Sergio Romano, Corriere della Sera 22/1/2012, 22 gennaio 2012
Margaret Thatcher, Deng Xiaoping, Ronald Reagan, Bettino Craxi, Silvio Berlusconi, Tony Blair, Peter Mandelson e forse anche Massimo D’Alema sono alcuni personaggi politici che hanno contribuito a sdoganare, anche a sinistra, l’idea che essere ricchi è cosa buona e giusta
Margaret Thatcher, Deng Xiaoping, Ronald Reagan, Bettino Craxi, Silvio Berlusconi, Tony Blair, Peter Mandelson e forse anche Massimo D’Alema sono alcuni personaggi politici che hanno contribuito a sdoganare, anche a sinistra, l’idea che essere ricchi è cosa buona e giusta. Sbaglio o adesso, almeno in Occidente, sta tornando di moda Proudhon? Giancarlo Sallier de la Tour giancarlolatour@me.com Caro Sallier de la Tour, S uppongo che lei alluda implicitamente a una famosa frase, spesso considerata la sintesi del pensiero politico e filosofico di un intellettuale francese, Pierre-Joseph Proudhon, che fu negli anni Quaranta e Cinquanta dell’Ottocento uno dei maggiori avversari di Karl Marx. Alla domanda «Che cosa è la proprietà?», formulata nel 1840 sulla copertina del suo primo saggio politico-economico, Proudhon rispose seccamente: «La proprietà è il furto». Ma quella definizione non gli rende giustizia. In altre circostanza disse che «la proprietà è libertà» e sostenne che era condannabile soltanto quando diventa «potere dell’uomo sull’uomo». Piuttosto che economista Proudhon fu un filosofo e un moralista. Credeva nel diritto al lavoro, nella giustizia, nel rispetto dell’individuo, nella «eguaglianza delle intelligenze», nel «livellamento delle condizioni», nel federalismo, nella progressiva scomparsa dello Stato. Il suo grande sogno fu quello di una economia cooperativa in cui tutti i lavoratori avrebbero condiviso gli oneri e i benefici dell’impresa. Nel gennaio del 1849, dopo i grandi moti rivoluzionari dell’anno precedente, fondò una Banca del popolo che avrebbe dovuto funzionare senza capitali grazie al semplice scambio di carta moneta. Scrisse libri, articoli, saggi, fu brevemente deputato, venne condannato per «incitazione all’odio e al disprezzo del governo», passò tre anni in prigione, fu esule in Belgio all’epoca del Secondo Impero e amnistiato da Napoleone III nel 1860. Uno dei suoi libri più noti, «La filosofia della miseria», provocò una sferzante e sarcastica reazione di Marx intitolata «La miseria della filosofia». L’intellettuale tedesco trattava l’intellettuale francese alla stregua di pasticcione romantico, incapace di interpretare freddamente e realisticamente le leggi della storia. L’ultimo capitolo del duello fra Proudhon e Marx andò in scena in Italia quando Bettino Craxi, il 27 agosto 1978, pubblicò su l’Espresso un lungo articolo («Il Vangelo socialista») in cui fece dell’intellettuale francese un antenato del Psi e gli attribuì il merito di avere previsto gli errori del comunismo e gli orrori del regime bolscevico. Un’ultima osservazione, caro Sallier de la Tour. Proudhon fu contrario alla creazione dello Stato italiano. Scrisse che Mazzini «si era fatto propagandista d’un sistema falso nel suo principio e funesto nelle sue conseguenze: l’unità d’Italia». Disse che non sapeva più se credere «alla sincerità di Garibaldi o alla sua perfidia». E concluse: «Credete forse al civismo intelligente dei pugnali siciliani, dei coltelli trasteverini, delle bombe orsiniane, delle baionette garibaldine?». Se il lettore vorrà saperne di più potrà leggere una breve raccolta di scritti di Proudhon, «Contro l’Unità d’Italia», pubblicata nel 2011 dall’editore Miraggi di Torino a cura di Antonello Biagini e Andrea Carteny.