Claudio Mencacci, Corriere della Sera 22/1/2012, 22 gennaio 2012
CLAUDIO MENCACCI*
Stiamo diventando tutti più ansiosi? I recenti dati della letteratura indicano che nell’Unione Europea oggi il 38,2 per cento della popolazione (il 27 per cento nel 2005) soffre di un disturbo psichico, cioè 164,7 milioni di persone, e di queste circa 70 milioni soffrono di disturbi di ansia nelle loro diverse manifestazioni. I disordini mentali sono diventati una delle più grandi sfide del XXI secolo in termini di salute e rappresentano la principale causa di disabilità nel mondo. Colpiscono a tutte le età, anche se le forme più gravi esordiscono in adolescenza e sono spesso sottovalutate. Perché siamo più ansiosi? Una delle principali spiegazioni è legata al fatto che gli attuali ritmi di vita (ma anche l’eccesso di stimolanti e stupefacenti) richiedono al nostro cervello continui adattamenti e risposte a stimoli nuovi, siano avversi o piacevoli. Evitare un pericolo, ricercare nuovi stimoli o dipendere dall’approvazione altrui, sono alcune tra le situazioni che corrispondono a diversi assetti neurochimici e favorirebbero la costruzione di schemi cognitivo-comportamentali differenti. Il futuro fa paura: di fronte all’incertezza, al pericolo reale o immaginato, la reazione di allarme crea ansia, che tende ad amplificarsi e a cronicizzarsi. Le persone con maggiore predisposizione tendono a sviluppare un disturbo che rende la risposta di ansia svincolata dallo stimolo.
Si osservano così episodi di panico, ossessioni continue, preoccupazioni eccessive su tanti aspetti della vita quotidiana. Tutti fenomeni che peggiorano la qualità
di vita, le relazioni interpersonali e diminuiscono
le nostre prestazioni professionali.
Il risultato è che ci troviamo sempre più soli.
È importante riconoscere subito i sintomi e trattarli
con interventi appropriati, siano essi farmacologici
o psicoterapici, per evitare che un problema si trasformi
in un dramma. L’ansia si può curare e anche guarire,
non bisogna vergognarsi di parlarne o negarne
l’esistenza. È più comune di quanto si pensi, ma solo
una persona su tre si cura.
*Direttore Neuroscienze
A.O. Fatebenefratelli-Oftalmico, Milano