Giuseppe Sarcina, la Lettura (Corriere della Sera) 22/01/2012, 22 gennaio 2012
GLI EMIGRANTI SIAMO NOI
Il risveglio è stato brusco. I segni della grande sbornia collettiva difficili da cancellare. I negozi chiusi nel centro di Atene (e non solo nella lussuosa Kolonaki). La lunga fila di cartelli «affittasi» e «vendesi» nelle strade attorno a Grafton Street a Dublino. Greci e irlandesi, oltre a spagnoli e portoghesi hanno ripreso la via dell’emigrazione. Presto potrebbero farlo anche gli italiani. Per i giovani è più facile: una valigia leggera, un biglietto low cost, un primo contatto cui mostrare il diploma, la laurea, l’attestato di specializzazione. Ma non è solo una fuga di cervelli freschi. Se ne vanno anche i quarantenni e i cinquantenni. A Berlino, magari. O Francoforte, Monaco, Stoccarda. Qualsiasi città tedesca va bene. Oppure Londra o qualche altra capitale del grande Nord, Stoccolma, Copenaghen. O, infine, le scelte apparentemente più estreme: Brasile, Argentina, Cile, Australia, Nuova Zelanda, perfino Angola.
I cartografi dell’immigrazione si preparino ad aggiornare le mappe. I sociologi a immergersi nel «vortice motivazionale» delle nuove partenze. Gli specialisti e i teorici della materia a rivedere i modelli «push and pull» sistematizzati negli ultimi anni. La «frontiera» sta per ritornare tema di analisi politico-economica nel capitolo più generale «futuro dell’Europa» e pane quotidiano per gli uffici del lavoro, le imprese in cerca di manodopera, le autorità nazionali, le istituzioni di Bruxelles (si veda l’ultimo rapporto della Commissione europea, «Employment and Social Developments in Europe», dicembre 2011).
L’esempio forse più evidente è la Grecia. Il brillante Paese del biennio 2003-2004 (presidenza di turno della Ue, Olimpiadi 2004 e, perché no, la vittoria negli Europei di calcio) è da tempo in bancarotta sociale, prima ancora che economica. Il lavoratore «medio» greco è due volte spiazzato. Il crollo economico (con la sola eccezione del turismo) ha di fatto cancellato tutta una promettente e larga fascia di impieghi: operai specializzati, geometri, carpentieri e muratori, impiegati di banca o delle società di telecomunicazione, commessi, ristoratori. E ora cede anche il pubblico impiego, un settore enorme specie nella capitale. La folla dei «senza prospettive» (più che disoccupati) non può neanche scendere un gradino più sotto, (ammesso che lo voglia fare) perché la massa degli immigrati (maghrebini, soprattutto) spazza tutto quello che trova: tassisti, camionisti, camerieri, lavapiatti. Qualcuno, neanche tanto provocatoriamente, ha invocato, letteralmente, il «ritorno alla zappa», certo in versione post-moderna, biodinamica, agrituristica. Altrimenti non resta che attraversare i confini.
Poi c’è il caso della Spagna, 4,5 milioni di disoccupati (tasso record del 20%). Ancora nel 2005 (referendum vittorioso sulla Costituzione europea) il governo socialista di José Luis Rodriguez Zapatero celebrava la metamorfosi (che sembrava irreversibile) del Paese, modernizzato in profondità grazie agli 86 miliardi di euro provenienti, in vent’anni, dalle casse di Bruxelles. Fino al 2008 almeno 500 mila immigrati all’anno prendevano posto negli uffici del terziario o, massicciamente, nei cantieri delle strade, delle linee ferroviarie o metropolitane, o semplicemente, delle abitazioni per la Nuova Spagna. Quei muratori polacchi e romeni se ne stanno andando. Si spostano verso Nord o, più mestamente, tornano a casa. E con loro, come a rimorchio, se ne vanno anche migliaia di spagnoli. Ecco le ultime cifre diffuse dall’Instituto Nacional de Estadística: nel 2011 hanno lasciato il Paese 580.850 persone, di cui 55.626 spagnoli (rilevazione aggiornata a settembre), mentre nell’intero 2010 il flusso in uscita era stato pari a 403.013, con 36.900 cittadini locali. Per la prima volta, da vent’anni a questa parte, il numero delle partenze ha superato quello degli arrivi (450 mila circa).
E adesso mettiamoci con le scarpe in Germania e incrociamo i dati. L’Ufficio federale di Statistica di Wiesbaden ha appena reso noto che il saldo tedesco è positivo: nella prima metà dello scorso anno la differenza tra ingressi e uscite è stata di 135 mila persone. Il 75% arriva da Paesi dell’Unione europea, quasi tutti dal blocco dell’Est, Polonia, Slovacchia, Romania, Lettonia, Estonia, Lituania. Ci sono però nuovi segnali: 4.100 greci; 2.400 spagnoli. Sono le avanguardie di una dinamica sociale che sta acquistando velocità. I più sofisticati modelli econometrici e il buon senso coincidono quasi perfettamente: che cosa sarebbero voluti diventare la Grecia febbrile del 2004 e la Spagna rampante del decennio 1998-2008 se non una piccola Germania? Ora che l’illusione è svanita, spezzoni dei ceti operai, artigiani, piccoli imprenditori cercano nel modello originale ciò che la madrepatria non è riuscita a copiare.
