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 2012  gennaio 21 Sabato calendario

FAUSTO BRIZZI, IL GENIO DEL MARKETING

Fausto Brizzi ha appena finito di controllare gli anelli vibranti, e i lubrificanti, e gli altri aggeggi che causeranno imbarazzatissime ostentazioni di disinvoltura nei giornalisti che li riceveranno come gadget alla proiezione del suo Com’è bello far l’amore, in uscita il 10 febbraio. Storia di un matrimonio (tra Claudia Gerini e Fabio De Luigi) messo in crisi dal fatto che il migliore amico di lei (Filippo Timi) è un pornoattore, e dalla conseguente ansia da paragone del povero De Luigi. Brizzi ha controllato i gadget, figuriamoci se non ha pronto anche un aneddoto perfetto per la cartella stampa: l’idea gli sarebbe venuta perché una sua ex era molto amica di Franco Trentalance, il quale gli raccontava che, per tenersi in forma, doveva avere sei orgasmi al giorno. "Quindi mentre è casa mia o si sta facendo mia moglie o si sta masturbando nella mia doccia", battuta che è prontamente finita nel film. Mentre mi racconta questo episodio così perfettamente sceneggiato da non poter non essere promozionale, simula imbarazzo; ma poi non resiste alla punchline e dice che non sa se sarebbe più geloso della donna o della doccia. Nello stesso film c’è una scena in cui giocano alla Wii con due giochi che, eloquentemente, si chiamano Sex in 3D e Cazzi spaziali. Chiedo (sciocca) se abbia depositato le idee dei videogame, lui risponde: "Certo". E l’intervista non è ancora cominciata e io già mi sono arresa: avevano tutti ragione, tutti quelli con cui avevo parlato prima di venire qui, tutti quelli cui avevo chiesto "ma com’è questo Brizzi", tutti quelli che (dividendosi, nel tono con cui lo dicevano, tra ammiratori e detrattori) avevano risposto: "Un genio del marketing".
Istantanee dall’ultimo anno di cinema italiano. Qualunquemente, il film con Antonio Albanese, è diventato il principale incasso di Rai Cinema, sottraendo il record ai due Notte prima degli esami (su cui ci capiterà di tornare). Il cinepanettone (parola brutta quant’altre mai) è entrato in crisi, avendo incassato solo 11 milioni di euro nelle prime tre settimane (Natale in crociera, l’ultimo sceneggiato anche da Brizzi, aveva nel 2007 superato i 23 milioni). I ragazzini sono corsi a vedere un film fatto degli stessi sketch che si passavano da anni su Facebook, I soliti idioti, e per la cui scemenza i grandi inorridivano (ricorda Brizzi: "Per la mia generazione era Abatantuono: noi ripetevamo le frasi di Diego e i professori dicevano "Questo non è cinema", se un mio coetaneo mi chiede perché il figlio ride dei Soliti idioti e lui no io, gli rispondo "Perché sei cresciuto""). Dei primi venti incassi italiani, tre erano scritti da Brizzi; uno dei tre, Femmine contro maschi, l’aveva anche diretto: era la sua quinta regia, il quinto su cinque a incassare più di dieci milioni di euro (per dare un’idea dei parametri: sia il film di Nanni Moretti sia quello di Paolo Sorrentino si sono fermati intorno ai sei milioni).
Fausto Brizzi ha 43 anni, ne dimostra 35, ha il curriculum di un sessantenne di successo e giura che la maglietta nera che indossa oggi è un’eccezione. Che di solito lui porta magliette coi supereroi, e ha solo scarpe da ginnastica, e la casa piena di fumetti. La cosa tenera è che lo dice come uno che ti stia stupendo con effetti speciali. Come se i quarantenni maschi, almeno quelli che se lo possono professionalmente e familiarmente permettere, non fossero tutti vestiti e arredati come sedicenni. Se gli fai notare che non possedere una cravatta non lo rende certo un quarantenne particolarmente eccezionale, allora riprende la regia della scena; la trasforma da conversazione con un’eccezione a dialogo con un cliché, e ti dice che non ha mai capito questa storia della sindrome di Peter Pan: ""Sindrome" vuol dire che gli altri non ce l’hanno. Quella non è una sindrome, è la normalità. Io gioco a pallone con la stessa mentalità di quando ero bambino, solo che adesso mi faccio male. Scrivo film coi miei amici: a quindici anni passavo tutta la notte a inventare mondi fantasy giocando a Dungeons and dragons; lo faccio tuttora, con degli uomini molto più grandi".
