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 2012  gennaio 20 Venerdì calendario

LIBERALIZZAZIONI BLUFF


La premessa è da applausi. Nell’introduzione al decreto legge sulle liberalizzazioni il governo di Mario Monti scrive che il mondo è cambiato rapidissimo e che chi ha in mano le sorti di un paese deve «difendere le tutele sociali e il potere di acquisto dei cittadini», proprio mentre la crescita sta rallentando. Giusto. Poi aggiunge: «A ciò si aggiungono mali antichi che portano istituzioni internazionali (Ocse, World Bank e Fmi) a valutare l’Italia come un Paese in cui l’iniziativa economica privata è fortemente scoraggiata a causa dell’atteggiamento dell’amministrazione, non ultima quella fiscale». E spiega le lentezze della burocrazia, la giustizia civile che non funziona, i problemi di ordine pubblico che bloccano l’imprenditoria al Sud. Perfetto. Come erano inappuntabili le analisi dei vari Mario Monti, Corrado Passera, Antonio Catricalà fatte a convegni e seminari per una vita. Solo che quando è toccato loro andare al governo, hanno fatto l’esatto contrario di quel che dicevano. E ora la lezioncina che dovremmo sciropparci insieme al decreto liberalizzazioni ha il sapore amaro della beffa. Ci saremmo attesi questa introduzione perfetta in testa al decreto precedente, pomposamente battezzato «Salva- Italia», anche se non ha salvato un fico secco di questo paese. E poi dopo le prediche non così inutili, le norme conseguenti: maxi tagli di spesa, privatizzazioni, alleggerimento della pressione fiscale, allentamenti dei vincoli amministrativi, maggiori risorse destinate all’ordine pubblico nelle regioni in mano alla criminalità organizzata. Ma senza tutta quella premessa, che pure ora scrive questo governo dimenticandosi di attuarla, le liberalizzazioni sono un altro slogan inutile. Buono per farsi belli nei convegni, per sentire degli “Oh”di meraviglia quando il professore Monti lo illustra nei salotti nobili dell’euroburocrazia, prendendo un the con David Cameron una verbena con Angela Merkel. Slogan buoni lì, e pronti ad infrangersi qualche minuto dopo davanti al crudo realismo dei mercati.
È vero: con un fisco di questo tipo, che vuoi liberalizzare? Tanto ti porta via tutto lo Stato. E con un paese dominato in larghe aree dalla criminalità organizzata, che liberalizzi? Le licenze dei taxi per dare a qualche picciotto la copertura giusta nel doppio lavoro: di giorno trasporta persone, di notte fa il corriere della droga?
Intendiamoci, aprire i mercati e consentire la competizione è una ricetta giusta per l’economia. Serve anche ai consumatori, come abbiamo sperimentato assistendo alla caduta dei grandi monopoli. Finora in Italia una sola liberalizzazione ha funzionato: quella della telefonia. E sia pure con prodotti e tariffe in continua evoluzione e impossibili da paragonare con i tempi del monopolio, i consumatori hanno vissuto i loro vantaggi. Sicuramente spendevano meno prima, però hanno mille scelte che hanno fatto diventare un bisogno primario quel che non lo era, e nelle mille scelte i concorrenti si fanno continua gara sui prezzi. I primi telefonini ad esempio li pagavi, e salati (anche se tecnologicamente valevano come una radiolina a transistor), e oggi te li tirano dietro in cambio di un qualsiasi abbonamento. In quel settore la liberalizzazione ha creato più Pil, molti più consumi, più posti di lavoro, e alla lunga vantaggi per i consumatori. La strada dunque è quella giusta. Ma funziona quando aggredisci grandi mercati monopolistici, e in una certa condizione di economia generale. Quella della telefonia è stata un vero boom che ha cambiato e addirittura ridisegnato questo Paese in un momento in cui la crescita però c’era ancora sia qui che nel resto del mondo. Le condizioni esterne oggi – come ricorda la stessa relazione che accompagna il decreto – sono le più negative possibili per lo sviluppo. E non è detto che questa benzina serva davvero per la crescita. La scommessa si può fare, con qualche perplessità: se la benzina entra in un serbatoio pieno di buchi, va a finire che la perdi tutta per strada, e per il motore non cambia granché. Senza mettere mano a tutti quei buchi (un sistema amministrativo orripilante, una condizione fiscale insostenibile, un quadro di legalità impossibile), questa benzina servirà assai poco. Se sono solo questi i provvedimenti per la crescita, cominciamo pure a recitare le nostre preci. Perché la sola prova certa che abbiamo della buona intenzione del governo di difendere il potere di acquisto dei suoi cittadini è la misura più nefasta che si poteva prendere: da settembre una aliquota Iva salirà dal 21 al 23 per cento e da ottobre l’aliquota intermedia passerà dal 10 a l 2 per cento. Potere di acquisto dei cittadini disintegrato, e recessione sicuramente aggravata.
Serviranno le liberalizzazioni a tamponare questa voragine? No, nessuna può dare risultati nel 2012 e nemmeno nel 2013. Nel giro di due tre anni forse sì quelle che aggrediscono i grandi mercati monopolisti. Nella bozza di decreto disponibile ieri sera ce ne erano assai poche, e quelle poche assai peggiorate rispetto alle versioni precedenti. Timidezze eccessive sulla rete ferroviaria, sul Banco Posta, sui prodotti assicurativi e bancari. Passi indietro anche sulle micro liberalizzazioni, come quelle di taxi e farmacie. A leggere i commenti di ieri si capisce già tanto: i piccoli ancora infuriati (e un po’deve accadere quando rompi mini oligopoli), applausi dal top management delle Generali e da Assopetroli. C’è sicuramente qualcosa che non funziona, perché con vere liberalizzazioni dovrebbe accadere l’esatto opposto.

Franco Bechis