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 2012  gennaio 22 Domenica calendario

Nonostante sia un gesto comune che per amore o amicizia quasi ogni individuo reitera addirittura su base quotidiana, le opinioni intorno all’«osculazione» divergono

Nonostante sia un gesto comune che per amore o amicizia quasi ogni individuo reitera addirittura su base quotidiana, le opinioni intorno all’«osculazione» divergono. Gli scienziati proprio non sono riusciti a trovare una linea univoca sui motivi che ci hanno spinto a questa pratica bizzarra: sarà un fenomeno naturale o di natura culturale? Derivante dall’istinto o dall’apprendimento? E quali reazioni scatena nel nostro corpo, dalle estremità fino al cervello? Soprattutto: di che diavolo parliamo quando alludiamo all’atto definito da questo termine infelice? Parliamo di bacio, semplicemente. Questo gesto, che innesca una forte reazione emotiva e ha un palese significato evolutivo, ha spinto Sheril Kirshenbaum, giornalista scientifica dall’anima pop, a indagare con l’aiuto della biologia e dell’antropologia, delle neuroscienze e della psicologia, quella che l’attrice Mae West, primo sex symbol del cinema americano, chiamava «la firma di un uomo». O di un animale, tanto per cominciare. Perché quando Darwin si convinse che l’uomo fosse il solo a sapere baciare prese un abbaglio grande come una casa. Anche se parrà un brano partorito dalla fantasia di Gianni Rodari, oggi sappiamo che le talpe si strofinano il muso, le tartarughe si danno qualche colpetto con la testa, i porcospini si sfregano il naso (altre parti libere, d’altro canto, non sarà facile trovarne), i criceti si piazzano faccia a faccia, i gatti si leccano, le giraffe intrecciano il collo e diverse specie di pipistrelli usano perfino la lingua. D’ora in poi, vietato affermare: "Baci come un animale". Potrebbe essere scambiato per un complimento. P iù complesso determinare come la prassi si sia affermata fra gli esseri umani. Le teorie sono tante. Secondo il neuroscienziato Vilayanur S. Ramachandran, i nostri antenati, una volta suggestionati a puntare sul colore rosso a caccia di cibo (leggi: i frutti maturi in mezzo al fogliame), hanno applicato quell’istinto all’anatomia femminile, passando dalle zone intime alla bocca, che già il celebre etologo Desmond Morris definiva "un’eco genitale". A quest’ultimo si deve anche la seconda teoria, che collega in modo ragionevole la sensazione di benessere alla fase dell’allattamento. Sempre all’infanzia si fa risalire la terza ipotesi, quella sulla "premasticazione", un metodo essenziale da che esiste il genere umano per svezzare bambini ancora non autosufficienti. Se ci rivolgiamo all’anatomia potremo invece scoprire che non c’è alcuna relazione tra la mano con la quale scriviamo e il fatto di inclinare la testa a destra nel corso di un bacio. Anche qui le opinioni divergono: c’è chi sostiene che la faccenda abbia inizio nell’utero e chi con l’allattamento Di sicuro, per quanto poco sexy, sarà istruttivo sapere che lo zygomaticus major, lo zygomaticos minor e il levator labii superior lavorano di concerto a sollevare il labbro superiore, mentre il depressor anguli oris e il depressor labii inferioris spostano quello inferiore. A quel punto entrano in gioco le terminazioni nervose: le minuscole ma alacri connessioni mandano una cascata di segnali alla corteccia somatosensoriale e al sistema limbico. Così gli impulsi neurali spingono il nostro corpo a produrre una serie di neurotrasmettitori e ormoni, tra cui dopamina, ossitocina e serotonina. Crederete di aver baciato il principe azzurro o la donna ideale, ma in verità siete solo manovrati da una cascata di endorfine prodotte dalla ghiandola pituitaria e dall’ipotalamo. Forse non sembrerà molto romantico, ma l’amore ha un nome ed è epinefrina (più nota come adrenalina). C erto, se diamo retta ai biologi potremmo invece farci l’idea che a spingerci a baciare siano soprattutto i nostri germi, smaniosi di fare a cambio con i loro consimili. Negli anni Cinquanta un ricercatore del Baltimore City College stabilì che due individui innocentemente dediti a sdilinquirsi nelle ultime file di un drive-in si scambiano 278 colonie di batteri, per quanto innocui al 95%, e questo perché la nostra saliva contiene cento milioni di germi al centimetro cubo. Sarà da qui che avrà origine la cosiddetta filematofobia, ossia "paura del bacio", dietro la quale si nasconde il timore per l’Herpes o per il virus Epstein-Barr, responsabile della mononucleosi o "malattia del bacio"? Nell’ambizione di scoprire quale eco avesse nel nostro corpo lo stucchevole "apostrofo rosa" (così definito da Rostand, l’autore del Cyrano), la Kirshenbaum s’è spinta fino al laboratorio di un neuroscienziato cognitivo, per cercare - con risultati poco rilevanti, va detto - di "vedere" grazie a uno strumento di scansione cerebrale, ossia la macchina della magnetoencefalografia, detta affettuosamente MEG, la reazione di un gruppo di volontari alla visione di qualche bacio in fotografia. S’è arresa con un nulla di fatto. Ci vuole anche un briciolo di mistero. O di poesia, se si preferisce. Quella di uno come Edward E. Cummings, ad esempio, che se ne intendeva: "I baci sono un destino migliore della saggezza". Parole sagge che cascano al bacio. *** Nel tentativo di capire l’uso del bacio nel mondo, anche gli antropologi ebbero i loro bei grattacapi. Dare per scontato un gesto tanto semplice fu un grave errore e a volte ebbe qualche risvolto grottesco. Nell’Ottocento, ad esempio, l’avventato William Winwood Reade, autore di Savage Africa, decise di provare a baciare la figlia di un capotribù e la ragazza fuggì a gambe levate, spaventata a morte e convinta che il mite studioso volesse divorarla viva. In un altro libro datato 1872, The Martyrdom of Man, lo stesso Reade raccontò il ritorno a casa dei cacciatori in una comunità africana. Venivano accolti con grande affetto, «accarezzandoli in viso, — scrive Reade — dando loro colpetti sul petto e abbracciandoli in tutti i modi, ma senza usare le labbra, perché il bacio è sconosciuto fra gli africani». Non solo, con tutta probabilità avrebbero anche trovato parecchio sgradevole il fiato al dentifricio. Ugualmente spiazzato rimase uno scrittore di viaggio che, nella stessa epoca, fece una trasferta in Finlandia e lì notò che uomini e donne non disdegnavano di fare il bagno nudi tutti insieme, ma consideravano la pratica del bacio oscena oltre ogni dire. «Che ci provi, mio marito — lo avvertì una simpaticona — e gli brucio le orecchie, tanto da fargli sentire la scottatura per una settimana». Il celebre Bronislaw Malinowski, antropologo polacco naturalizzato britannico, a zonzo per le isole Trobriand, vicino alla Nuova Guinea, notò che durante l’atto sessuale, per qualche inesplicabile motivo, al posto di baciarsi, i trobriandesi si mordevano le ciglia. «Non sono mai riuscito a comprendere — scrisse Malinowski — il meccanismo o il valore sensuale di questo atto». Farà sorridere invece ricordare che negli anni Venti del Novecento, «Il bacio», statua scolpita da Auguste Rodin (1888-1889), venne esposta a Tokyo, ma con qualche cautela: fu circondata da una cortina di bambù per non offendere il pudore del pubblico.