Piero Ottone, la Repubblica 19/01/2012, 19 gennaio 2012
GLI ERRORI DEL MARINAIO
Navigavo, in una notte tranquilla di agosto, lungo la costa africana, sulla mia barca a vela, Ciaika, di dodici metri. Ero partito tre giorni prima da Funchal, sull’isola di Madera, ero diretto a Casablanca. Non c’erano i gps, vent’anni fa: i magici apparecchi che ti dicono sempre dove sei. Navigazione astronomica, dunque: per prudenza, avevo puntato qualche miglio a sud della meta, per poi risalire lungo costa. Per prudenza? Ironia del destino. La mezzanotte era passata da poco, cominciavamo a scorgere in lontananza un fioco chiarore: forse, il riflesso della città. Assenza di vento, onda lunga dell’oceano stanco. Presto avremmo doppiato El Hank: l’ultimo capo. Si intravedeva nelle tenebre la sagoma di un’immensa moschea, sull’orlo del mare. «Posso andare tranquillo?», ha chiesto l’amico al timone. «Vai tranquillo», ho risposto. Pochi minuti prima avevo esaminato la carta nautica, nessun pericolo. Ed ecco, a un tratto, l’orribile rumore di uno scoglio contro lo scafo. Abbiamo preso una secca. Così ho avuto anch’io il mio naufragio.
Come Costa Concordia? Fra la nave da crociera, 114 mila tonnellate, e il mio veliero, tonnellate sei, c’è la stessa differenza che passa fra un elefante e una pulce. Io come Schettino? Accanto al comandante di una nave da crociera sono una pulce anch’io. Ma il naufragio è pur sempre una categoria comune: è la stessa esperienza. E so che cosa passa per la testa, quando si fa naufragio. Quella notte, l’onda successiva ci ha sollevato di qualche metro, eravamo di nuovo a galla. Ho ripreso il largo. Ma qual era il danno? Forse solo una screpolatura sullo scafo? L’incertezza ha avuto breve durata. Cosetta, dal quadrato, ha annunciato con voce tranquilla: «Sta entrando acqua». E così sapevamo che cosa era successo: prima o dopo, saremmo affondati. Elefante o pulce, l’evento del naufragio appartiene pur sempre, ho detto, a una categoria comune. Ed è, sempre e poi sempre, la conseguenza di un errore. In teoria non deve succedere. Invece succede: nel caso di Costa Concordia, un comandante che va troppo vicinoa un’isola. Nel mio caso, una carta nautica di grande scala in cui l’Ammiragliato britannico mi indicava tutte le caratteristiche del fondale fino a un miglio da Capo El Hank, e non mi ha detto nulla sul fondale nelle vicinanze del porto, perché avrei dovuto consultare, a quel punto, la carta dettagliata (che non avevo). Ma non è solo questione di colpa e di errore. Quel che conta è il mare: quest’altra condizione di vita, rispetto alla terraferma, che è emozione, conquista, felicità sconfinata; ma è tutte queste cose perché è anche insicurezza, pericolo, avventura, rischio mortale.
Forse volete sapere come è finita, nel mio caso. Ho messo la prua verso sud, per tornare sui nostri passi: avevo intravisto qualche tempo prima una spiaggia, ho puntato su quella. I compagni a bordo, intanto, cercavano invano di turare la falla: l’acqua nel quadrato saliva di livello. Trovata la spiaggia, ho dato fondo a due o trecento metri di distanza, dove l’onda non frangeva, e abbiamo slegato il battello di gomma (con la prevedibile battuta: «Finalmente vedremo se si gonfia davvero»). Tutti e cinque ci siamo trasferiti sul battellino, abbiamo puntato sulla spiaggia.
Quando ci siamo avvicinati, un primo frangente ha riempito d’acqua il gommone, il secondo lo ha rovesciato. Siamo andatia rivaa nuoto, ormai eravamo vicini.E sono uscito dal mare, bagnato fradicio, alle tre di notte, indossando il blazer, che avevo scelto perché era fornito di tasche.