Ma non siamo qui per parlare dell’inadeguatezza del maschio-tipo, quanto di quella del cinematografaro medio. Di come un poco più che quarantenne sia la più eccezionale macchina da soldi del cinema inteso come industria: ha già programmato i prossimi quattro film; ha fatto esordire alla regia, in Nessuno mi può giudicare, Massimiliano Bruno, già suo cosceneggiatore in Notte prima degli esami, ovvero l’inizio dell’industria-Brizzi; si è messo in società con Lorenzo Mieli (uno che produce roba come Boris) e Saverio Costanzo (uno che dirige roba come La solitudine dei numeri primi) e - così creativamente diversi, così identicamente determinati - sembrano gli unici a poter fare i produttori davvero, e non solo, come abitudine italiana, coi soldi di mamma Rai e papà Medusa: "In Italia, così c’è solo Aurelio De Laurentiis. Gli altri giocano a fare i produttori coi soldi degli altri. Aurelio è l’unico che ci mette i soldi e controlla maniacalmente tutto, compreso il marketing, perché li rivuole indietro".
Non sarà che dietro questa cosa "Brizzi uomo di marketing" c’è l’accollarsi il lavoro che i produttori non sanno più fare, cioè capire cosa funziona?
"Tant’è che sono diventato produttore di me stesso. Aurelio mi ha insegnato che la prima cosa di un film è: come lo vendi. L’immagine che ne dai. Poi dentro quella scatola ci dev’essere un contenuto appetibile, ma le due cose vanno insieme. In Italia spesso c’è solo la seconda: un film di una qualche sostanza, ma venduto male, non c’è una locandina interessante, un buon titolo... In genere non commento i film degli altri, ma Scialla! mi è piaciuto moltissimo, ho amato gli attori, sono stato contento di aver speso quei sette euro: non aveva marketing. Nessuno fuori da Roma sa cosa vuol dire "scialla"".
Secondo me neanche tutti a Roma.
"Era un suicidio. Sembrava un film triste, una roba vecchia, come l’hanno incartato, e non lo era".
Ma occuparsi della confezione è quella cosa che fa dire ai critici "È un pubblicitario, mica un autore".
"Un autore non è uno che fa un film triste, è uno che ne vedi un minuto e dici: questo è Nanni Moretti".
Stavo pensando che quella del pubblicitario è la stessa accusa che fanno a Baricco. Brizzi, il Baricco della cinematografia.
"Mmm. Sì, forse in Italia non c’è un paragone più azzeccato".
Dovevo andare all’estero? Dire "il Judd Apatow italiano"?
"Il Ken Follett italiano. O anche il Giorgio Faletti. Il Giorgio Faletti italiano".
Riassumendo: il marketing è quella cosa di cui possono permettersi di non preoccuparsi produttori che tanto non ci rimettono soldi propri?
"Io, se metà del film è di Medusa, cerco di non fargli perdere i soldi, ma è una questione di indole personale, è una serietà mia, non è richiesta. Quando Notte prima degli esami prese il finanziamento statale, fu il primo film a restituirlo, ed erano vent’anni che esisteva".
Notte prima degli esami non doveva essere un clamoroso successo. Notte prima degli esami non doveva essere niente, e non lo è stato, per un paio d’anni. Era la sceneggiatura di uno che fin lì aveva scritto (parole sue) "alcune tra le più brutte fiction italiane" e -soprattutto - i più impresentabili tra i consumi culturali: le commedie natalizie, quelle dirette da Neri Parenti (orrore e raccapriccio) e prodotte da Aurelio De Laurentiis (doppio orrore e doppio raccapriccio). Era stata rifiutata "da qualunque regista, finché mi è rimbalzata addosso" (tra i nomi che si raccolgono in giro ci sono Daniele Luchetti - gli pareva troppo simile al suo Dillo con parole mie - e Miniero&Genovese, che pare stessero prematuramente pensando a Immaturi). Insomma lo sceneggiatore esordì alla regia senza grandi aspettative da parte di nessuno: "Non aveva una data d’uscita", ricorda Brizzi, "e credo sia l’unico film dove lo sceneggiatore è stato pagato il triplo del regista, perché come sceneggiatore avevo un valore, come regista no". Nel 2006, per la gioia delle trentenni nostalgiche e delle adolescenti smaniose d’identificarsi, il film sulla maturità del 1989, l’anno in cui si era diplomato Brizzi, arrivò nei cinema. Era un tir di madeleine a forma di spalline imbottite, stereo gialli impermeabili e zainetti di Naj Oleari. Ha detenuto per due anni il record di maggiore incasso della storia di Rai Cinema. Battuto, due anni dopo, dal seguito, Notte prima degli esami - Oggi, sempre scritto e diretto da Brizzi.
