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 2012  gennaio 21 Sabato calendario

“Con Vittorini dai Navigli ai bestseller” - «Non sono un intellettuale, tanto meno engagé . Sono un editore, con una vocazione direi totale e un’unica finalità: pubblicare, in buone edizioni, buoni libri, di buona qualità siano essi romanzi saggi o poesia

“Con Vittorini dai Navigli ai bestseller” - «Non sono un intellettuale, tanto meno engagé . Sono un editore, con una vocazione direi totale e un’unica finalità: pubblicare, in buone edizioni, buoni libri, di buona qualità siano essi romanzi saggi o poesia. Fuori casa editrice sono solo un normale cittadino con decenti idee su politica, società, valori civili. Certo le idee uno le porta con sé in quel che fa. Però gli itinerari nel mio caso non sono due ma uno, che ha improntato tutta un’esistenza: da quando a vent’anni speravo di entrare in casa editrice». Luigi Brioschi, l’«editore ideale» di Gobetti? Non proprio. «Gobetti è stato prima intellettuale che editore, in questo senso non ha rappresentato per me una speciale figura di riferimento. Se l’editore è un ponte tra creatività e mercato, non deve stare in mezzo: per poter fare la sua proposta deve stare di più dalla parte della creatività». Avventuroso con ordine, curioso con lombardo realismo (nonché quasi struggente legame con Milano), classico come le sue cravatte regimental, i completi british, il profilo severo: così, in apparenza. Ma l’uomo-libro della Guanda, è prima di tutto un editore-innamorato, un talent scout spesso infallibile quanto spericolato che alimenta una «smodata» passione tra incessanti letture, siano Flaubert e Joyce o Jonathan Foer, una delle sue scoperte americane, o siano state, all’inizio, le traduzioni: Updike, Vonnegut, Dos Passos, riferimenti già precisi, per le quali ha «obbedito» all’ordine di Vittorio Sereni, il suo poeta più amato: «tradurre è un’ispirazione ma al servizio del testo». Non engagé, meglio. In una prospettiva libera, Brioschi è, anche come editore, «al servizio». Dalla traccia di una intransigenza di gusto oltre che di comportamenti, sono percorse le sue scelte: «Ho pubblicato Il corpo del Capo (Belpoliti 2009) perché era un ottimo libro basato su un’ottima idea. Non pubblicherei uno scadente pamphlet su Berlusconi. Pubblico Pascal Bruckner, forse il miglior polemista francese, per la qualità letteraria dei suoi saggi, anche se sulle idee non sono sempre d’accordo. Il nostro Almanacco , diretto da Polese, ha trattato sinora, oltre che di musica, di satira, anche di Malitalia, mafia, cricche, razzismo, il che riflette un prevalere di preoccupazioni politico-civili. Una passione di sempre, che avrà pur avuto un inizio. «Nei primi Anni 60, mentre facevo Legge, cominciai a frequentare Vittorini, marito di una mia prozia, Ginetta Varisco. Andavo nella loro casa di via Gorizia, affacciata sulla darsena, un angolo della vecchia Milano. E lì si parlava soprattutto di narrativa, di quel che si pubblicava (in quegli anni tenevano banco gli autori del nouveau roman, e si discuteva di letteratura e industria: erano usciti da non molto Memoriale di Volponi e Donnarumma all’assalto di Ottieri). La figura di riferimento per me è stato Elio e non come intellettuale, ma come editore o editor, come campione di una editoria di ricerca e di progetto». Prima di Vittorini, non ancora sognando di fabbricarli quali sono stati i «suoi» libri? «Da adolescente, Lord Jim , un dono forse di compleanno. Fino ad allora, Verne, London, Salgari. Lord Jim fu la scoperta di un essenziale ingrediente narrativo, l’ambiguità. Conrad fonda un intero romanzo sull’ambivalenza, su una insanabile contraddizione. A 16 anni, dopo aver letto per la prima volta Guerra e pace , in una cattiva traduzione, avrei detto forse Tolstoj. Dopo, scegliere diventa impossibile anche se è Shakespeare l’inesauribile, vasto come la natura, per citare Harold Bloom». Oltre al Bardo, gli autori per sempre? «I poeti: Caproni, Raboni, Montale, per ritornare poi sempre su Sereni. I narratori che hanno cambiato il volto al romanzo, che hanno cambiato la lingua del narrare: Flaubert, Joyce, Céline, Beckett, Bernhard... I grandi innovatori, che hanno influenzato generazioni di scrittori. L’ Ulisse ha molti figli e nipoti...». Da Rizzoli nel 1980 era già direttore della narrativa e ha portato tra gli altri un autore come Coetzee con «Aspettando i barbari». Però in via Mecenate era approdato fin dal 1968. «Fu Vittorini, con la sua naturale generosità, a presentarmi Giansiro Ferrata, Ottieri (“una intelligenza senza compromessi”), del Buono, e fu anche grazie a del Buono che entrai alla Rizzoli, come redattore