Questo sito utilizza cookies tecnici (propri e di terze parti) come anche cookie di profilazione (di terze parti) sia per proprie necessità funzionali, sia per inviarti messaggi pubblicitari in linea con tue preferenze. Per saperne di più o per negare il consenso all'uso dei cookie di profilazione clicca qui. Scorrendo questa pagina, cliccando su un link o proseguendo la navigazione in altra maniera, acconsenti all'uso dei cookie Ok, accetto

 2012  gennaio 23 Lunedì calendario

GOTT E IL FASCINO DEI VIAGGI NEL TEMPO

«Viaggiare attraverso il tempo, dal presente al futuro o al passato? In teoria è senz’altro possibile. Non lo era quando Herbert George Wells scrisse, nel 1895, il suo capolavoro La macchina del tempo e la scienza riteneva quest’idea un’assurdità. Soltanto 10 anni dopo, però, la relatività ristretta di Einstein ha dimostrato che l’orologio di un aereo in viaggio verso est, sommando la sua velocità a quella della rotazione del nostro pianeta, segnava il tempo più lentamente di uno collocato a terra. E, con successivi esperimenti, è stato osservato che, avvicinandoci alla velocità della luce, le particelle morivano più lentamente. Insomma, lo scorrere del tempo veniva quasi annullato». Fa subito un esempio Richard Gott, celebre astrofisico che insegna da anni a Princeton (l’università-santuario di Einstein, Kurt Godel e John von Neumann), autore di bestseller come Viaggiare nel tempo (Mondadori), entrato nel Guinness dei primati per aver individuato con Mario Juric la più grande struttura dell’universo (la Sloan Great Wall, lunga 1,37 miliardi di anni luce) e scintillante protagonista del Festival delle scienze all’Auditorium, conclusosi ieri con 21.000 presenze in quattro giorni: «Un viaggiatore che volesse raggiungere la stella Betelgeuse, distante da noi 500 anni luce, ritornerebbe nel 3012 sulla Terra invecchiato di appena 10 anni se si muovesse alla velocità del 99,995 per cento di quella della luce. Dopo un millennio!». Aggiunge: «L’ostacolo maggiore, lo riconosco, sono i costi altissimi di questi esperimenti».
E’ uno spettacolo - un’impensabile sintesi di 2001 Odissea nello spazio, Alice nel paese delle meraviglie e le più audaci ma rigorose dottrine della fisica - seguire Gott mentre parla dei viaggi nel tempo, soave, astrale come si conviene a un cosmologo di rango, con indosso una luminosa giacca turchese pallido di cui è giustamente orgoglioso e ben si accorda con i suoi occhi chiari che emanano una contagiosa letizia.
Cita un altro esempio: «Se mandassimo un astronauta a vivere 30 anni su Mercurio, al ritorno sarebbe invecchiato di 22 secondi...». Fa una precisazione tutt’altro che trascurabile: «L’interesse di fisici e cosmologi per i viaggi del tempo non è affatto un’eccentricità intellettuale. Capire come funzionano le leggi della fisica in situazioni estreme può portarci a scoperte di straordinario interesse generale».
E’ più facile, comunque, viaggiare nel futuro che nel passato: «In questo caso dovremmo passare dalle nostre conoscenze dello spaziotempo di Einstein a quelle della meccanica quantistica e, nella fisica dei quanti, le cose si complicano perché la dimensione del tempo è praticamente assente e dovremmo anche saperne di più sulle leggi della gravità quantistica». Gott ha proposto una soluzione, che si basa sulla relatività generale. La spiega servendosi di due cordicelle e del modellino di un’astronave: «Se consideriamo due stringhe cosmiche (la cui esistenza è ancora ipotetica ma probabile), grazie alla loro forza antigravitazionale, un viaggiatore a bordo della mia astronave saltando da una corda all’altra in uno spazio curvo (più breve di uno rettilineo, cosa che gli permetterebbe di superare la stessa velocità della luce...) potrebbe fare altrettanti viaggi nel tempo, pure nel passato». Questa teoria, che consentirebbe anche di creare una macchina del tempo (rivela con autoironia: «C’è chi crede che io ne abbia una nascosta nel garage!»), ha ispirato il bestseller di un altro famoso cosmologo, Paul Davies.
La curvatura dello spazio scoperta dalla relatività generale ha suggerito al fisico di Princeton un’altra affascinante ipotesi che lo ha reso ulteriormente famoso: quella dell’Universo Madre, formulata nel ’96 con il fisico Li-Xin Li e considerata una delle più attendibili sulle origini del Tutto. «La fisica moderna», dice lo scienziato americano, «ritiene che il Big Bang abbia generato un’inflazione di baby-universi collegati tra di loro come i rami di un albero. Io e Li-Xin Li abbiamo proposto l’idea che uno di loro si sia piegato su se stesso, diventando un tronco capace di autogenerarsi, un modello di universo che si è creato ciclicamente da solo». E, riflettendo sul suo Universo Madre, Gott si concede un altro soave e compiaciuto sorriso.