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 2012  gennaio 20 Venerdì calendario

ARMI, COMUNQUE


È l’altra faccia della crisi eco­nomica occidentale. Mentre gli altri crescono, le strette sul debito stanno colpendo gli stru­menti militari degli Stati Uniti e di buona parte dei Paesi europei.

Nel 2015 Pechino spenderà più dei Paesi europei
Dal 2001 a oggi, la quota delle spe­se militari europee è scesa dal 29% del totale mondiale al 20%. Non è tutto: secondo il think tank Jane’s, calerà ancora, rappresentando il 16% fra quattro anni. Un livello pa­ragonabile a quello della Cina, che per allora balzerà dal 5% odierno al 15%. Nello stesso periodo, gli Stati Uniti perderanno un buon 8%, ri­dimensionandosi dal 50% e passa attuale al 42%. Salirà la Russia (dal 2,75% al 4,75%), insieme all’Asia e all’America meridionali: niente di nuovo, vista l’ascesa dei Paesi Bric (Brasile, Russia, India e Cina). En­tro il 2016, i bilanci combinati dei Quattro rampanti saranno au­mentati del 150%, in uno scenario di spesa globale sostanzialmente stabile.

Dopo la «ricetta Obama» il «baricentro» sarà asiatico
È una conferma che l’Occidente arretra: avrà minore prontezza o­perativa, minori capacità combat e minori possibilità di proiezione. La crisi sta erodendo parte delle capa­cità delle nostre forze armate, uno degli atout della potenza lato sen­su. Seicento miliardi di tagli po­trebbero colpire il bilancio del Pentagono, se il Congresso non ar­riverà a un accordo per ridurre le spese pubbliche statunitensi. Con 487 miliardi di dollari in meno nel prossimo decennio, il dipartimen­to della Difesa statunitense ha già dovuto rivedere le proprie priorità.
Ridurrà la presenza in Europa, si concentrerà sulla regione Asia-Pa­cifico e sul Medio Oriente e sarà molto più prudente nel combatte­re guerre contro-insurrezionali, co­stose umanamente e finanziaria­mente. Passerà dal concetto “win­win” al più modesto “win-spoil”: è una svolta dottrinaria, che significa rinuncia a combattere e vincere due guerre simultanee, per con­centrarsi su unico teatro, limitan­dosi a contenere un avversario po­tenziale su un altro scacchiere. Se­condo la “ricetta Obama” l’Esercito subirà i tagli più pesanti, scenden­do da 570mila a 490mila uomini, mentre il corpo dei Marines si con­trarrà a 20mila unità.

L’esercito statunitense il più penalizzzato
L’Aviazione e la Marina saranno ri­sparmiate. Sono il simbolo della potenza a stelle e strisce e conti­nueranno ad esserlo. La prima può contare su 1.600 caccia e caccia­bombardieri e su una potenza vo­lante unica, compresi i 650 riforni­tori in volo KC-135. A titolo di pa­ragone, la Francia non ha che una decina di avio-cisterne. Parigi è u­na delle poche capitali europee in controtendenza: prevede di spen­dere quest’anno 31,7 miliardi di euro, un incremento dell’1,6% ri­spetto al 2011. Italia, Germania, Gran Bretagna e Olanda taglieran­no. Nel prossimo quadriennio Londra perderà l’8% delle risorse, un tempo appannaggio della dife­sa, e sopprimerà 17mila posti. Il 17 gennaio, il ministero della Difesa ha annunciato che nel 2012 l’Eser­cito britannico perderà 2.900 uo­mini, compresa un’élite di 400 Gurkha. La Raf conterà 1.000 unità in meno e la Marina 300. Gli uffi­ciali superiori non saranno rispar­miati dalla scure. Anche Hans Hil­len, Ministro della Difesa olandese, ha annunciato nuove ristruttura­zioni: l’organico del Ministero del­la Difesa, fatto di 69mila uomini e donne, scenderà di 12.300 unità entro il 2014. Metà dei tagli colpi­ranno i volontari. I fondi disponi­bili si contrarranno di 964 milioni di euro entro il 2015. Tutti dovran­no fare sacrifici: l’Esercito perderà gli ultimi due battaglioni corazzati, vale a dire 60 carri armati Leopard 2A6. L’Aeronautica sarà la forza ar­mata più colpita: alcune basi do­vranno chiudere e la prima linea da combattimento sarà decurtata.
È un allarme generale e una crisi dai molteplici aspetti industriali. Dalla fine della guerra fredda, il comparto europeo dell’armamen­to terrestre ha subito pesanti tagli e ristrutturazioni. L’industria tede­sca di veicoli militari è passata dai 44mila lavoratori del 1989 ai 13mi­la odierni. In termini di spesa, il procurement britannico di veicoli da combattimento non rappresen­ta che il 30% dei livelli del 1990.

Tutta l’industria bellica è in brusca frenata
I 17 miliardi di fatturato del settore garantiscono appena la sostenibi­lità dei costi di sviluppo, produzio­ne e manutenzione dei mezzi, so­prattutto perché vi sono ancora troppe sovrapposizioni e duplica­zioni. Si contano 23 programmi nazionali d’acquisizione di blinda­ti, esclusi i carri pesanti. L’Agenzia europea per la Difesa non ha pro­mosso che collaborazioni tecnolo­giche di nicchia. L’Europa stessa è una chimera, incapace perfino di dotarsi di uno stato maggiore ope­rativo permanente.