di narrativa straniera. Ricordo benissimo il primo libro di cui mi occupai: The Sot-weed Factor di John Barth. La traduzione, eccellente, era di Luciano Bianciardi». Diverso il carattere dominante di altro protagonista dell’editoria, Mario Spagnol. «Spagnol ha avuto un grande ruolo, prima di tutto nello svecchiare l’editoria italiana. E in questo senso varrebbe la pena di guardare soprattutto al suo periodo rizzoliano, messo forse un po’ in ombra dai successi dell’ultima stagione. In quei primi Anni 70 Spagnol impone l’uso del conto economico, e inventa per così dire il publishing, a partire dalla vestizione del libro. Frattanto pubblica Meneghello, Manganelli, Testori, Soavi, Flaiano, Cassola, Campanile, Landolfi, Wilcock...». Brioschi, direttore di Guanda dal 1987: come era; come è diventata da allora la casa editrice di Lorca, Auden, Neruda? «Guanda, che quest’anno compie 80 anni, è oggi parte di un grande gruppo, conservando una piena indipendenza editoriale, della quale io sono il garante, ma che riflette anche una precisa filosofia di gruppo. Nel 1987 aveva, diciamo, una certa difficoltà di respirazione. A partire di lì la Fenice ha riscoperto la sua vocazione e questa è stata la sua fortuna. Scoperta di nuovi valori e autori. Gran parte degli autori acquisiti sono stati colti ai loro inizi: Nick Hornby, Irvine Welsh, Adam Thirlwell, Catherine Dunne; e Luis Sepúlveda, Almudena Grandes; e ancora, Arundhati Roy e Jonathan Safran Foer e Nicole Krauss… Ma oltre alla scoperta, ha contato la costanza nell’investimento sull’autore che continua a reggersi nella sintonia intellettuale e anche nella vicinanza umana. Sbaglia chi pensa che tra editore e scrittore ci sia solo un matrimonio di interesse. Ho visto pericolose fratture più per il logorarsi di un rapporto personale che per questioni di quattrini». Due autori, anche casi editorialmente istruttivi per il modo in cui sono arrivati nel catalogo Guanda: Sepúlveda e la Mastrocola. «Scoprii Il vecchio che leggeva romanzi d’amore leggendo L’Express . Non conoscevo l’autore, e neppure l’editore, Anne-Marie Metailié, che poi è diventata un’amica. Mi incuriosì, lo lessi, e mi conquistò. Certo sarei un bugiardo se dicessi che già allora ne prevedevo il grande successo (i libri di Sepúlveda hanno venduto oltre sei milioni di copie in Italia). Quanto a Paola Mastrocola, era il ’99, mi chiamò Marta Morazzoni che quell’anno era nella giuria del Calvino per l’inedito, ed era sicura che il libro vincitore, La gallina volante , avrebbe potuto interessarmi. A lei era molto piaciuto. Ci procurammo il manoscritto, e poi, con qualche difficoltà, il numero di casa. Mi rispose il marito, Luca Ricolfi. Paola era a scuola. Ecco un caso in cui il suggerimento di una persona amica è stato prezioso. Ma del resto è stato così anche per Biondillo, Vichi, Missiroli, Banda...». E l’incontro con Welsh, il capofila della «chemical generation»? «Il primo fu un incontro mancato, quando cercai inutilmente di vedere a Londra la pièce tratta da Trainspotting. Intanto il libro scalava le classifiche e dall’Italia non arrivavano offerte. Penso che questa latitanza fosse dovuta al timore che il libro fosse intraducibile: alla virulenza dei contenuti corrispondeva una lingua altrettanto turbolenta e aggressiva. Welsh lo vedemmo in seguito, a romanzo acquisito, in un ristorante londinese e non fu un incontro facile, si faticava a capire la sua pronuncia scozzese (ora va molto meglio), ma Irvine dimostrò subito una sua aspra cordialità e simpatia (e posso annunciare per quest’anno il nuovo libro, Skagboys , che riporta in scena i protagonisti di Trainspotting )». Quali sono stati i rapporti più proficui con gli editori stranieri? «Nella primavera del 2001 Beatriz de Moura mi mandò in bozze il romanzo di un autore spagnolo a me sconosciuto, che avrebbe pubblicato di lì a poco. Lo lessi con entusiasmo e lo acquistammo. Era I soldati di Salamina di Javier Cercas. «Ogni cosa illuminata», o quasi. E l’ultima scoperta. Brioschi, l’editore che lavora con la «chiave a stella», non disdegna un po’ di caos, almeno nella libreria di casa. . «Non ho mai voluto avere un metodo. La libreria è in fondo un luogo di avventure e di sorprese. Ecco l’edizione Anni 60 delle Gomme di Robbe-Grillet che ti ricorda un’infatuazione giovanile per l’”école du regard”, una copia di Impressioni d’Africa (Roussel) che ha resistito eroicamente alla tua indifferenza, ecco il libro cui si ritorna periodicamente (Bruno Schulz, Le botteghe color cannella ), e lo scrittore con cui c’è una immensa confidenza (Gadda). Quella sfilata di dorsi è in realtà il nostro interlocutore in un colloquio che continua».