Giovanni Bianconi, Corriere della Sera 21/01/2012, 21 gennaio 2012
QUEI BOSS FINTI DEPRESSI E IL PATTO CON I MEDICI PER USCIRE DAL CARCERE —
Il pentito ha raccontato che l’imbroglio è gestito dalla criminalità organizzata, alla quale si rivolgono anche altri: «Parecchie persone fanno richiesta alla ’ndrangheta e pilotano la loro uscita dal carcere facendo avere, tramite i loro avvocati, delle richieste per finire a Villa degli Oleandri. E una volta arrivati lì gonfiano le patologie, riportano sopra le cartelle farmaci che non vengono assolutamente somministrati, falsificano dei test».
Villa degli Oleandri è una clinica in provincia di Cosenza, di cui ieri sono state messe sotto sequestro le azioni intestate al medico «gestore di fatto» Guglielmo Quartucci, arrestato per frode processuale e falso aggravato dal favoreggiamento della mafia calabrese. Ma le informazioni del pentito di ’ndrangheta Salvatore Lovato non si fermano alla clinica. Ha spiegato nel dettaglio che a boss e malavitosi bisognava diagnosticare una malattia specifica, la depressione: «È una di quelle patologie astratte che tu non sai mai dire se uno sta fingendo o non sta fingendo, e in fase successiva non è dimostrabile che ti sei ripreso... Un braccio rotto o la milza perforata sono patologie che tramite le analisi, radiografie e via discorrendo puoi evincere se c’è ancora il male in essere, mentre la depressione chi lo può dire se uno è guarito o meno? Tanto più se hai l’appoggio della clinica che ti fa da supporto, puoi stare una vita a essere depresso».
La trafila è predefinita: «Siamo in carcere, e si fa in modo che la persona vada a finire in una di queste cliniche... Poi devi uscire per poter tornare nella zona anche con i domiciliari a casa, e poter riprendere il controllo del territorio... Per curare questo tipo di patologie il paziente necessita di stare vicino agli affetti familiari... Ai consulenti lo dicevamo noi quello che dovevano scrivere...».
Sembra la fotografia di ciò che i carabinieri del Ros di Reggio Calabria hanno accertato nell’indagine che ieri ha portato all’arresto di due medici (Quartucci e il dottor Francesco Moro), un avvocato e il capo ’ndrangheta Giuseppe Pelle (già in galera per altri procedimenti), accusati dalla Procura antimafia reggina di aver falsificato certificati e diagnosi per evitare il carcere al potente boss Pelle. Lo stesso che a casa sua, fino alla cattura del 2010, riceveva i candidati alle elezioni regionali ai quali garantiva appoggi, e un collaboratore dei servizi segreti che gli soffiava informazioni sulle inchieste a suo carico. Una microspia dei carabinieri registrava tutto, e ha captato anche le presunte truffe organizzate coi medici. Accendendo i riflettori su un altro pezzo di quella «zona grigia» in cui, secondo l’accusa, s’incontrano e s’intrecciano i comportamenti e gli interessi della criminalità e dei professionisti collusi.
Il 27 febbraio 2010 sono state intercettate le frasi del dottor Moro che diceva a Pelle «facciamo un film... bello pulito», e gli spiegava quel che avrebbe dovuto fare il martedì successivo, 2 marzo, quando lui sarebbe stato di turno in ospedale: «Voi telefonate e gli dite che respira male, che è affannato...». E proprio il 2 marzo, la stessa cimice ha registrato Pelle che ordinava alla moglie di chiamare il 118: «Gli dici "questa mattina si è sentito male un’altra volta"... che deliravo, che gridavo... che volevo impiccarmi, buttarmi dalla finestra...». Tutto avvenne come concordato e il risultato fu un attestato del dottor Moro sullo «stato di agitazione» e la «crisi di panico» che avevano colpito Giuseppe Pelle, dichiarato «soggetto affetto da depressione maggiore». La stessa sindrome di cui ha parlato il pentito.
L’obiettivo del boss era evitare il carcere dopo che la «talpa» gli aveva svelato le inchieste anti ’ndrangheta in corso a Reggio e a Milano. «Esibisco tutta la documentazione che ho», ribatteva Pelle, auspicandosi almeno gli arresti ospedalieri. Una documentazione corposa, accumulata durante un ricovero a Villa degli Oleandri e con i certificati del dottor Quartucci che riferivano di «psicosi depressiva ed ansia», «tendenza all’isolamento, perdita di interesse per le comuni attività di vita, apatia, insonnia ostinata», e «dopo la morte del padre la sintomatologia è andata aggravandosi».
Ma la stessa microspia ha registrato le conversazioni del boss con altri esponenti della ’ndrangheta e personaggi contigui, che secondo carabinieri e Procura dimostrano tutt’altro: Giuseppe Pelle, anziché deprimersi, «dopo la morte del padre ha assunto il comando della omonima cosca operante in San Luca, Bovalino e comuni limitrofi, con interessi sull’intero territorio nazionale». Coi suoi interlocutori affrontava ogni questione, dalle nomine interne all’organizzazione criminale alle estorsioni, dalle elezioni ai prestanome: «Uno stakanovista della ’ndrangheta», accusano gli investigatori.
Giovanni Bianconi