Giuseppe Videtti, la Repubblica 22/1/2012, 22 gennaio 2012
NEW YORK
aLincoln Center Plaza non è mai inverno. Anche nelle giornate più gelide il quadrilatero dell´arte, nel cuore di Manhattan, brulica di vita. Dalla Broadway, all´altezza della 65esima strada, si accede al Partenone newyorchese dove la bandiera della creatività sventola ancora alta. A sinistra il New York City Ballet, a destra la prestigiosa Juilliard School, di fronte il Metropolitan, dal 1966 nuovo tempio d´opera della Big Apple, a continuare la tradizione iniziata dallo storico Met nel 1883 all´incrocio tra Broadway e la 39esima, nel teatro che dopo Mahler (1908-1910) ospitò leggendari direttori italiani: Arturo Toscanini (1908-1915), Tullio Serafin (1924-1934), Fausto Cleva (1931-1938). Tutt´intorno, una teoria di teatri e istituzioni che ospitano artisti e allievi da ogni parte del mondo: Jazz at Lincoln Center, le sedi della New York Philharmonic, la più antica orchestra degli States (dal 1842), e del New York Film Festival. Studenti con in braccio lo strumento, orchestrali carichi di spartiti, ragazze in calzamaglia e scaldamuscoli, pubblico ordinatamente in fila alla biglietteria, turisti che scattano foto alle vetrate del Met, da cui si vedono distintamente lo scalone elicoidale, il lampadario-sputnik e i murales realizzati per l´inaugurazione da Chagall.
Lo spazio, immenso, dà l´illusione che le persone si muovano al ralenti come in una piazza incantata e spirituale di De Chirico. C´è anche uno shop per melomani: non solo uno dei pochi posti a Manhattan dove comprare cd di musica classica, ma anche libreria ed emporio di souvenir realizzati con gusto e raffinatezza. È la mattina di un giorno perfetto in un luogo che in periodo di recessione trema come qualsiasi istituzione al mondo. Ma è pur sempre «The Met», e non bastano gli oltre 40 milioni di deficit dell´ultimo bilancio conosciuto a guastarne la reputazione. Questo è il teatro dove tutti vogliono dirigere, cantare, suonare, allestire. La chiamata del Met è una priorità, sia per giovani cervelli in fuga che per direttori affermati come Fabio Luisi, maestro genovese che l´estate scorsa è stato chiamato a perpetuare la gloria di Toscanini, prima invitato come direttore ospite principale e subito dopo confermato al posto dell´infortunato James Levine. «Qui è un bel lavorare, perché tutto funziona. È un teatro efficiente, rapido nelle decisioni, efficiente nella comunicazione», dice Luisi in una pausa delle prove dell´impegnativo Il crepuscolo degli dei di Wagner (la prima venerdì 27 gennaio: oltre cinque ore d´opera in un ardito allestimento di Robert Lépage degno del Cirque du Soleil).
Niente che assomigli alle nostre istituzioni polverose e neglette, costantemente a corto di fondi e di personale, ai nostri meravigliosi teatri storici sempre in ritardo con i piani di risanamento, alle nostre orchestre allo sbando, ai conservatori allo stremo, al malcostume che ha fatto scempio della meritocrazia. Se Luisi, direttore dalla bacchetta d´acciaio, è in forza al Met il merito è della sua tenacia, del prestigioso curriculum maturato con anni di militanza nelle più prestigiose orchestre mitteleuropee e di Peter Gelb, succeduto nel 2006 a Joseph Volpe come general manager del Metropolitan. Gelb, 58 anni, è un workaholic e un visionario. «Ero molto giovane la prima volta che misi piede qui dentro», racconta con lo sguardo fisso alle prove che segue da un monitor sistemato nel suo ufficio. «Il nuovo Met aveva appena aperto. Mio padre era un famoso giornalista del New York Times e andai con lui a vedere una pomeridiana della Carmen, protagonista Grace Bumbry. Ero già intrigato da questo mondo». Mise le mani avanti quando s´insediò: «L´opera non può piacere a tutti», disse. Spiega: «È la verità. Bisogna rassegnarsi al fatto che non farà mai i numeri del pop, ma va comunque resa disponibile a tutti. La mia sfida fu continuare a far esistere il Met in un periodo in cui neanche le banche sono al sicuro. Dieci anni fa nessuno avrebbe pensato che la Philadelphia Orchestra, una delle più prestigiose al mondo, fosse costretta a dichiarare bancarotta. Per il Met, e l´opera in generale, è necessario mettere in moto nuove e diverse energie per sfidare i tempi, adottare nuove tecnologie per presentarla come una risorsa contemporanea e non come roba da museo. Dobbiamo parlare anche una lingua che i giovani conoscono, negli allestimenti, nei costumi, nella recitazione. Una bella voce non basta. Non più». Renée Fleming, oggi la più grande soprano d´America, è d´accordo col boss: «Mr. Gelb ha ridefinito la figura del cantante lirico: la forma fisica, il sex appeal e il carisma personale sono importanti quanto la voce». Sotto la gestione Gelb il Met ha fatto passi da gigante nella comunicazione. Locandine con una foto provocante della soprano russa Anna Netrebko-Manon sono in ogni angolo di Manhattan, l´opera debutterà il 26 marzo. Gelb considera le strategie di marketing il suo fiore all´occhiello. «Siamo stati i primi ad aver messo nero su bianco che i cantanti d´opera ormai devono saper recitare per essere credibili. Penso alla magnifica performance di Anna Netrebko in Anna Bolena e al carisma di Vittorio Grigolo in La Bohème. Bisogna creare una nuova generazione di idoli con caratteristiche diverse da quelli del passato. Grigolo è un esempio perfetto di come un tenore riesca a conquistare il pubblico con la stessa forza di un pop singer».
