Questo sito utilizza cookies tecnici (propri e di terze parti) come anche cookie di profilazione (di terze parti) sia per proprie necessità funzionali, sia per inviarti messaggi pubblicitari in linea con tue preferenze. Per saperne di più o per negare il consenso all'uso dei cookie di profilazione clicca qui. Scorrendo questa pagina, cliccando su un link o proseguendo la navigazione in altra maniera, acconsenti all'uso dei cookie Ok, accetto

 2012  gennaio 19 Giovedì calendario

SINTONIA SUL MERCATO UNICO, NO INGLESE AI FONDI PER L’EUROZONA

La risposta alla crisi del l’Eurozona non può passare solo per l’austerità ma anche per la crescita. Mario Monti e David Cameron concordano pienamente su una ricetta che Londra promuove per i partner, ma prescrive un po’ meno a sé stessa. È stata proprio la Gran Bretagna a varare per prima misure di consolidamento fiscale dolorose nel tentativo di ripianare un disavanzo che viaggia ancora fra il 9 e il 10% del prodotto interno lordo. Ha lavorato – pensiamo al taglio sulla corporate tax – anche sul fronte dello sviluppo, ma per dare un rinnovato impulso alla ripresa, oggi, s’appella all’Europa. È stato il messaggio più forte che il premier britannico ha voluto lanciare da Downing street, subito dopo il lunch di lavoro con il Presidente del consiglio italiano. «Ci sono tre passaggi principali – ha detto – crescita; completamento del mercato interno; apertura dell’Unione al commercio con le economie emergenti del pianeta». In altre parole ce ne sono due: commercio con i Bric e commercio all’interno dell’Unione, dinamiche che entrambe favoriranno la crescita. La visione anglosassone dell’Ue non è mai andata molto oltre – almeno nella logica di David Cameron – da una visione sostanzialmente mercantile. E ieri lo ha ribadito con un sì e con un no.
Il premier britannico ha insistito, infatti, per un rapido completamento del mercato interno che a suo parere potrà portare 140 miliardi di ricaduta sulle economie dell’Unione. E su questo ha sfondato una porta aperta, sostenuto totalmente dal presidente del consiglio italiano già Commissario con il portafoglio del Single Market. Per entrambi l’Europa deve mettere a regime un asset che appare trascurato, quantomeno per il mancato completamento del capitoli sui servizi.
Se questo era il sì – e lo ripetiamo era largamente previsto – il no è arrivato sugli stanziamenti al Fondo monetario internazionale. O meglio un "ni", coperto com’è dall’equivoco distinguo britannico. Londra non intende mettere soldi nel Fmi per sostenere l’Eurozona («i quattrini non devono servire - ha detto - per sostenere una valuta, ma per aiutare Paesi in difficoltà»), ma è pronta a fare la sua parte nell’ambito del G20. In quella sede, lo ricordiamo, Londra ha già confermato la propria disponibilità, ribadita dal Cancelliere George Osborne in Cina qualche giorno fa.
Un paso doble che la Gran Bretagna non smette di mettere in scena. Da un lato insiste che il salvataggio dell’Eurozona è essenziale per il rilancio della propria economia che tanto ha goduto dal mercato unico, dall’altro insiste nel non volere mettere mano al portafogli, se non indossando il meno compromettente, più ambiguo, capello del G20. Danari che in realtà vanno ascritti a diversi capitoli di spesa per il Fondo.
È la conferma, una volta di più, che la politica britannica resta vittima di un manipolo di deputati conservatori euroscettici irriducibili. Sono loro che tengono sotto schiaffo David Cameron minacciando una sollevazione ai Comuni che potrebbe far esplodere la coalizione con i Liberaldemocratici. In nome loro, crediamo, David Cameron ha rapidamente ceduto nel negoziato di Bruxelles scegliendo l’emarginazione nell’Unione. In nome loro insiste nel volersi distanziare da qualsiasi aiuto esplicito all’eurozona.
Il potere che le fazioni più radicali dell’antieuropeismo Tory riescono ad esercitare è sorprendente. Londra rischia molto e su due fronti. Se l’euro dovesse implodere il conto per l’economia britannica non sarebbe troppo dissimile da quello che dovranno pagare i maggiori partner dell’eurozona. Se il premier inglese, per libera scelta o per "coercizione" politica, scegliesse di insistere sul minimalismo europeo a cui Londra si va riducendo, ad implodere sarebbe l’alleanza con i Liberaldemocratici. In entrambi i casi la strada è in salita. Lo vedono tutti, eccetto, forse, David Cameron.