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 2012  gennaio 20 Venerdì calendario

Anatroccoli in Russia, cigni a New York - Il luogo ideale per intervistare Ilya ed Emilia Kabakov, una delle coppie storiche dell’arte contemporanea, il luogo ideale sarebbe sotto un tappeto, come fa la figura meccanica che si muove sotto, appunto, l’enorme tappeto, che accoglie lo spettatore alla mostra dei due artisti russi a Milano in quella piccola, nemmeno troppo, cattedrale che è la galleria di Lia Rumma

Anatroccoli in Russia, cigni a New York - Il luogo ideale per intervistare Ilya ed Emilia Kabakov, una delle coppie storiche dell’arte contemporanea, il luogo ideale sarebbe sotto un tappeto, come fa la figura meccanica che si muove sotto, appunto, l’enorme tappeto, che accoglie lo spettatore alla mostra dei due artisti russi a Milano in quella piccola, nemmeno troppo, cattedrale che è la galleria di Lia Rumma. «Tutto il nostro lavoro raccontano contemporaneamente come in un duetto musicale marito e moglie – parla del tentativo di scappare. Non dall’Unione Sovietica, come banalmente molta gente vorrebbe pensare, ma dalla realtà. Il nostro lavoro è la ricerca di uno spazio privato simbolico o reale. La ricerca di quella cucina dove, durante il regime comunista, gli artisti si ritrovavano a parlare, ad immaginare, a sognare. Cerchiamo un luogo dove poter essere in incognito, il sottosuolo, l’underground da dove siamo usciti. Oggi tutto è troppo trasparente. Tutto è pubblico, visibile. Cellulari, Internet, le pareti della cucina delle nostre anime sono diventate di vetro, non c’è più privacy». Eppure avete vissuto in un paese, un sistema politico, dove il privato era proibito «Sì il privato era proibito ma non la dimensione intima». Avevo incontrato Ilya ed Emilia molti anni fa a New York e nonostante così tante cose siano cambiate e cosi tanto lavoro sia passato sotto il ponte della loro carriera, la coppia è rimasta uguale sia fisicamente che artisticamente, anche se Ilya si sta preparando alle grandi celebrazioni per il suo ottantesimo compleanno il 30 settembre prossimo. Agli inizi c’era solo lui poi nel 1989 il sodalizio con la moglie è diventato ufficiale. Ilya ha studiato in una scuola speciale per bambini prodigio mentre Emilya è una pianista. Arte e musica sono d’altronde le due radici che tengono in piedi il loro lavoro. Ilya mostra per la prima volta il suo lavoro in Occidente a Berna nel 1985 invitato da Jean Hubert Martin, un curatore che ha anticipato di molti anni la globalizzazione del sistema dell’arte. Nel 1988 alla galleria Feldman di New York arrivano i mitici 10 personaggi di Kabakov. Dieci stanze, costruite attorno a una cucina comune, ognuna che racconta la storia di un personaggio immaginario. L’installazione di New York era la ricostruzione dell’appartamento dove vivevate? «Assolutamente no, mai vissuto in un appartamento comune. Tutto il lavoro è frutto dell’immaginazione. Io (dice Ilya) vivevo nel mio studio a Mosca, non avevo nemmeno la cucina». Lo studio esiste ancora? «Sì, legalmente è ancora mio, se volessi tornare potrei riprendermelo. Ma preferisco lasciarlo a Joseph Beckstein che ci ha fatto gli uffici della Biennale di Mosca» Dovete vivete adesso? «A Long Island nella parte Nord, quella più calma rispetto agli Hamptons. Vicino al nostro studio c’è il cimitero dove è sepolto Rothko». Qualche tentazione di tornare in Russia? «No, la vita negli Stati Uniti è molto tranquilla, si lavora e si pensa molto bene. Poi in Russia non si parla più la lingua che parlavamo noi». In che