Glauco Maggi, Libero 19/1/2012, 19 gennaio 2012
ROMNEY PAGA IL 15% DI TASSE MA È PIÙ AMATO DI OBAMA
Mitt Romney è un ricco signore, e se vuole la Casa Bianca nell’era di Occupy Wall Street e del presidente più populista dal Dopoguerra, deve prepararsi a parlare di come ha guadagnato i 200 milioni di cui è accreditato, e di quante tasse paga sui suoi redditi e perché. «Probabilmente la mia percentuale è attorno al 15%», ha ammesso ieri Romney sotto la pressione degli avversari dentro il partito, e fuori, di rilasciare la dichiarazione dei redditi prima della scadenza del 15 aprile, come ha detto invece che farà. E sono scoppiate le polemiche. Anche se non ha fatto nulla di illegale sempre versando il dovuto, Romney ha beneficiato della aliquota del 15% a cui sono sottoposti gli individui che posseggono quote di aziende in quanto soci di società, tipo private equity, hedge funds, intermediari immobiliari e holding.
È circa la stessa percentuale versata da Warren Buffett, del resto, che grazie alla stessa legge fiscale è 200 volte più ricco di Romney. Buffett, durante il dibattito sulla proposta di Obama di tassare di più i milionari, usò la sua aliquota del 15% per dire che pagava le stesse tasse della sua segretaria, ed è diventato il testimonial per la Casa Bianca. In realtà, gli azionisti come Romney e Buffett pagano il 15% sugli utili che incassano, personalmente, dopo che le società hanno già pagato allo Stato la corporate tax sui profitti, che negli Usa è pari al 35%. Il 35% è anche lo stesso massimo livello (vigenti i tagli di Bush, prima era il 39,6%) che gli individui pagano sugli stipendi. La ragione per cui l’aliquota sui privati è tanto alta è che compensa una miriade di detrazioni (come quella sui mutui) e di crediti (per i figli). Di qui la proposta di molti candidati del GOP di introdurre una tassa più bassa e per tutti eliminando sconti e deduzioni. Newt Gingrich, che propone il 15% per tutti, ha avuto buon gioco nel dire «che è magnifica l’idea di adottare lo stesso tasso di Romney». Il quale sul tema fiscale è più moderato e pensa che «nessuno debba pagare più del 25%». Gli attacchi al Mitt riccone non lo hanno indebolito nei sondaggi. In Ohio, Stato chiave in novembre, è in testa nel lotto del Gop per la nomination, ed è in virtuale pareggio in un testa a testa con Obama. Nella media delle rilevazioni nazionali, curata da RealClearPolitics, è dietro a Barack ma solo per 45,3 a 46,5, e in tre sondaggi di canali TV non sospetti di essere filo-repubblicani lo precede: ABC 47 a 45, CNN 48 a 47, CBS 47 a 45. Nel passato la ricchezza di un aspirante non è mai stato un problema, anzi. Franklyn Delano Roosevelt e il rampollo dei Kennedy, JFK, erano di famiglie facoltose, e lo snob John Kerry, che fu battuto nel 2004 da Bush (messo bene pure lui) non se la sfangava male con i 750 milioni che gli attribuiva Forbes. Oggi l’essere stato un finanziere di successo alla Bain Capital, società di private equity che comprava aziende in difficoltà per ristrutturarle e rivenderle con profitto, è una macchia sulla carriera, secondo i suoi rivali del GOP Gingrich e Perry, che chiama Romney «capitalista avvoltoio ». Per non parlare di Obama, che ha già fatto girare un memo tra i suoi fans perché usino il passato da businessman di Mitt per farne propaganda negativa. Buon per Romney che Barack ha fatto un autogol, però. Al cruciale posto di responsabile dell’OMB (Ufficio del Management e del Budget della Casa Bianca) il presidente ha promosso ieri Jeff Zients, che era il vice di Jack Lew, a sua volta elevato a Capo di Staff dopo il licenziamento di Bill Daley di qualche giorno fa. E Zients, nella sua carriera, ha lavorato guarda caso proprio nella stessa ditta di Romney, la Bain. Sarà dura per Barack attaccare Mitt per i suoi trascorsi. Più arduo per il Repubblicano sarà maneggiare la patata delle tasse, se non userà il proprio15% come base per una forte riforma di equa riduzione.
Glauco Maggi