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 2012  gennaio 21 Sabato calendario

SACCA’: DIVIDERE LA RAI SAREBBE UN ERRORE. BISOGNA RECUPERARE IL CANONE EVASO —

Giorgio Gori, ex direttore di Canale 5, ieri ha proposto di dividere a metà la Rai: canali di servizio pubblico (come Raitre, Raicinque o Rai Storia) finanziati dal solo canone, e offerta commerciale (Raiuno, Raidue o Rai Movie) alimentata dalla pubblicità. Che ne pensa Agostino Saccà, ex direttore generale Rai e ora imprenditore cinema-fiction?
«Ben venga il dibattito, il sasso nello stagno gettato da un riconosciuto professionista del settore. Ma la tesi è un po’ troppo illuminista. Non tiene conto della realtà. E presenta molti rischi non solo per la Rai ma per l’intero sistema tv».
Perché, Saccà? Non farebbe bene a tutti la chiarezza?
«Partiamo da un dato. La Rai possiede il 42% di ascolti, come 23 anni fa. Un caso unico nel panorama dell’imprenditoria italiana: chiunque ha perso quote di mercato, non la Rai. Merito di un’azienda costruita progressivamente da tutte le élite culturali: quella fascista con l’Eiar, poi Giustizia e Libertà, la Dc, il centrosinistra, i comunisti che insegnarono a raccontare il sociale... Questo è un dato identitario della Rai. L’altro è proprio la commistione delle risorse, il mix pubblicità-canone».
Non sarebbe ora di dividere compiti, ruoli e indirizzi?
«L’Unione Europea sottolinea che un servizio pubblico tv è tale se ha ascolti adeguati, altrimenti non ha senso. La Rai è un fortunato unicum nel panorama europeo. La Bbc, dati 2010, ha il 30,2% degli ascolti, la tv pubblica tedesca il 26,9, la Francia il 33. Merito dell’equilibrio tra diversi introiti canone-pubblicità: spinge insieme al servizio pubblico e a ricercare risorse commerciali sul mercato mantenendo alti gli ascolti. Lo ammetto, talvolta abbassando la qualità, come avviene con certi reality. Ma la Rai così resta forte. Se si dividesse a metà si avrebbe un servizio pubblico sostanzialmente marginale negli ascolti e una Rai commerciale sostenuta dalla sola pubblicità che, alla fine, verrebbe inevitabilmente ceduta dallo Stato ai privati. Mi sembra una prospettiva negativa per la Rai, no?»
E quale sarebbe l’effetto negativo per il sistema televisivo italiano?
«Semplice. Se ci fosse un soggetto solo commerciale alla ricerca della pubblicità, ma forte di un brand storico e consolidato come quello della Rai, impedirebbe ai nuovi soggetti di affacciarsi sul mercato e di trovare risorse. Ne attirerebbe tante, forse troppe».
Magari disturberebbe anche Mediaset...
«Non credo. Mediaset è già strapiena, non è lì il problema».
Quale sarebbe allora la soluzione, Agostino Saccà?
«Semplicemente il recupero dell’evasione del canone, qualcosa che vale sui 5-600 milioni di euro. Se il legislatore si impegnasse, permetterebbe persino alla Rai di abbassare la sua quota di pubblicità. Ora siamo a 55% di canone e 40% di pubblicità più le altre entrate commerciali. La quota giusta sarebbe 30-35%. Risultato che produrrebbe due effetti: aumentare la quota di programmi da servizio pubblico e la qualità generale; distribuire risorse sul mercato. Recuperando il canone si potrebbe tornare ad assicurare energie economiche per la fiction e il cinema: la Rai, negli ultimi due anni, ha tagliato quasi 200 milioni di euro nel settore. Ma anche per il teatro, penso a quanto potrebbe fare per Raicinque. Così non si disperderebbe il patrimonio di straordinarie professionalità, dai montatori ai costumisti agli stessi sceneggiatori».
Ma perché la Rai è così importante per l’Italia? In molti pensano alla tv pubblica come a un inutile carrozzone.
«Con tutti i suoi difetti strutturali, non è così. Anzi il servizio pubblico diventa sempre di più, in un quadro di fragilità territoriali e localistiche, un elemento di tenuta dell’unità nazionale. Basta citare il gran lavoro di Giovanni Minoli con "La storia siamo noi", tipico esempio di prodotto da servizio pubblico che riflette sulla nostra identità. Quale altro interlocutore, se non una Rai compatta, potrebbe farlo? E poi smettiamola con questa vulgata della Rai che perde ascolti. I nuovi canali digitali, tolti i generalisti, hanno una media di ascolti di un milione e 300 mila. Rainews, per esempio, va benissimo. L’offerta digitale Rai ha superato Sky come editore, al netto di ciò che ospita, e i canali digitale Mediaset. Insomma, tutta questa spaventosa crisi Rai...non mi pare ci sia.»
Paolo Conti