Evidentemente sono immigrati diversi dai Magliari del dopoguerra (titolo dell’insuperato film di Francesco Rosi del 1959, con Renato Salvatori e Alberto Sordi). Nulla a che vedere con le braccia spedite dai governi mediterranei (quello italiano in testa) nelle miniere belghe di Marcinelle o nelle acciaierie tedesche durante gli anni cinquanta. Nei giorni scorsi il quotidiano inglese «Financial Times» raccontava di come le iscrizioni al Goethe Institut di Francoforte siano cresciute di un terzo. Le matricole sono quasi tutte greche e spagnole. Come dire che siamo di fronte non a una fuga, ma a un esodo freddo, pianificato, attento alle opportunità. La «Migration Theory», elaborata nel 1966 da Everett Lee, fornisce ancora le varianti economiche di base che spingono («push») a lasciare il Paese di origine e attirano («pull») altrove (livello del reddito, tassi di disoccupazione, offerte attuali di impiego, costo della vita). Ma quei parametri oggi non sono sufficienti. Così come non bastano le altre spiegazioni «personalistiche» aggiunte dagli studiosi negli ultimi anni (gli oneri psicologici, le reti di accoglienza eccetera). I nuovi partenti europei somigliano più a investitori, forse anche a scommettitori, che non a inconsapevoli profughi o a neoromantici avventurieri. I giovani, com’è naturale, sono i più pronti al cambiamento dentro e fuori il Vecchio Continente. Cercano, lo sappiamo, un’opportunità: forse più il valore di se stessi che dei soldi. Nel saggio Immobilità diffusa, a cura di Daniele Checchi (Il Mulino, 2010), peschiamo a pagina 164 una tabella sulle «modalità di reperimento del lavoro dei laureati europei»: in Italia i contatti personali pesano per il 23,3%, in Spagna per il 26,3%; dall’altra parte ecco la Francia, 11,2% e con i valori più bassi, Finlandia 9,1% e Germania, 9,3%. Chiaro, no?
Per tutti, esordienti o più maturi, la scelta di una destinazione implica un progetto di fattibilità in prospettiva, quasi un giudizio di «rating», per restare nello spirito dei tempi. In fondo è quello che è successo per tutti coloro che alla fine degli anni novanta hanno puntato su Spagna e Irlanda. Certo erano le due economie emergenti. I lavoratori del settore delle costruzioni non avevano grafici a disposizione, ma in qualche modo fiutarono che in quei due sistemi il volume delle case in costruzione sarebbe cresciuto tre volte di più rispetto alla media europea. Così ora sembrano indicare che se l’Europa ha un futuro, questo passa in gran parte dalla Germania. Ma non solo da lì. Il mercato del lavoro prende forma con la somma di tante nicchie preziose. Il giornale inglese «Guardian» segnalava qualche giorno fa «l’anomalo» arrivo di infermiere e medici spagnoli negli ospedali di Sua Maestà. Che cosa succede oltre la Manica? Vale ancora la risposta offerta da Philippe Legrain nel suo «Immigrants: your country needs them» (Little Brown, 2007; pubblicato in Italia da Baldini Castoldi Dalai col titolo «Immigranti. Perché abbiamo bisogno di loro»): «In Gran Bretagna il Servizio Sanitario Nazionale è finanziato e gestito dallo Stato che ha usato la sua posizione di forza per abbassare artificiosamente gli stipendi, proprio come un monopolista usa il dominio del mercato per far salire i prezzi». Risultato: solo nel 2004 oltre 40 mila infermiere hanno lasciato il loro posto di lavoro e i giovani inglesi disertano le facoltà di medicina. Ecco le previsioni del ministero degli Interni riportate ancora da Legrain: «Nei prossimi vent’anni la Gran Bretagna avrà bisogno di altri 300 mila operatori sanitari, tra cui 62 mila medici, 108 mila infermieri, 45 mila terapisti e ricercatori, 74 mila assistenti». Chi non è del settore non è tenuto a sapere queste cose, ma un’infermiera spagnola alle prese con i tagli alla spesa pubblica annunciati dal governo di Mariano Rajoy, si guarda intorno e capisce presto dove conviene tentare. E questi calcoli di opportunità e aspettative si stanno moltiplicando lungo tutta la piramide degli impieghi e delle mansioni. Il più delle volte l’incrocio porta in Germania, altre volte nel Regno Unito, Svizzera, Svezia, Norvegia, Finlandia, Danimarca.
Ma l’approdo può condurre lontano, molto lontano dall’Europa. Per esempio in Australia, un Paese che (con il Canada) ha adottato il modello più selettivo degli immigrati (ponti d’oro a personale qualificato, giovani diplomati e laureati). Nel 2011 (numeri aggiornati a novembre), circa 4 mila greci (duemila con la laurea in tasca) si sono trasferiti a Sydney e in altre città di quel continente. Gli inglesi sono 7 mila. Gli irlandesi potrebbero arrivare a 50 mila nel corso di quest’anno. Oppure c’è il Brasile, con i suoi 500 miliardi di investimenti pronti per un grande piano di opere pubbliche (Campionati del mondo di calcio e Olimpiadi in arrivo). Il governo sta studiando una legge sull’immigrazione che riprende i principi australiani. Obiettivo: attirare 400 mila professionisti nelle imprese locali. A settembre 2011 ne erano già arrivati almeno 51.353 (dati ufficiali del ministero del Lavoro brasiliano), molti di loro, ancora una volta, sono spagnoli. Anche i portoghesi sono in movimento: rotta verso il Sudamerica (Brasile in testa, 52 mila partenze da gennaio 2010 a giugno 2011) e verso l’Angola. L’ex colonia lusitana è già un produttore strategico di petrolio e dal 2003 a oggi ha accolto circa 100 mila cittadini del Portogallo. E altri arriveranno, a capovolgere la vecchia logica delle frontiere.
Giuseppe Sarcina