Nicoletta Sipos, Chi, n. 3, 18/01/2012, pp. 76-81, 18 gennaio 2012
L’UOMO DEI PRESIDENTI
J. Edgar Hoover, che diresse l’FBI per quasi mezzo secolo diventando uno degli uomini più potenti d’America, era nato il 1° gennaio 1895 a Washington da una famiglia di funzionari statali. Ebbe un rapporto difficile con il padre, Dickerson Naylor, che soffriva di depressione e subì numerosi ricoveri coatti. Forte e duraturo fu, invece, il suo affetto per la madre, Annie Marie Scheitlin Hoover, dalla quale ereditò ambizione, patriottismo e fede.
Da adolescente J. Edgar sognava di diventare prete. Ma poi, nel 1913, trovò lavoro alla Biblioteca del Congresso e si iscrisse ai corsi serali di legge che la George Washington University offriva agli impiegati dello Stato. Nel luglio 1917 entrò nel Bureau of Investigation (BI), i servizi investigativi del ministero di Giustizia, creati dieci anni prima da Charles Joseph Bonaparte, un discendente di Napoleone. C’era la prima guerra mondiale, tempo di caccia a spie, sovversivi e sediziosi. Nel settembre 1917 il ministero arrestò 50 mila "sospetti" e Hoover si specializzò nella caccia a comunisti, sindacalisti e suffragette. Nel 1918 era così ben piazzato che poté assumere una segretaria personale: quella Helen Gandy, che gli sarebbe rimasta accanto per 54 anni.
Nel 1921 Hoover fu nominato primo assistente del direttore del B.I. e nel 1924 prese la direzione con un intenso programma di riorganizzazione. L’esperienza in biblioteca lo aiutò a uniformare e classificare i rapporti degli agenti. Creò l’archivio delle impronte digitali, nuovi laboratori scientifici e l’accademia per formare gli agenti. Nel 1935 ottenne che il Parlamento la rinominasse Fbi (Federal bureau of investigation).
I suoi uomini spiavano e schedavano i personaggi più in vista, dai politici agli attori, e lui usava le informazioni per controllare il Paese. Sopravvisse a otto presidenti, da Coolidge a Nixon, offrendo favori, prospettando minacce e piegando tutti alla sua volontà. Il rapporto privilegiato che aveva col presidente Franklin Delano Roosevelt non gli impedì di documentare i suoi adulteri e di frugare tra i segreti della first lady Eleanor. Ce l’aveva a morte con JFK e suo fratello Bob, il ministro della Giustizia, perché erano troppo "liberal". Ma diffidava soprattutto di Nixon, che pareva deciso a mandarlo in pensione.
Negli Anni 30, con la cattura di gangster come John Dillinger e Alvin Karpis, diventò l’eroe americano duro e puro. In realtà era meno che perfetto. Negli Anni 50 si schierò con l’anticomunismo di MacCarthy e sfidò le leggi a favore delle libertà civili, mostrando disprezzo per neri e donne. Ignorò a lungo la mafia, sottovalutandone la pericolosità, e a volte esagerò i propri meriti attribuendosi, per esempio, la cattura di Bruno Hauptmann, il presunto rapitore di baby Lindberg, che era stato individuato dal ministero del Tesoro. Montò contro Martin Luther King una campagna denigratoria, passando a giornali e leader politici dettagliati resoconti dei suoi incontri galanti. In realtà temeva la desegregazione, nella certezza che i matrimoni interraziali avrebbero portato l’America alla rovina.
Rimase sempre scapolo e lo stretto rapporto con il suo vice Clyde Tolson, assunto dall’Fbi nel 1928, ha spesso dato adito a voci di omosessualità. I biografi sono divisi: per Anthony Summers era gay, amava vestirsi da donna e con Tolson visse un rapporto para-coniugale anche se due mantennero case separate. Richard Hack sostiene, invece, che l’intimità apertamente concessa a Tolson riveli l’innocenza del loro legame.
Lui stesso ricordava un solo amore sbocciato sui banchi del liceo, ma c’è chi giura sulla sua passione per l’attrice Dorothy Lamour (La figlia della giungla). Come conferma implicita si cita il fatto che la star rifiutò di smentire il rapporto. Il mistero, comunque, rimane. Come restano misteriose la sua morte, causata da un ictus troppo improvviso il 2 maggio 1972, e la collocazione attuale dei leggendari rapporti segreti con quali dominò politici e vip. Segreti su segreti. Non a caso lui stesso diceva: «C’è qualcosa, in un segreto, che crea dipendenza, come una droga».