massimalisti, dai veltro­niani e dai dalemiani, dai popola­ri e dai rottamatori. La solitudine di Bersani- e qui il problema si fa più serio - si tradu­ce in un’incapacità cronica a deci­dere, in una ricerca estenuata del­la mediazione verbale e del rin­vio, in un culto retorico dell’appel­lo all’unità interna che indeboli­sce il Pd e ne appanna l’immagi­ne. «Con Monti, ma fare di più», come le agenzie hanno titolato la relazione di Bersani, non signifi­ca niente e lascia tutti i nodi irrisol­ti. Una cosa è la solitudine; un’al­tra, ben peggiore, è la paralisi.