Gianluca Veneziani, Libero 19/1/2012, 19 gennaio 2012
IL ROMANZO CHE SUPERA TUTTI I CRITICI LETTERARI
Ai geni a volte manca il tempismo. Lo capì a sue spese anche lo scrittore cileno Roberto Bolaño. Nel 1973, mentre era in Messico, decise di tornare in Cile per appoggiare il leader socialista Salvador Allende. Non si era accorto, frattanto, che era salito al potere Augusto Pinochet. Bolaño, considerato nemico della dittatura, fu quindi catturato e rispedito in Messico.
Un destino quasi uguale tocca al protagonista del suo romanzo postumo I dispiaceri del vero poliziotto, appena edito da Adelphi(pp. 304,euro 19). Il professore Óscar Amalfitano è un alter ego dello scrittore. Ha la stessa età di Bolaño, al momento però della sua morte: cinquant’anni. E compie il suo viaggio esistenziale al contrario. Bolaño, nell’ultima fase della sua vita, dal Messico si trasferì a Barcellona. Amalfitano, da Barcellona se ne scappa invece in Messico. Quello che li accomuna è il fatto di essere cosmopoliti «alla latina ». Entrambi cioè viaggiano tanto, ma si ritrovano sempre in Paesi dove si parla spagnolo.
Uno di questi è Santa Teresa, nome d’arte per Ciudad Juárez, il luogo più pericoloso del pianeta, a dispetto del nome innocuo del suo Stato, Chihuahua, proprio come il cane. Là succedono fondamentalmente tre cose: le donne vengono violentate, i quadri falsificati e gli intellettuali disprezzati.
Nel paese vivono cinque generazioni di donne chiamate tutte María Expósito. In nome della continuità, dalla trisnonna fino alla tredicenne, sono state prima stuprate e poi abbandonate. Gli uomini intanto sono impegnati a fare altro, cioè a trafficare. Non solo droga, ma pure opere d’arte. Tarocche, naturalmente. Come quei ritratti «falsissimi di Primo Levi, dai lineamenti innegabilmente messicani». È in quel postaccio che si rifugia Amalfitano, intellettuale deluso, che da giovane voleva fare il rivoluzionario e da grande si ritrova dietro una cattedra universitaria. «Nell’adolescenza avrei voluto essere ebreo, bolscevico, negro, drogato e mezzo matto, ma sono diventato solo un professore di letteratura». L’unica rivoluzione per lui resta dunque quella sessuale. A cinquant’anni, ormai vedovo e con figlia, il protagonista scopre di essere gay. «Sono stato il figlio di Rosa Luxemburg e ora sono il vecchio frocio». Percorso simile a quello di tanti comunisti, che nacquero proletari e diventarono apostoli di un amore senza prole. Anche il colore rosso per Amalfitano ha perso col tempo il suo significato: non è più il simbolo del comunismo, ma quello della pornografia. «Lui aveva conosciuto zone rosse, i quartieri operai». Adesso però la zona rossa «era solo un quartiere di puttane, e si domandò se quelle zone rosse della sua gioventù non fossero state enormi quartieri di puttane camuffati».
Per autoassolversi, il professore decide di sublimare la perversione in letteratura. E inizia a stendere un catalogo di poeti e artisti gay, distinguendoli in frocioni, froci, frocetti, checche e culi. «Walt Whitman, per esempio, era un poeta frocione. Pablo Neruda, un poeta frocio. Borges era un efebo, cioè poteva diventare all’improvviso frocione e all’improvviso rivelarsi semplicemente asessuato». E poi c’era «Thomas Mann con quel finocchieggiare languido e innocente che aveva avuto in vecchiaia». Per non parlare dell’Italia dove «i poeti froci sono stati legioni». L’elenco degli artisti col vizietto è solo una delle possibili vendette messe in atto contro i personaggi famosi. Amalfitano, genio disilluso, si diverte anche a storpiare nomi e storie di celebrità italiane. «Gariboldi era perseguitato da un pertinace refuso: in quasi tutti i libri di storia veniva citato come Garibaldi». Il poeta di Recanati diventa invece il soggetto di una sceneggiatura cinematografica. «Il film si sarebbe intitolato Leopardi e sarebbe stato un biopic stile Hollywood. Il conte Monaldo lo avrebbe impersonato Vargas Llosa; Manzoni: Javier Marías». La parte più divertente riguarda però l’antologia dei poeti infrequentabili. «Il più tormentato: Celan; il più grasso: Neruda; quello con la verga più possente: Frank O’Hara; quello che non ti porteresti mai a casa: Allen Ginsberg; quello che vorresti avere come professore di letteratura, ma per breve tempo: Ezra Pound; le più vitali: Violeta Parra e Alfonsina Storni (anche se tutt’e due si erano suicidate)».
E poi ci sono quelli che inviteresti volentieri a cena e quelli con cui faresti volentieri a botte. «Perché ospiteresti a casa tua Amado Nervo (poeta e ambasciatore messicano, che fu prima cristiano e poi induista, ndr)? Perché era buono, di quelli che aiutano ad apparecchiare, a lavare i piatti. Di sicuro non si sarebbe rifiutato di spazzare per terra, anche se non gliel’avrei mai chiesto ». Se con i mistici andava bene, con i surrealisti andava un po’ peggio. «Raymond Queneau: lo considerava il suo maestro, ma ci litigò più di dieci volte. Cinque per lettera, quattro per telefono e due di persona, la prima con insulti e maledizioni, la seconda con sguardi e gesti di disprezzo».
In questo inventario dissacrante l’unico a mancare è lo stesso Bolaño. Forse perché lo scrittore non fece in tempo a inserire il suo nome, prima di morire. Oppure perché non si considerava un artista, lui che era stato vendemmiatore, vigilante notturno e commesso. «Io sono venuto al mondo a fare vacanza e basta. A far vacanza e scocciare un po’».
Gianluca Veneziani