GIANNI RIOTTA, La Stampa 21/1/2012, 21 gennaio 2012
“Ci aspettano anni di bassa crescita Dobbiamo riuscire ad adeguarci” - Alla Booth School of Business, nel freddo di Chicago, il professore Raghuram Rajan, in camicia scozzese, sembra appena un fratello maggiore dei suoi studenti, i laureandi che andranno a breve a fare i manager nel mondo della più grande crisi dopo il 1929
“Ci aspettano anni di bassa crescita Dobbiamo riuscire ad adeguarci” - Alla Booth School of Business, nel freddo di Chicago, il professore Raghuram Rajan, in camicia scozzese, sembra appena un fratello maggiore dei suoi studenti, i laureandi che andranno a breve a fare i manager nel mondo della più grande crisi dopo il 1929. Niente di quello che hanno imparato sui classici, Smith, Keynes, Schumpeter, Taylor, la «scuola austriaca», appare più in grado di rilanciare la crescita e creare quei posti di lavoro che emigrano verso Cina, Brasile, India dove, a Bhopal, Rajan è nato e cresciuto. Davanti al suo ufficio quello del collega italiano Luigi Zingales, che con Rajan ha scritto il saggio «Salvare il capitalismo dai capitalisti» da Einaudi: e lo stesso editore tradurrà, a marzo, «Faultlines», linee di frattura, il lavoro di Rajan che rivoluziona il giudizio sulla crisi. Consulente del premier indiano Singh, a lungo capo economista del Fondo Monetario, Rajan legge le nostre difficoltà non solo in economia, ma anche nella società e tra le famiglie: «Non bisogna guardare alla crisi partendo solo dagli ultimi anni. Il ceto medio si sta impoverendo. I governi provano a reagire, espandendo il credito - strategia che ha più rapido impatto rispetto a stimolare la crescita nel lungo periodo - e lo fanno proprio per far fronte alle preoccupazioni del ceto medio, ritrovandosi alla fine con la crisi delle banche. L’invecchiamento della popolazione comporta un costo che può essere sostenuto solo dall’incremento dell’efficienza. Questo non significa che possiamo permetterci già di ridurre l’intervento statale. No: la novità radicale cui la crisi ci obbliga è realizzare nuovi tipi di interventi governativi. Dobbiamo preparare studenti e lavoratori al mercato del lavoro futuro, non a quello passato. Al tempo stesso rendere il settore finanziario stabile. Uno sforzo ingente». Rajan è stato il primo teorico a vedere come l’espansione dello stato sociale dagli anni ‘50 ai ‘70, accompagnata dalla rivoluzione tecnologica e malgrado le riforme di Reagan e Thatcher, non abbia saputo insegnarci a crescere nel mondo globale. Illusi di restare «primi», abbiamo puntato sul debito, pubblico o privato, raccogliendo quelli che l’economista Cowen chiama «i frutti dei rami bassi», la crescita facile. «La crisi è una tragedia per la classe media, colpita sul lavoro e la pensione. Chi entra oggi nel mercato del lavoro sa che la possibilità di avere un futuro comporta la riduzione dei “privilegi” di una volta, soprattutto in paesi europei come Italia o Germania. Ora i governi devono puntare su un’adeguata formazione per le persone e la stabilità del settore finanziario. Il progresso tecnologico rende la formazione acquisita in passato non adeguata a competere sul mercato. Anche il mio lavoro di docente universitario, si deve confrontare con la possibilità che un bravo professore offra gratuitamente su internet le proprie lezioni. Come difendo il mio lavoro? Il valore aggiunto è la creatività, che però non è alla portata di tutti. Però tutti sono chiamati a cambiare per preservare il benessere. Non sarà facile». Oggi, a un convegno della Fondazione Italcementi ne parleranno due donne, Emma Marcegaglia e Susanna Camusso, che guidano rispettivamente l’associazione delle aziende e il più grande sindacato italiano: come creare e difendere l’occupazione? «Negli Stati Uniti l’80% dei posti di lavoro si concentra nei servizi, l’occupazione cala nel manifatturiero. Focalizziamoci sul terziario, professionalità di alto livello e servizi non specializzati. Non possiamo proteggere il mercato del lavoro mantenendolo immobile, il protezionismo si aggira. Ricordiamo i posti di lavoro perduti, ma non sappiamo indicare le professionalità nuove da sviluppare. Sono loro la crescita, là si crea una forza lavoro adeguata, tra sanità e formazione. Ci deve essere dialogo tra Università, imprese e istituzioni locali». L’opinione pubblica spesso finisce per prendersela con la «globalizzazione». L’astio per il mercato globale unisce destra e sinistra, Tea Party e Occupy Wall Street. «India e Cina sono due enormi paesi, ma spesso nell’occidente industrializzato, li si considera solo una minaccia: “Come possiamo competere con questa massa di lavoratori”? Si dimentica che ogni lavoratore che raggiunge un certo benessere è un consumatore, che aspira ad acquistare i prodotti fabbricati in occidente. Possiamo guadagnare tutti, il mercato si è evoluto. L’Occidente guardava a India e Cina come a un riflesso di sé: ora deve invece produrre tenendo conto del mercato reale dei paesi emergenti, e non di un’immagine falsa. Il mercato reale in Asia e America Latina è un’enorme classe media, che magari guadagna diecimila euro l’anno quando si trova in una condizione di benessere. Cosa produrre per raggiungerla? I prodotti che hanno successo là, non sono gli stessi che funzionano tra noi. Le aziende dei paesi industrializzati devono rinnovarsi per i mercati nuovi, capirne le necessità». Forse l’esperienza di Rajan, nato in una città indiana sinonimo di sofferenza, Bhopal, e attivo nella frenetica metropoli della Borsa “futures”, Chicago, lo persuade che la crisi non sarà Apocalisse. Abbiamo perso privilegi, ma ne verremo fuori: «Questo è il momento più critico nella storia del capitalismo. Se rivolgiamo lo sguardo al passato, iniziamo a dire “no, questo non funzionerà”, “abbiamo paura degli emergenti”, “addio al futuro”. Se i governi soccombono al populismo, rischiano protezionismo e conflitti. Abbiamo già vissuto questa reazione negli anni Trenta, ma dopo crisi e guerra abbiamo avuto lo stato sociale, possibile perché, dopo le devastazioni, vi era la previsione di lunga crescita. Sperando di non arrivare a nuove guerre, dobbiamo rimodellarci per anni di crescita contenuta. Spero che la fiducia prevarrà, che le riforme saranno accettate senza troppa rabbia contro il sistema. Non perché il sistema funzioni perfettamente, dobbiamo ridefinire l’intervento pubblico, formare la forza lavoro, stabilizzare la finanza. Ma il capitalismo, l’imprenditoria libera, sono da preservare».