Ci si perde nel labirinto di velluto rosso dietro il teatro, uffici, sale prove per solisti, auditorium per i cori e le orchestre, sartoria, attrezzistica. All´ingresso degli artisti Anna Netrebko viene ricevuta come una regina. «Il Met chiede molto e dà molto», esclama la diva esausta dopo una prova. «È un teatro enorme, c´è bisogno di più voce per farsi ascoltare. Qui tutto è più grande, dal foyer al palcoscenico. E i costumi: pesantissimi. Ma è solo qui e alla Staatsoper di Vienna che mi sento a casa».
Il Met è una macchina complessa. Ha una tradizione da difendere, un difficile presente da fronteggiare, un futuro da preparare. Dozzine di impiegati lavorano soltanto alla gestione del monumentale archivio storico: spartiti e foto di Caruso, manoscritti, documenti, buste paga, contratti di giganti della lirica come Beniamino Gigli, Luciano Pavarotti e Beverly Sills, locandine del debutto di Maria Callas il 29 ottobre 1956 con La Norma di Bellini, interi scaffali con tutte le informazioni sulle 1.115 rappresentazioni dell´Aida che il Met ha allestito a partire dal 1886. I costi sono altissimi e le acque burrascose; Gelb (manager da 1,5 milioni di dollari all´anno) si è autoridotto il salario del trenta per cento e il suo esempio è stato seguito dagli altri dirigenti. Non sono stati risparmiati neanche i preziosissimi Chagall, dati in garanzia a una banca per uno scoperto di 35 milioni di dollari richiesto nel 2004, durante l´amministrazione Volpe.
«Ho dovuto combattere la cultura dell´immobilismo senza tradire il rigore dell´opera lirica, facendo ricorso a tecnologie all´avanguardia, come le dirette televisive e cinematografiche via satellite in Hd», dice Gelb, fiero dell´iniziativa lanciata nel 2006. «Tv e cinema erano una sfida che dovevamo affrontare e vincere, altrimenti il Met non sarebbe mai entrato nel mainstream dell´intrattenimento». Le stagioni operistiche, trasmesse nelle sale di tutto il mondo, hanno raggiunto 1.600 cinema in 54 paesi e hanno fruttato una media di 20 milioni di dollari all´anno.
Visto dal di fuori il Met è un ingranaggio perfetto. Ci sono giorni in cui dal pomeriggio a tarda notte vanno in scena tre eventi diversi. In giornate come oggi, dice ancora Gelb, «c´è una squadra notturna che dovrà liberare il palcoscenico per le prove di domani e rimettere ogni cosa al proprio posto per lo spettacolo in cartellone. Qui si lavora 24 ore al giorno». È evidente che il Met sta combattendo una battaglia all´ultimo sangue per mantenere il primato e conciliare le istanze economiche con quelle artistiche. «Abbiamo un vantaggio sull´Europa, le donazioni private. Ma non bastano», spiega Gelb. «Abbiamo 3.800 posti in teatro e con quelli devo fare i conti. Ogni volta che si prepara una stagione penso a quei 3.800 biglietti da vendere. Non uno di meno. Ma il pubblico va anche preso alle spalle, sorpreso, stupito, come abbiamo fatto un paio d´anni fa con le scenografie de Il naso di Shostakovich curate dall´artista sudafricano William Kentridge, un successo enorme per un´opera così difficile. A volte il rischio più grande è quello di non osare». Come vede Mr. Gelb il futuro? «Pieno di punti interrogativi. Se si arriverà al punto in cui le arti dovranno autofinanziarsi e non potremo più permetterci di scritturare artisti geniali non ci resterà che chiudere, perché non abbiamo altre frecce al nostro arco che l´arte stessa. Tagliare le risorse, come sta facendo l´Italia, senza studiare un piano per arginare creativamente la crisi è il primo passo verso la fine. Soprattutto in tempi di recessione non si deve gettare la spugna».
La segretaria avverte Mr. Gelb che stasera ne avrà almeno fino a mezzanotte. Al tramonto il pubblico è già in fila all´ingresso per una replica de La Tosca. Visto da Broadway il Met illuminato è esattamente quello del film Stregata dalla luna, quando Nicolas Cage e Cher scivolavano mano nella mano verso la scala mobile, sotto lo sputnik, per la loro notte di gloria, alla prima della Bohème.