Simona Antonucci, Il Messaggero 22/01/2012, 22 gennaio 2012
BILL VIOLA: IL TEMPO E’ UNO SPAZIO DA RIEMPIRE DI IMMAGINI
SCIENZIATI, ricercatori, dottori, spettatori, abbandonate ogni speranza, voi ch’entrate: «Le risposte della fisica non soddisfano l’uomo. Perché il tempo è solo un semplice fluire della vita», spiega Bill Viola, newyorkese, video artista di fama mondiale. Una sua installazione all’Auditorium dà il benvenuto agli ospiti del festival delle scienze, dedicato quest’anno proprio al tema del tempo, costringendoli a un esercizio spirituale in cui le certezze galleggiano insieme con le emozioni. Le fiamme e l’acqua dei suoi video diventano sipari visivi che invitano lo spettatore ad abbandonare l’oggi e a saltare in una dimensione in cui anime e corpi battono tutto un altro ritmo che non si piega a nessuna legge. «Dobbiamo immaginare di salire sul carro di Caronte da vivi - aggiunge - e attraversare il fiume. Nei Campi Elisi non c’è passato e non c’è memoria di esso. Noi non restiamo, mai, da nessuna parte. Siamo in continuo movimento. Rimangono solo i segni che lasciamo alle generazioni future. E l’arte è l’atto di lasciare il segno».
A Roma convivono segni millenari. Qual è il tempo di questa città?
«Sicuramente molto più complesso di quanto non lo sia a Long Beach, in California, dove vivo. E’ un luogo unico. Che ha reso unici anche i suoi abitanti che entrano ed escono in differenti dimensioni. Il peso dei secoli nel Grand Canyon americano lo percepisci sulle rocce. Il peso dei secoli del Foro o del Barocco a Roma lo percepisci dentro la gente. L’antichità sta dentro il vostro presente».
La mostra a Palazzo delle Esposizioni è stata un evento. Ha mai pensato di fare qualcosa di specificamente romano?
«Tutte le strade portano a Roma, giusto? Vorrei ricreare con un’opera quella necessità degli antichi greci e romani di mettere al centro delle città il cuore dell’umanità. Un sentimento profondo che organizzava lo spazio intorno all’essenza della vita».
Al museo di Capodimonte a Napoli è stato protagonista di un’esposizione sul dialogo tra passato e contemporaneo. Con quale monumento romano vorrebbe confrontarsi?
«Non mi chieda di scegliere. Non è possibile. Sogno però di poter stare a piazza Navona, ventiquattro ore senza muovermi, al centro del mondo che scorre. Sentirmi un po’ come Eraclito».
Lei ha detto che l’arte può scandire l’unico tempo possibile, lasciando un segno del presente alla generazioni future. Quali opere diventano eterne?
«Questa sensazione di eterno io l’ho provata non in un museo d’arte, ma nel Museo dell’Uomo, a Parigi, davanti a un frammento di osso. Mi sono commosso e quando ci penso mi commuovo ancora. Un pezzetto di corno animale su cui erano incise due piccolissime linee parallele. Quei segni raccontano un intento, un’idea di un uomo che ancora oggi ci dice: sono qui e ho vissuto».
Nelle sue installazioni le emozioni diventano immagini. Come si trasferisce l’anima in un video?
«Le immagini vengono dall’anima. Non hanno nulla di fisico, stanno dentro di noi. L’arte serve a portarle fuori per darle al mondo. Quando avevo sei anni, ero in vacanza con i miei genitori, caddi in un laghetto. Giù, giù in fondo. Aprii gli occhi e vidi la più bella immagine della mia vita. Fiori che si muovevano lentamente nell’acqua e raggi di luce che tagliavano quell’azzurro, quel verde paradisiaci. Non provai paura. Solo bellezza. Non sono morto, fortunatamente. Ma la mia arte nasce da lì. Cercare di riprodurre quella purezza».
Le apparecchiature sofisticate, il digitale aiutano la riproduzione di certe emozioni, la creatività?
«E’ più di un aiuto. Il digitale ha cambiato la percezione di tutto. E può rivoluzionare il mondo. La tecnologia annulla l’idea di unicità e quindi di differenza, portandoci fuori dalle gabbie dello zoo e proiettandoci in una globalizzazione positiva. Le macchine non sono nemiche. Hanno occhi per vedere, producono suoni e luce. Si possono toccare. Preservano il passato, predicono il futuro. I giovani lo sanno, sentono la spiritualità della tecnologia e dobbiamo lasciarli fare. Bisogna saper riconoscere qual è il tempo che viviamo. Quando nelle foreste gli alberi più grandi e più vecchi cadono, la luce riesce a illuminare il fondo. Dove c’è il nuovo che deve venire su».
Mentre il suo video scorre, in altre sale dell’Auditorium ci sono filosofi e scienziati che s’interrogano su cosa sia il tempo. Lei come lo percepisce?
«Ho vissuto per un lungo periodo in Giappone. Ricordo che durante una passeggiata nella foresta, l’uomo con cui stavo camminando mi spiegò che nella loro lingua esiste una parola per indicare lo spazio tra gli alberi. Uno spazio intermedio che chiamano Ma. Che altro non è che il vuoto. Ma non inteso come assenza di qualcosa. Ma come luogo o tempo che contiene tutto quello che può succedere. Il mio tempo è il movimento, saltare in quello spazio vuoto».
Quindi una percezione personale, non assoluta: i pensatori al festival si arrovellano inutilmente?
«Dei punti fermi ci sono. Il tempo non è denaro. Ma un tesoro, sì. Un dono. Dobbiamo insegnare ai figli a rallentare. E a vivere il passaggio del tempo nella sua interezza. Come tanti attimi del presente. Perché la felicità, diceva Schopenhauer, sta nell’attimo».