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 2012  gennaio 18 Mercoledì calendario

Anche lui, Antonio Di Pietro, 61 anni, come il protagonista del film Benvenuti al Nord, il napoletano Mattia (Alessandro Siani), da Sud è emigrato al Nord in cerca di fortuna

Anche lui, Antonio Di Pietro, 61 anni, come il protagonista del film Benvenuti al Nord, il napoletano Mattia (Alessandro Siani), da Sud è emigrato al Nord in cerca di fortuna. «Sì, quarant’anni fa ho fatto la mia valigia di cartone e sono partito. Avevo appena finito il servizio militare e, dopo il Natale in famiglia a Montenero di Bisaccia, in Molise, approfittai di un passaggio in auto. Mi scaricarono in Germania, vicino a Stoccarda», racconta il leader dell’Idv. «La mia storia da emigrante incomincia da lì. E dopo pochissimo è continuata a Milano, anzi, vicino a Como. Ho vissuto in una baracca di lamiera con altri venti immigrati e una stufa per cinque mesi, ho fatto mille lavori a cottimo, tra cui il lucidatore di metalli e il falegname. Poi ho vinto un concorso da impiegato tecnico a Linate, ho fatto l’amministratore di condominio e il poliziotto… Ma ho imparato la solidarietà, quella vera». Ora l’ex magistrato di Mani pulite, due volte ministro, attualmente deputato e leader dell’Italia dei valori, è saldamente trapiantato al Nord, se si esclude la vita politica romana. Precisamente a Bergamo, da quando si è sposato (per la seconda volta) con l’avvocato Susanna Mazzoleni. Anche lui, dunque, “terrone” benvenuto al Nord, come Siani. Di umili origini, partito senza un soldo e con un solo vestito addosso. Ma, alla fine, ce l’ha fatta. Domanda. Quarant’anni fa la situazione per chi voleva farcela al Nord era ben diversa, no? Risposta. «Per chi aveva voglia e capacità di fare, allora il lavoro c’era. Non era un problema essere del Sud. Eravamo in tanti. Bisognava solo avere voglia di lavorare. Molto. C’era solidarietà. E i padroni diventavano quasi dei parenti con chi dimostrava volontà… Certo, si faticava parecchio. Non mi sono mai risparmiato. Ho partecipato a tantissimi concorsi per periti elettronici. E, quando vinsi il concorso al ministero della Difesa per un soffio (arrivai diciottesimo su 18 posti disponibili), perché non avevo avuto il tempo di studiare, andai a lavorare a Linate. Piano piano, per arrotondare, mi misi a fare anche l’amministratore di condominio. Al Nord, nel 1973, quando arrivai io, volendo c’era la possibilità di un secondo e di un terzo lavoro». D. Grandi possibilità di lavoro per il giovane Di Pietro, allora. Mentre adesso la situazione è molto diversa. Come si trova, ora, da politico, in questo Nord? R. «Vivo a Bergamo da tanto. I miei figli sono al Nord. Non mi sento estraneo o, forse, non mi ci sono mai sentito. Adesso anche il giovane volenteroso del Nord non riesca a trovare lavoro, per questo guarda con ostilità chiunque voglia togliergli la minima possibilità… E il problema non è soltanto quello della mancanza di lavoro. È colpa della politica che ha esasperato certe contrapposizioni. Il modello leghista respingente ha fatto scuola con la sua cultura dell’odio. Sta inculcando l’idea di due Italie contrapposte». D. Ma davvero nessuno l’ha mai chiamata “terrone”, allora? R. «No, io ho trovato un Nord accogliente. Anche nel rapporto padrone-operaio, il padrone era un buon padre e, se l’operaio era bravo, faceva di tutto per tenerselo. Mangiavano insieme». D. Non ha dovuto lottare contro dei pregiudizi, contro mentalità tipo “non si affitta a meridionali?” R. «Mi sono inserito benissimo. Vivevo nella Brianza operosa e apprezzato molto quelle imprese familiari, quei piccoli imprenditori che si svegliavano alle 5 del mattino e faticavano fino alle 9 di sera. Li vedevo, mentre mi recavo al lavoro, accendere le luci dei loro laboratori all’alba… Dopo sei anni di lavoro, amministravo 300 appartamenti. Avevano tutti fiducia di me, anche perché risparmiavano: all’occorente, infatti, riparavo le caldaie e facevo l’idraulico e l’elettricista. E poi, dopo che mi sono sposato e laureato, sono diventato magistrato e ho vissuto l’esperienza di Mani pulite a Milano». D. Erano davvero altri tempi. R. «Sì, ora il lavoro non c’è per nessuno. Del Nord e del Sud. Ah, volevo dire che a volte sono io, oggi, che chiamo “terrona” mia moglie, che è del Nord. Quando fa troppo la chioccia con i figli. Forse si è troppo integrata lei, al Sud». D. Come vede le nuove generazioni del Sud, che si trasferisce al Nord? R. «Hanno le gomme a terra, come quelle del Nord, del resto. Ai miei tempi, quarant’anni fa, i giovani migliori del Sud andavano al Nord. Ora, invece, i giovani migliori vanno all’estero».