senso? «Proprio nel senso che la gente parla un linguaggio completamente diverso. È la lingua del sottobosco criminale. Non è né russo ne lingua ufficiale sovietica, né Dostoevskij né Lenin. La gente parla la lingua che parlavano nei campi di lavoro. Noi siamo cresciuti conoscendo alla perfezione i classici della letteratura mondiale a partire da Jack London. C’era l’orgoglio da parte del regime di avere i bambini più bravi del mondo. Non potevamo viaggiare nel mondo, non potevamo vedere dal vero i capolavori del Rinascimento ma ne conoscevamo ogni dettaglio. Vivevamo in una fantasia». Il vostro lavoro è tutta fantasia... Sì, la fantasia era l’unico luogo dove era possibile essere liberi, dove nessuno poteva controllarci». Volevate cambiare la società con la vostra arte? «No, volevamo andare sotto la società, nel sottosuolo» Eravate dissidenti? «No. Il dissidente è qualcuno che va nelle piazze. Gli artisti invece si nascondevano in cucina a parlare, immaginare il proprio Occidente, il paradiso» Ma l’Occidente, quando lo avete conosciuto davvero, era il paradiso che immaginavate? «Certo! In Unione Sovietica ci sentivamo come brutti anatroccoli. Arrivati in Europa dell’Ovest tutti ci volevano , tutti ci guardavano, eravamo diventati dei cigni. Una sensazione incredibile» Di che tipo di persone parla la vostra arte? «Una persona che ha paura, incertezze, emozioni, timidezza. Non un eroe ma un piccolo individuo. Il piccolo individuo è il nostro eroe» Mi pare che nelle vostre opere anche voi che le create vi mettiate nei panni dello spettatore prendendo una certa distanza. «È vero. Per noi la reazione dello spettatore è molto importante e tentiamo di immaginare cosa può vedere e pensare uno spettatore davanti ad una nostra opera». Il vostro lavoro mi ricorda un po’ i racconti di Zodschenko «In realtà il nostro lavoro è diverso da quello di Zodshenko. Raccontiamo anche noi storie ma non c’e tutta l’ironia di quello scrittore. Lui era uno che aveva vissuto prima della rivoluzione ed era scioccato. I suoi personaggi mostrano i pugni» E i vostri? «Li tengono in tasca. Siamo cresciuti in Unione Sovietica. Il sistema era la normalità non uno shock. Per noi l’Unione Sovietica era come il tempo. Non sognavamo nemmeno di poterla cambiare. Lo shock c’è stato quando l’Unione Sovietica è crollata». In alcuni vostri lavori c’è a volte un gabinetto che cosa rappresenta? «È una metafora della vita, nel senso che un gabinetto è sempre un gabinetto, ma li dentro si può stare anche comodi ed avere una vita borghese». Nei quadri in mostra ci sono frammenti di altri quadri... «Si sono frammenti di opere di un artista italiano immaginario che si chiama, con la pronuncia russa, Totti Kvirini. Si vedono parti delle tele riflesse dentro frammenti di specchio. Apparentemente tutto sembra semplice ma invece la realtà è più complessa». Come in Velázquez? «Esatto» Che cosa è un museo per voi? «Un’isola». I grandi artisti del passato sono degli eroi per voi? «No, nemmeno Michelangelo è un eroe. Gli artisti sono sempre anelli di una catena, quella della storia dell’arte che si allunga nel tempo. Ogni artista è un ponte fra un epoca ed un altra» Ma ci sarà un vostro artista preferito «Più un epoca, il tardo manierismo, e in questa epoca il nostro preferito è Pontormo». Come funziona la collaborazione fra Ilya ed Emilia quando lavorano? «Possiamo solo dire che io (Emilia) non dipingo, il resto è un segreto». Vi considerate rivoluzionari con la vostra arte? «Assolutamente no! Odiamo le avanguardie e le rivoluzioni sono sempre un disastro».