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 2012  gennaio 19 Giovedì calendario

Quando la moglie del Faraone si aggrappò in lacrime ai suoi ori - È l’11 febbraio di un anno fa

Quando la moglie del Faraone si aggrappò in lacrime ai suoi ori - È l’11 febbraio di un anno fa. Hosni Mubarak ha già registrato il suo discorso d’addio. Piazza Tahrir attende, ma la rabbia sem­bra sul punto di esplodere. Da ore gira voce che il presidente e la sua famiglia siano fuggiti. In verità sta succedendo in quei momenti. Al palazzo presiden­ziale un elicottero attende con i mo­tori accesi. Le guar­die del corpo ac­compagnano fuo­ri Suzanne, la mo­glie di origine gal­lese del presiden­te. I due figli Ga­mal e Alaa sono già sui sedili. Non c’è più molto tem­po. I militari temo­no che la piazza esploda e i dimo­stranti diano l’as­salto ai palazzi del potere. Vogliono assolutamente far trasmettere quel discorso. Ma Mu­b­arak e la sua fami­glia devono prima essere al sicuro a Sharm el Sheik. D’improvviso Su­zanne salta giù dal sedile, corre verso la villa. La scorta e i figli pensano a un gioiello, ad un ci­melio dimenticato. Ma lei non tor­na. Alla radio i generali fanno fret­ta. Quel ritardo rischia di stravol­gere tutti i loro piani. Le due guar­die più fidate si precipitano den­tro. La trovano allungata sul pavi­mento. Piange disperata accanto ad un mucchio di gioielli e vecchi ricordi. La tirano su per le spalle. Lei singhiozza, ripete senza sosta la stessa frase «Deve esserci una ra­gione, deve esserci una ragione». Le spiegano che non c’è più tem­po. Lei li guarda allibita, terroriz­zata. «Arriveranno anche qui, an­che qua dentro? Vi prego non la­sciateli entrare… Vi supplico non permettetegli di distruggere tut­to…. Restate qui nel palazzo, pren­detevelo voi, ma per favore difen­detelo ». Quella folle disperazio­ne, quel disperato inconsolabile attaccamento ai simboli del pote­re segnano la fine della telenove­la, ma anche l’uscita di scena dell’ uomo e del clan che avevano tenu­to in pugno l’Egitto per 32 anni. Tutto inizia con le manifestazioni del 25 gennaio. Ritrovatisi per la prima volta a fronteggiare la colle­ra e l’indignazione di un Paese che non risponde più né agli ordi­ni né alla paura, Mubarak e i suoi non hanno saputo reagire. La cro­naca inedita della caduta del Fara­one emerge dalle pagine un libro di Abdel Latif el-Menawi, l’ex di­rettore della televisione egiziana protagonista di quei giorni crucia­li. Negli estratti pubblicati dal Ti­mes di Londra El Menawi raccon­ta di esser stato lui, dopo due setti­mane d’indecisione, a spiegare ai capi dei servizi di sicurezza l’inso­stenibilità di quell’attesa. «Uno di loro - ricorda l’ex direttore - mi ri­spose che il Corano cita l’Egitto cinque volte e la Mecca solo due….dunque Dio non potrà far a meno di proteggerci».Alla fine i ge­nerali accettano. La persona scelta per convince­re Mubarak ad andarsene è Anas El Feky, il ministro dell’informa­zione considerato dal presidente alla stregua di un figlio. Mentre El Feky tratta con Mubarak, El Me­nawi scrive il discorso d’addio. Ma alle dieci di sera Mubarak non c’è ancora. Negli studi televisivi c’è solo il figlio Gamal che ne ap­profitta per cancellare tutte i pas­saggi del discorso in cui si parla di dimissioni. Venti minuti dopo Mu­barak è al suo posto. «Incominciò a leggere incespi­cando e sbagliando, bloccandosi e correggendosi- ricorda l’ex diret­tore- , alla fine fu il discorso peggio­re della sua vita. Suonava arrogan­te e insensibile. Un totale disa­stro ». Pochi minuti più tardi Mu­barak è sull’elicottero. Il capo dei servizi segreti Omar Suleiman gli telefona per chiedergli se vuole vo­lare all’estero. Il Faraone rifiuta. «Non ho fatto nulla di male, fin­ché sarò vivo resterò in questo Pae­se ». Quando l’elicottero si posa a Sharm telefona al maresciallo Tantawi e gli affida il comando. Da quel momento Mubarak di­venta l’ombra di se stesso. Passa le giornate a letto guardando vec­chie partite di calcio senza mai al­zarsi. Un giorno sembra entrato in coma. Il medico di fiducia gli cor­re accanto, gli bisbiglia all’orec­chio, gli ricorda fasti e glorie di trent’anni di potere.Mubarak soc­chiude gli occhi pieni di lacrime, si scioglie in un pianto amaro. «Lo­ro mi hanno detto di andarmene e io l’ho fatto… sono stato il primo e unico presidente egiziano ad ac­cettare le proprie dimissioni».