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 2012  gennaio 22 Domenica calendario

NEGAZIONISMI, MAPPA DELLE LEGGI CHE DIVIDONO L’OCCIDENTE


È l’antico, mai risolto dilemma delle democrazie: si può tollerare l’intolleranza? Oggi sono i governi e i parlamenti a farsene carico, chiedendosi cosa fare di fronte ai più sfacciati insulti alla memoria e alla storia. Alcuni si risolvono a emanare leggi che vietino i negazionismi – ormai il termine è da declinare al plurale, con l’ingresso del caso armeno accanto a quello ebraico nel dibattito –; sono i Paesi più toccati dalle responsabilità per la Shoah, come la Germania o l’Austria, o più recentemente la Francia. Altri rigettano ogni limitazione nel nome della libertà di espressione; così nei sistemi di tradizione anglosassone, dalla Gran Bretagna agli Stati Uniti. Altri ancora – è il caso dell’Italia – tentano un difficile equilibrio, senza porre vincoli all’espressione delle idee per quanto storicamente sballate, ma perseguendone le immediate conseguenze: l’apologia di reato, l’istigazione alla violenza, l’esaltazione del razzismo. Ogni Paese rende conto alla propria storia, ma raramente i conti tornano, come dimostra tra l’altro il dibattito suscitato nei giorni scorsi dal volume di Donatella De Cesare Se Auschwitz è nulla. Contro il negazionismo (Il melangolo). Ma ingessare la memoria entro un sistema legislativo significa incamminarsi lungo il piano scivoloso della storia di Stato, che nel Novecento è stata proprio un segno distintivo di quei totalitarismi contro la cui onda lunga culturale si vorrebbero oggi erigere muri legislativi. Come mostrano i casi proposti in queste pagine, sottrarre la storia agli storici e assegnarla ai giudici è una tentazione che sta prendendo piede in Occidente. Forse è anche una reazione al dilagare di un relativismo per il quale tutto è uguale, ogni opinione vale l’altra e il concetto stesso di verità, inclusa quella storica, finisce per stemperarsi in un chiacchiericcio. Vietare la pubblica espressione del negazionismo è però un perseguire gli effetti e non le cause del problema e rischia di essere inutile.

L’attenzione si concentra su quei pochi personaggi di rilievo pubblico le cui plateali prese di posizione destano l’attenzione dei grandi mezzi di comunicazione. Ma sono casi isolati ed efficacemente rintuzzati dal mondo intellettuale. Ben altro è invece il rilievo che i filoni negazionisti riescono a ritagliarsi in internet, dove tutto ciò che si dichiara “controinformazione” trova il suo humus ideale. Non si contano i siti che rimpallano le tesi presentate dal perito forense statunitense Fred Leuchter a un processo contro il negazionista tedesco Ernst Zündel, e che costituiscono uno dei testi di riferimento del negazionismo per via della sua asserita confutazione delle camere a gas. A pubblicarlo in Gran Bretagna fu David Irving, che sarebbe stato in seguito clamorosamente arrestato nel 2005 in Austria: riconosciuto colpevole di «aver glorificato ed essersi identificato con il partito nazista» e condannato a tre anni di reclusione, rimase in carcere fino al 21 dicembre 2006, quando fu rilasciato ed espulso. Non ricevette mai condanne penali, nonostante vari processi, un altro dei capofila dei negazionisti, il francese Robert Faurisson; del tutto screditato in patria, ha trovato però sponde nell’Iran di Ahmadinejad, che nel 2006 l’invitò a tenere una conferenza a Teheran, e anche in Italia, quando nel 2007 fu chiamato all’Università di Teramo da Claudio Moffa, dove è docente ordinario di Scienze politiche e ha anche tenuto lezioni contro la Shoah. Tra i negazionisti italiani spicca poi Carlo Mattogno, le cui teorie – sempre le stesse: negazione della pianificazione dello sterminio, contestazione “tecnica” delle camera a gas e dei forni crematori, falsificazioni alleate e sovietiche... – furono proposte negli anni Ottanta da editori di estrema destra e ora sono fortemente rilanciate online. La Rete non conosce né gerarchie né auctoritas; per definizione, quasi, una tesi vale l’altra, tanto più che spesso, e soprattutto tra le persone più giovani e magari con una preparazione storica più debole, il web costituisce la principale se non l’unica fonte d’informazione. Porre internet sotto controllo risulta un’ardua sfida anche nel contrasto di gravi crimini quali la pedofilia e il terrorismo internazionale: la natura fluida e immateriale del web, la facilità con la quale è possibile far perdere le proprie tracce, la strutturale aterritorialità rendono chimeriche le iniziative volte a contrastare le iniziative che corrono online. Dalla propaganda razzista, inclusa la pseudo-storia negazionista, non se ne esce proibendo gli errori, ma rafforzando la verità. Lasciandosi alle spalle la melassa relativista, l’equilibrio tra verità e libertà non si ristabilisce tanto tornando a ribadire i fatti – operazione comunque sempre doverosa –, ma insegnando a capire chi ha titoli per parlare e chi no.