"L’unica vera idea della mia vita è stata accettare un cachet molto piccolo per la regia, in cambio di una percentuale sugli incassi".
Per non capirne le potenzialità bisognava non aver avuto sedici anni quando c’era lo stereo giallo.
"Io credo che su questa cosa della generazionalità ci sia proprio un ciclo. Il tempo è vent’anni. A quaranta, c’è una rivalutazione di quando ne avevi venti. Al cinema e in tv è successo sistematicamente: negli anni Settanta hanno fatto Happy Days che era una riscoperta degli anni Cinquanta, negli anni Ottanta in Italia spopolavano i film dei Vanzina sugli anni Sessanta... Sugli anni Ottanta sapevo che chi prima arrivava sbancava, col prodotto giusto. Poi lì ha funzionato la doppia chiave, le statistiche dicono che in Italia al cinema vanno solo i ragazzini, quelli che l’esame di maturità lo stanno facendo, e i quarantenni: quelli che sentivano Wild Boys nel trailer e dicevano "Parla di me"".
(Dev’essere difficilissimo per un regista italiano non voler uccidere Fausto Brizzi. Ogni tanto ce n’è uno - anni fa fu Muccino, che prima di chiunque capì la centralità delle veline tra i modelli aspirazionali - che è così intriso di spirito del tempo da avere un vantaggio competitivo fastidioso per chi fa lo stesso lavoro. Ma Brizzi ha un’aggravante: al talento per la contemporaneità aggiunge l’irritante capacità di far sembrare tutto facilissimo, di prevedibilissimo successo. Il ciclo ventennale, la nostalgia, la sedicennitudine dei quarantenni, il vecchio diario da sfogliare: come diavolo è possibile, che prima di lui non ci avesse pensato nessuno?).
"Quando mi dicono "Il film di Natale è facile" io dico "Il film di Natale fa 20 milioni di euro: fatelo. Anche come diritti d’autore, ve lo consiglio". Non puoi dire "Non mi hanno capito": la qualità se non riesce a essere popolare non ha senso".
Dicono che un segno della sua furbizia sia stato sfilarsi dal cinepanettone prima del suo decesso.
"Io credo che quando c’è un meccanismo che scricchiola bisogna fare un salto in avanti, ma è facile dirlo: per saltare in avanti devi sapere anche cosa andare a fare. Io mi sono dato come regola, a volte contro il marketing, di non rifare troppo la stessa roba. Quando una cosa va bene, il sequel te lo perdonano, il terzo no. So che adesso faranno qualcosa di nuovo, ma quest’anno la decisione è stata fare un passo indietro e rifare il vecchio Vacanze di Natale, dopo che quello dell’anno scorso era andato un po’ peggio ed era stato criticato. Dal pubblico, intendo".
Non sono film per critici.
"Alcune delle serate più divertenti che abbia mai trascorso erano quelle in cui, alla fine delle feste di Natale, ci facevamo fare la rassegna stampa delle critiche, e a cena le leggevamo come fossero monologhi di cabaret. Perché sono monologhi di cabaret, e meravigliosi. Per il resto, entri in sala e lo sai, se hai fatto un buon lavoro".
Dalle reazioni del pubblico o già da prima?
"Da prima. Sai cos’hai per le mani. Io non dirò la cifra, ma so esattamente quanto vale questo film, sia in sé sia rispetto al resto di quello che c’è in sala".
Ma se è tutto così matematico e prevedibile perché si fanno anche film che poi non funzionano?
"Lo sta chiedendo alla persona sbagliata".