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 2012  gennaio 22 Domenica calendario

WASHINGTON —

Le stragi di Boko Haram sono una sfida alla Nigeria e alla comunità internazionale. Un doppio messaggio di una formazione che ha obiettivi locali ma contatti e tattiche che l’hanno trasformata in una costola del qaedismo regionale. Un percorso che i «talebani africani» hanno compiuto con una velocità impressionante. Il gruppo, appena tre anni fa, sembrava in grandi difficoltà. E l’uccisione — una vera esecuzione — del suo leader Mohammed Yousuf poteva segnarne la fine. Invece si sono dispersi nei Paesi circostanti (come il Camerun), hanno curato le ferite e si sono riorganizzati cercando contatti esterni.
Le intelligence occidentali hanno indicato in modo preciso in quali direzioni si è ramificato il movimento che sogna di instaurare la legge islamica (Sharia) in Nigeria. Elementi si sono recati nell’area tribale pachistana, vera università del terrorismo, da dove hanno importato le tecniche jihadiste. Altri hanno stabilito rapporti operativi con Al Qaeda nella Terra del Maghreb algerina (Aqim). E’ stato lo stesso leader, il nordafricano Abdelmalek Droukdel, a rivelare l’invio di armi e l’assistenza ai fratelli del Sud. Un’affermazione poi confermata dagli 007 di Parigi, inquieti per la nascita dell’asse. Indagando sul sequestro di due francesi — un anno fa — a Niamey (Niger) è emersa una pista interessante: un telefono ha permesso di stabilire l’esistenza di rapporti tra un intermediario di Boko e i rapitori. Dall’Algeria, i servizi segreti hanno aggiunto dati sulla cooperazione con Aqim che ambisce a svolgere la funzione di faro. Il terzo fronte è quello somalo, i militanti nigeriani hanno ricevuto consigli dagli Shabab che, per quanto siano impegnati a difendere il loro territorio, tendono ad ampliare il raggio d’azione. Se non altro per «punire» quei Paesi africani (Uganda) che hanno inviato truppe a Mogadiscio.
Come spesso accade per i nuclei qaedisti, l’influenza esterna ha trovato un’applicazione pratica sul terreno. E l’aspetto più significativo è l’uso degli attentatori suicidi. Uno di loro, Mohammed Manga, 35 anni, padre di 5 figli, si è lanciato sei mesi fa con un’autobomba contro un commissariato. Il giorno dopo — stesso modus operandi — i Boko Haram hanno colpito gli uffici Onu ad Abuja. Difficile non scorgere le analogie con le operazioni di Al Qaeda. Gli organismi internazionali sono finiti nel mirino, da Bagdad a Mogadiscio. A questi bersagli tradizionali si sono aggiunti quelli cristiani, con le chiese attaccate il giorno di Natale. Poi sono arrivati gli assalti multipli con l’impiego di tiratori e kamikaze. A Kano le vittime erano dei musulmani, target legittimi perché «collaboravano» con le autorità.
Per gli esperti di questioni africane la spinta radicale dei Boko Haram è cresciuta in seguito ad una frattura interna che ha portato alla nascita di almeno due correnti. La prima è favorevole a trattative con il governo. Tra i moderati si muove una componente che chiede amnistia e riconoscimento del proprio status. Le autorità, però, sono guardate con sospetto. Per la repressione cieca e — stando ad alcuni — per contatti nebulosi con chi mette le bombe. La seconda «anima» è quella jihadista-internazionalista. A guidarla c’è Abubakar Shekau, il successore di Yousuf, l’ispiratore dell’offensiva. Dicono che non viva in Nigeria ma preferisca muoversi tra Camerun, Niger e Ciad. Una presenza che lo mantiene al sicuro e, nel contempo, gli consente di arruolare reclute in questi Paesi. Imitando Aqim e Shabab, Boko Haram vuole apparire come una realtà più ampia e dunque non limitata al locale. Ciò che lega è l’idea, la nazionalità è irrilevante.
Importante è «unirsi alla carovana». Così predicava un uomo che non c’è più. Osama Bin Laden.
Guido Olimpio