Antonio Debenedetti, la Lettura (Corriere della Sera) 22/01/2012, 22 gennaio 2012
IL GIAGUARO CHE FACEVA LE FUSA
Sono passati duecento anni dalla nascita di Dickens (Portsmouth, 7 febbraio 1812), il romanziere vittoriano più seguito dal grande pubblico che apprezzava la sua capacità di fondere il melodramma con il giornalismo. Ma gli altri, cioè gli addetti ai lavori, gli snob, i familiari? Sorprendente è una delle figlie dello scrittore, Kate, che ebbe a dichiarare: «Mio padre era un uomo cattivo, anzi cattivissimo», affannandosi ad aggiungere di averlo però amato «più di ogni altro al mondo». Perché? La risposta è stata: «Lo amavo per i suoi difetti». Pover’uomo! Anche perché la mitica Virginia Woolf, lasciandosi trascinare da una crudele ironia salottiera, è arrivata persino a definirlo «scrittore inconsapevole». È suo anche questo graffio: «Ci vuole la collaborazione di diverse persone per fare un buon romanziere, ma di queste almeno due — il poeta e il filosofo — non hanno mai risposto al richiamo di Dickens».
Dalla parte di Charles, con l’intelligenza d’un grandissimo critico e l’estro d’un giornalista attaccabrighe per eccesso di temperamento, si è schierato Edmund Wilson. Nel saggio I due Scrooge, che inaugura la raccolta intitolata La ferita e l’arco, si legge che Dickens «è il più grande scrittore drammatico che gli inglesi abbiano avuto dopo Shakespeare». Un’esagerazione? L’estro polemico autorizza tutto. Giorgio Manganelli poi, valendosi delle più sofisticate ingegnerie del metalinguaggio, ha trasformato Dickens in un animale letterario «tra giaguaro e gatto domestico». Chissà, la stravaganza a volte si rivela la migliore delle bussole.
Il signor D. nella vita quotidiana? Scostante, perennemente armato dell’espressione arrogante di chi s’è fatto da solo, partendo da una situazione difficilissima: padre in galera per debiti, lui invece di andare a scuola costretto a un umile lavoro in una fabbrica di lucido da scarpe. Così Wilson denuncia indignato che Dickens, non avendo ricevuto un’educazione universitaria, ha dovuto subire il disprezzo dei letterati di Oxford e di Cambridge. Figurarsi, un autore di quel calibro snobbato! Sempre Wilson aggiunge che a Bloomsbury, nel circolo più esclusivo che abbia conosciuto la cultura occidentale (i suoi habitué secondo D. H. Lawrence erano «scarafaggi che pinzavano come scorpioni»), «si discorreva di Dostoevskij, ma si ignorava Dickens che ne fu il maestro».
Non può dunque stupire che la Woolf, regina di Bloomsbury, arrivi a scrivere di Dickens «è uno scrittore per tutti e non è lo scrittore di nessuno in particolare; è un istituto, un monumento, una strada pubblica continuamente calpestata da milioni di piedi». Poi la Woolf aggiunge con inchiostro avvelenato che la simpatia di Dickens nei confronti dei personaggi viene meno ogniqualvolta uno di loro può disporre di oltre «duemila sterline di rendita all’anno, ha studiato all’università, o può contare tre generazioni di antenati». Lo tratta, insomma, come un frustrato.
Proprio perché il ritratto si confonde con l’autoritratto, il saggio erudito con la sua eccitante parodia, vale la pena soffermarsi sullo scritto manganelliano. L’autore, un po’ forse guardandosi allo specchio, dipinge Dickens come un essere «cordiale, unghiuto, un po’ pingue, o forse pletorico». Si diverte quindi a sorprendere il lettore attribuendo al grande romanziere una gola poderosa capace di articolare «ogni sorta di voci: rugghi, rantoli, stronfi, e anche delicatissime fusa, tiepidi sgnaulii». A questo punto Manganelli si domanda se l’essere da lui lumeggiato sia «domestico o feroce» e decide per una suggestiva via di mezzo. Dickens, questo creatore di intrecci dove l’attenzione al sociale è sostenuta dalla più spericolata fantasia e viceversa, si trasforma cosi in un enigmatico soggetto letterario che assomma in sé «il giaguaro e il gatto domestico», il feroce e il dolce.
Quelli qui ricordati sono solo alcuni esempi, tra i molti possibili, che lasciano capire come il romanziere del Circolo Pickwick sia un classico però misterioso, tutto nel segno di un’ambiguità suscettibile di nuove e insospettabili interpretazioni. C’è da augurarsi, dunque, un bicentenario segnato da sorprendenti investigazioni critiche!
Antonio Debenedetti