Nicholas Farrell, Libero 19/1/2012, 19 gennaio 2012
DA INGLESE STO CON L’ITALIA: NOI FACCIAMO DI PEGGIO
DA INGLESE STO CON L’ITALIA: NOI FACCIAMO DI PEGGIO –
Non è mai facile difendere l’Italia e gli italiani all’estero ed è ancora più difficile dopo il naufragio della Concordia. Ma ci ho provato lo stesso in un articolo che esce oggi sul prestigioso settimanale inglese “The Spectator” e che racconta le mie bizzarre esperienze da lavapiatti su una nave inglese. Ah sì, i soliti italiani. Scarichiamo tutta la colpa della catastrofe sui «bloody eyeties» (maledetti terroni) e chiudiamo il discorso. Così non dobbiamo pensare più di tanto dei pericoli di queste città galleggianti. Perché, è vero, il disastro della Concordia aveva qualcosa di tipicamente italiano. Con un protagonista donnaiolo e spaccone che , per il suo orgoglio da macho, non dà subito l’allarme. Un vero italiano, insomma. Ma cosa volete da una razza che ha eletto come Premier tre volte un pensionato malato di sesso? E l’equipaggio? Male, come il capitano, secondo le testimonianze dei passeggeri.
Riflettiamo però su come un capitano e un equipaggio britannico di una nave simile si sarebbero comportati. Ho un po’ dimestichezza con le navi da crociera di Sua Maestà. Per un paio di estati negli anni Ottanta, dopo la mia laurea a Cambridge, lavoravo come lavapiatti sulla “Herald of Free Enterprise” che affondò la notte del 6 marzo 1987 con 193 morti pochi minuti dopo la partenza dal porto di Zeebrugge in Belgio. Il vice nostromo, che non era italiano, aveva dimenticato di chiudere i boccaporti a prua perché stava facendo un pisolino in cabina. In un lampo il ponte auto della “Hoefee”, come la chiamavamo noi, era allagato e la nave ribaltata su un fianco, proprio come la Concordia. Sono stato il lavapiatti nella cucina di bordo sul ponte C e mi chiamavano “il Professore” perché leggevo libri, altrimenti “Camicia” perché la mia camicia bianca era diversa dalle loro. I cuochi mi facevano dispetti in continuazione. Versavano dell’olio bollente dentro la mia tritarifiuti che masticava tutto lo schifo rimasto sui piatti (strumento fondamentale). Più mosso il mare, meglio stavo perché più vomito in giro c’era e meno piatti da lavare; di conseguenza potevo installarmi nel bar dell’equipaggio per leggere e bere a go-go come facevano tutti appena possibile.
Una volta, ho partecipato a un’esercitazione d’emergenza. Naturalmente, la scialuppa per noi della cucina del ponte C si è bloccata a metà strada della fiancata ben sopra l’acqua. «Prima le donne e i bambini», ho sentito dire il capocuoco Scouse, «Figurati!». Mentre sistemavo i miei piatti pensavo spesso: «Dio, se la nave affonda siamo tutti carne da macello. Sparisce la corrente elettrica e si bloccano gli ascensori e se non ti trovi vicino a una porta che dà su un ponte esterno sei imprigionato, ancora peggio per chiunque si trova in cabina. Gli oblò? Non si aprono». Peggio, oggi, perché le cabine si aprono elettronicamente.
A differenza degli aeroplani, così barbari, almeno in macchina o in treno sei in contatto con la terra e hai una minima speranza di avere un po’di dominio sul tuo destino nel caso di disastro. Lo stesso vale per una nave da crociera. Ma mi raccomando: non addormentarti mai in cabina! Prendo ogni tanto la nave per andare in Grecia o Croazia ma personalmente rimango fisso al bar. Non solo perché mi piace bere ma perché mica sono scemo. I membri dell’equipaggio, italiani, greci, croati o britannici che siano, sono ben capaci di commettere degli errori malgrado la loro razza. Sono queste navi delle gigantesche casse di morti galleggianti mi preoccupano molto di più.
Nicholas Farrell