Federico Rampini, la Repubblica 19/01/2012, 19 gennaio 2012
Romney, il tesoro nascosto alle Cayman milioni di dollari nel paradiso fiscale – NEW YORK - Può diventare presidente degli Stati Uniti un milionario coi capitali messi al sicuro nei fondi off-shore dei Caraibi? Milioni di reddito annuo tassati a un’aliquota "di favore" del 15%, generose donazioni in detrazione d’imposta alla chiesa mormone di cui lui stesso è un leader: non gli bastava questo ingombrante bagaglio, Mitt Romney nascondeva ben altro nel "buco nero" della sua storia fiscale
Romney, il tesoro nascosto alle Cayman milioni di dollari nel paradiso fiscale – NEW YORK - Può diventare presidente degli Stati Uniti un milionario coi capitali messi al sicuro nei fondi off-shore dei Caraibi? Milioni di reddito annuo tassati a un’aliquota "di favore" del 15%, generose donazioni in detrazione d’imposta alla chiesa mormone di cui lui stesso è un leader: non gli bastava questo ingombrante bagaglio, Mitt Romney nascondeva ben altro nel "buco nero" della sua storia fiscale. Milioni di dollari parcheggiati nel famigerato paradiso fiscale delle isole Caimane. E’ questo lo "sporco segreto" che spiega le continue esitazioni e reticenze del candidato repubblicano, da giorni chiuso in difesa di fronte alle richieste di divulgare la sua situazione patrimoniale e fiscale. Lo ha rivelato ieri sera la tv Abc, costringendo lo staff di Romney a una replica imbarazzata: «E’ tutto legale, e senza conseguenze sulle imposte pagate al fisco americano». Si vedrà. Perché di certo lo scandalo dei capitali esportati nei Caraibi gli verrà rinfacciato senza pietà nelle ultime 48 della campagna in vista della primaria di sabato in South Carolina. Fino a ieri Romney restava il superfavorito nella corsa alla nomination repubblicana per le presidenziali, ma il suo vantaggio si è già ridotto su Newt Gingrich. Probabilmente alla sua perdita di consensi non è estraneo il fuoco incrociato di attacchi che provengono sia dai suoi rivali di partito, sia dai democratici. Il suo tallone d’Achille è legato alla storia della sua ricchezza, come finanziere nel gruppo di private equity Bain Capital. Dapprima gli avversari Gingrich, Rick Santorum e Rick Perry lo hanno trafitto con l’accusa di essere stato un "finanziere-avvoltoio", arricchitosi smembrando aziende e licenziando migliaia di dipendenti. Poi l’offensiva si è spostata sulle sue tasse. Romney non si è tirato d’impiccio con la mezza ammissione che la sua aliquota "deve situarsi attorno al 15%". E’ un prelievo bassissimo per un multi-milionario, ancorché perfettamente legale: è il trattamento di favore che da molti anni viene offerto ai titolari di capital gain, plusvalenze finanziarie. Lo denunciò l’anno scorso Warren Buffett, secondo uomo più ricco d’America ma di tendenza progressista, quando rivelò di "pagare meno della mia segretaria". Barack Obama ne approfittò per proporre una "Buffett Tax" sui milionari. E’ una di quelle idee che la destra avversa, mettendoci sopra l’etichetta del "socialismo di Obama, che incita alla lotta di classe". Il guaio per Romney, si scopre, è che la sua avversione non è disinteressata. Se dovesse pagare l’aliquota normale, al di sopra di 380.000 dollari annui scatterebbe il prelievo del 35%. Il risparmio per lui è enorme, lo colloca nelle oligarchie privilegiate, odiate anche nella base repubblicana. Romney ha peggiorato le cose con un’altra gaffe clamorosa. Cercando di spiegare perché la maggior parte dei suoi redditi sono plusvalenze finanziarie, ha detto che il rimanente sono stati 374.000 dollari in onorari per conferenze: "Cioè non molto", ha chiosato lui. Lui voleva dire "non molto in proporzione alle mie altre entrate". Quella frase però è risuonata come un’uscita "in stile Regina Maria Antonietta". In un paese dove il reddito medio non arriva ai 50.000 annui, etichettare come "poca cosa" una somma sette volte superiore è mancanza di gusto, di tatto,e di contatto con la realtà.