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 2012  gennaio 21 Sabato calendario

Il femminismo passa anche da Casablanca - Ve lo ricordate il finale di «Casablanca»? Sì, quello romantico da morire, in cui Bogart lascia credere alla Bergman che loro fuggiranno insieme, ma all’aeroporto la convince a partire con suo marito, impegnato nella Resistenza? Bene, a trasformare quel che avrebbe potuto essere uno tra i tanti film avventurosi di propaganda contro il nemico in una storia d’amore divenuta leggenda, furono in parte motivi commerciali

Il femminismo passa anche da Casablanca - Ve lo ricordate il finale di «Casablanca»? Sì, quello romantico da morire, in cui Bogart lascia credere alla Bergman che loro fuggiranno insieme, ma all’aeroporto la convince a partire con suo marito, impegnato nella Resistenza? Bene, a trasformare quel che avrebbe potuto essere uno tra i tanti film avventurosi di propaganda contro il nemico in una storia d’amore divenuta leggenda, furono in parte motivi commerciali. Infatti, già prima dell’inizio della guerra si stimava che, negli Usa, il 70-80% del pubblico fosse composto da donne e che - cosa più rilevante - fossero le ragazze a scegliere il film, mentre i ragazzi pagavano il biglietto. E’ una tra le informazioni interessanti, e poco note, che ci fornisce Silvia Cassamagnaghi nel suo Quando lo zio Sam vol- (Mimesis, pp. 257, 17), accurato studio sul ruolo femminile nel tempo in cui la maggioranza degli uomini americani era stata inviata al fronte, a controbattere il pericolo nazista. Con mezza popolazione sotto le armi, l’altra metà aveva iniziato a lavorare, a diventare parte attiva della società statunitense. Sociologi, storici ed economisti ritengono gli Anni Quaranta un decennio spartiacque in tema, nella storia della nazione. Le americane presero coscienza delle loro capacità: non è affatto peregrino affermare che i semi per la nascita del femminismo furono gettati proprio da codesta inclusione nella forza-lavoro. E il cinema? A guardare le pellicole dell’epoca, è evidente che esse «distribuivano in egual misura fede e fatalismo, fornendo modelli forti e positivi attraverso cui le donne potevano riportare ordine nel caos della guerra e delle loro vite». Regolata dai rigidi vincoli del Production Code (il famigerato Codice Hays, che dettava tutti una serie di divieti fin grotteschi al cinema nazionale), la presenza muliebre sullo schermo era costretta nella camicia di Nesso d’un moralismo bigotto: anche la succitata conclusione di «Casablanca» aveva dovuto soggiacervi. Se per un mutamento radicale i tempi non erano ancora maturi, è pur vero che qualcosa iniziava a muoversi: ad esempio, un film come «La signora Miniver» (1942) poneva al centro una figura femminile energica e volitiva, sino ad allora inusuale. Peraltro, fu lo stesso ufficio Hays a essere in buona misura responsabile dell’emergere di un’immagine di donna più aderente alla nuova figura di «working woman» che s’affermava nella nazione. Erano già apparsi, in celluloide, esempi d’emancipazione. Attrici come Marlene Dietrich, Bette Davis o Katharine Hepburn, personaggi quali la Rossella O’Hara di «Via col vento» (1939) o la Jezebel de «La figlia del vento» (1938) appartenevano, però, a una sorta di aristocrazia del proprio sesso, remote e inimitabili nella loro eccezionalità; il neonato genere del «woman’s film» parlava, invece, di donne comuni, così forti da essere protagoniste del proprio destino. Non si potevano infrangere del tutto le convenzioni, ovviamente: l’esortazione a essere fashionably correct, a vestire in maniera elegante e seduttiva si ricollegava alla Hollywood classica, a quegli Anni 30 al cinema inclini «a presentare le donne come fascinosi oggetti da emulare e “consumare”». In ogni caso, da spettatrici o da attrici, le donne con il loro ingresso nell’attività lavorativa cambiarono in modo consistente la costituzione del corpo sociale: ciò risultò assai chiaro quando, alla fine delle ostilità belliche, 2,25 milioni tra loro lasciarono il lavoro e un altro milione fu licenziato fra il settembre del ’45 e il novembre del ’46, ma - nello stesso periodo - quasi 2,75 milioni furono assunte, con un saldo negativo di sole 500.000 unità. Era il segnale che le donne non rinunciavano affatto alle loro recenti conquiste, che preferivano - invece d’essere meri angeli del focolare - vivere. Avere giornate liete, uscire di sera, andare in vacanza, fare l’amore. Perché, si sa, il paradiso può attendere.