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 2012  gennaio 22 Domenica calendario

CLUJ NAPOCA

Non è vero che per arrivare all´alba non c´è altra via che la notte: nei forni della Transilvania, quando nasce il sole, il pane è già partito. Lo sfornano, lo congelano, lo impacchettano. E lo spediscono in Italia. Tutti i giorni. A tutte le ore. Sui Tir frigoriferi e in aereo quello diretto a Nord (molto Veneto e Friuli Venezia Giulia). Via Croazia, e poi attraverso l´Adriatico, se va al Centro o a Sud. A San Marino importato dalla camorra per le mense scolastiche. In Sicilia, in Abruzzo, nel basso Lazio. Altro che truffe telematiche: è la baguette il nuovo miracolo romeno. Ma non si deve dire. Perché con la globalizzazione, in certe filiere alimentari, l´ufficialità può essere sconveniente. E così come in una favola ancora da scrivere il filone di Dracula - costo: meno della metà di quello italiano; durata: due anni; giro d´affari: 500 milioni - diventa un segreto di Pulcinella. Tutti lo sanno, ma è più commerciale dissimulare.
«Non abbiamo rilasciato licenze per esportare pane in Italia», dice Grigore Onaciu, capo della direzione agricola di Cluj Napoca. Intrigante la versione dell´associazione panificatori: «Non sappiamo se qualche azienda vende in Italia». Sembrano cadere dalle nuvole anche negli uffici della sanità alimentare: «Autorizzazioni? Boh...». Come mai questa linea d´ombra se poi nei nostri super e ipermercati le derrate di pane romeno precotto vanno alla grande e al Nord un filone su quattro arriva da qui? «Può sembrare insensato, ma troppa pubblicità è negativa», spiega un esportatore che lavora per quattro grandi forni sparsi tra Timisoara, Bucarest e Cluj. Nei periodi di crisi, la concorrenza, leale o sleale, fa più paura. «Gli ipermercati italiani mollerebbero, e calerebbero le ordinazioni. Ci paragonerebbero a una piccola Cina, e invece siamo un Paese comunitario». Più che una commedia degli equivoci pare un gioco delle parti. E dunque: il viaggio del pane dell´Est conviene raccontarlo al contrario. Partendo dalla data di scadenza, da quei numeri stampati su confezioni essenziali: contrappasso perfetto del packaging ammiccante dei nostri marchi. Una sola scritta. Impressa dalla grande distribuzione per rassicurare restando sul vago: «Prodotto sfornato e confezionato in questo punto vendita». Mavalà. Prodotto sfornato e confezionato qui, lungo il Danubio, nella gelida Transilvania di cui Cluj è stata capitale (oggi con le sue università e la sua azienda siderurgica è la terza e più evoluta città della Romania). E a Costanza, e a Timisoara dove ormai ci sono più imprese italiane che romene, e nella vecchia zona industriale di Bucarest.
Immaginate una filiera unica. Con due linee produttive. Una moderna, tecnologicamente all´avanguardia. Come questo bestione inaugurato tre mesi fa a Campia Turzii, mezz´ora di macchina da Cluj. La Lorraine. Una joint venture belga-romena per un impianto modello costato 14 milioni (5 dall´Unione europea) che viaggia a una velocità oraria di 1250 kg di pane. Tutto è automatizzato: dall´impasto dei cereali al confezionamento. Cuociono a 205 gradi, poi una botta a meno 25. I dieci operai sembrano tecnici dei Ris, la pulizia è maniacale. Pensi ai disastri di Ceausescu e invece ti trovi davanti una Cupertino del pane. Dice il viceconsole italiano, Radu Pescaru: «Loro sono un gioiellino. Poi però ci sono anche realtà diverse». Già. A 440 chilometri da Cluj, ecco le banlieues industriali di Bucarest. Nei forni a gestione familiare - ma che immettono merce nei pochissimo snob binari dell´export - filoni e baguette li cuociono replicando o forse ispirando certe abitudini camorristiche napoletane: si utilizza legna di dubbia provenienza, scarti di bare, residui di traslochi e scheletri di fabbriche dismesse (sono migliaia). Persino pneumatici. Le celle frigorifere finiscono il lavoro. Un chilo di pane costa 60-80 centesimi. Massimo, 1 euro. Qui come a Timisoara. A Venezia ce ne vogliono 3,87. Il risultato sono i 4 milioni di chili di pane surgelato prodotti ogni anno da queste parti. Dicono i consumatori di pane low cost che dopo il ritorno in vita nel fornetto - otto minuti a 210 gradi, - fa la sua figura. Il mercato ci crede. Più della metà dei filoni che mangiamo nelle mense e nei bar vengono dai forni di Romania, Moldavia, Slovenia. «C´è molta omertà - ragiona Luca Vecchiato, il più antico forno di Padova, già presidente nazionale di Federpanificatori - la nostra denuncia e l´inchiesta di Repubblica hanno scoperchiato un vaso di Pandora. Adesso si sono chiusi tutti a riccio». Va detto, ed è questo che fa imbestialire i 24 mila fornai italiani, che le importazioni sono perfettamente conformi alla legge. Finché l´Europa non imporrà l´obbligo di indicare la provenienza del prodotto in etichetta, chi fa arrivare pane da fuori può vivacchiare con quel generico «sfornato e confezionato in questo punto vendita». Ben sfornati in Romania.