Maurizio Crosetti e Massimo Minella, la Repubblica 20/01/2012, 20 gennaio 2012
All´Accademia della Marina mercantile di Genova per diventare comandanti si studiano mappe, computer, rotte
All´Accademia della Marina mercantile di Genova per diventare comandanti si studiano mappe, computer, rotte. E non si fanno gli "inchini" – Stiamo navigando sul Bar Baltico, un gran mare chiuso dentro una stanza. È notte, la notte nordica pennellata di luce opaca. Siamo a cinque miglia marine dal porto di Copenaghen. Il giovane comandante in jeans si mantiene ben lontano dalla costa, non gli passa neppure per la testa di fare "inchini" - né alla terraferma esultante, né a qualche bella signora - ed esegue meticolosamente le procedure. Lo assistono il timoniere e l´ufficiale di rotta. Non si avvistano scogli a sorpresa, di quelli che un attimo prima non c´erano e invece oplà. Nessuna sorpresa, nessuna collisione, nessun naufragio, nessuna fuga. Tutto avviene come deve, e la nave va. Il simulatore di navigazione rappresenta il cuore dell´Accademia Italiana della Marina Mercantile, siamo nel quartiere genovese di Albaro, con il mare che brilla dietro le ultime case color pastello. È in questa vecchia villa che si formano gli ufficiali, è qui che studiano i comandanti che possibilmente comandano e non scappano di fronte al pericolo, e meno che mai lo provocano. «Dopo il disastro del Giglio, mi sono fatto subito portare i tabulati dei nostri allievi, compresi quelli che hanno sostenuto i corsi di aggiornamento. Per fortuna, nessuna traccia del comandante Schettino, mai passato di qui». Colui che parla è a sua volta un comandante in pensione, però militare, il capitano di vascello Giorgio Pitacco. È lui l´istruttore dei marinai al simulatore. «Oggi la tecnologia offre strumenti impensabili, nulla è lasciato al caso. Anche se l´uomo, beh, l´uomo alla fine rimane il mistero più grande, lui e le sue reazioni di fronte all´imponderabile». Il fantasma del capitano codardo aleggia ovunque, eppure questo è il luogo più distante da lui. Perché qui si va a scuola, anche, di senso del dovere e di appartenenza. E se il coraggio non è una materia di studio, ce n´è una che invece si chiama "responsabilità dell´ufficiale in comando di guardia". Pare fatta apposta, e infatti lo è. «E da quest´anno i ragazzi dovranno studiare anche lo stress di bordo, oltre alla consapevolezza dei propri limiti», spiega Daniela Fara, direttore generale dell´Accademia. Una donna al timone di una "corazzata scolastica" nata nel 2005: prima di allora, si diventava ufficiali di marina dopo l´Istituto Nautico, i brevetti, il tirocinio dei vari imbarchi e l´esame finale in Capitaneria. Oggi, il percorso tra l´Istituto Nautico e il "patentino" può essere sostituito, appunto, dall´Accademia della Marina Mercantile: due anni di corso, 100 posti all´anno in numero chiuso, però chi riesce ad arrivarci poi non paga nulla, neppure vitto e alloggio. Formare un ufficiale costa quasi 23 mila euro all´anno. Pagano gli armatori, la Provincia, il ministero dell´Istruzione e il Fondo Nazionale Marittimi. Sono obbligatori dodici mesi di imbarco, divisi in tre blocchi da quattro mesi l´uno, cioè teoria e pratica, il simulatore ma anche le onde vere, le tempeste, le esercitazioni, gli scogli. Per non naufragare dentro se stessi. «Più che altro, per imparare a vedere i problemi oltre l´orizzonte», spiega il comandante Giovanni Contardo, anche lui marinaio di lunghissimo corso (condusse in tutti i mari petroliere da 400 mila tonnellate), oggi alle prese con i timonieri di domani. «Qui non si fanno inchini, il nostro primo compito è insegnare come si evita una collisione. Abbiamo nuove e strabilianti tecnologie, ma forse dovremmo recuperare lo spirito dei marinai di una volta». Quelli che non si sentivano direttori di un villaggio vacanze, animatori di un carnevale galleggiante, ma uomini di mare e di macchina. Senza gel sui capelli, senza fotografie accanto a belle croceriste, ma con le mani ben ferme sulla barra e gli occhi laggiù, dove un problema può travestirsi da onda. Loro, gli allievi di oggi, comandanti di domani, si dividono fra studio e pratica, fra manuali d´inglese e carte elettroniche per la navigazione (obbligatorie da oggi anche in Italia). Sempre in divisa blu, maschi e femmine, con la direttrice che lascia fuori tutti quelli che arrivano in classe un minuto dopo l´inizio delle lezioni. «La disciplina, il senso di appartenenza, l´amore per la divisa non sono materie di studio, ma devono entrare nel cuore e nella testa di questi ragazzi - spiega Daniela Fara - E a giudicare dai risultati, ci stiamo riuscendo». Dal 2005 a oggi si sono già formati trecento allievi ufficiali. E altri duecento stanno completando il loro biennio. «Qui si formano ufficiali di coperta e di macchina - spiega il presidente della scuola Eugenio Massolo - per i sessanta posti di coperta si presentano mediamente in duecento, per i quaranta di macchina, solo qualche decina in più». Inutile nasconderlo, il fascino del comando attrae ben di più della sala macchine. Ma dentro alla scuola non si fa alcuna differenza. Da due anni, viste le richieste, è stata aperta una seconda sede, a Torre del Greco, terra di marinai. Gli armatori si impegnano a imbarcare almeno un allievo e a sostenere la loro preparazione da ogni punto di vista. Anche da quello emotivo, con corsi specifici che vanno dallo stress sul lavoro alle responsabilità del comandante fino alla gestione del fattore umano, affidata a un comandante inglese, Simon Flitch, che ha lasciato la guida della nave dopo un incidente e si è votato all´insegnamento, con particolare attenzione proprio alle situazioni più complesse. Gli allievi raccontano con passione la loro esperienza all´Accademia. Parlano di orgoglio, orgoglio ferito da una tragedia che sta rischiando di trasformare l´Italia «da grande paese marinaro a zimbello del mondo». Nel salone al secondo piano della villa c´è oggi anche qualche ex allievo, già ufficiale in servizio sulle navi. Non fanno alcuna distinzione fra navi passeggeri e mercantili, chi ha compiti di responsabilità e di comando ha un solo modo di operare, «con il rispetto delle regole del mare». Marco, Alessandro, Michele sono già in servizio, Davide, Gabriele, Simone, Edoardo e Andrea li raggiungeranno fra breve. «In un paese in cui solitamente il mare e i marittimi non hanno grande attenzione, dopo questa tragedia ci si risveglia tutti marinai - dicono - Eppure non vediamo grandi tecnici discutere di questi temi, ma processi a senso unico, mostri ed eroi. Intendiamoci, chi ha sbagliato deve pagare fino in fondo, ma non dimenticate che mentre c´era chi sbagliava, qualcun altro salvava quattromila persone». I ragazzi raccontano e vedi il loro sguardo che quasi si perde e punta verso un orizzonte d´acqua coperto da un relitto di nave. «Una tristezza infinita, quella nave sugli scogli - spiegano - Tra di noi ne parliamo spesso e il parallelo più frequente è quello con l´Andrea Doria e il suo comandante Piero Calamai. Quando la nave venne colpita dalla Stockolm lui fu l´ultimo a lasciarla e cercò comunque di risalire anche quando più nessuno era a bordo. Non aveva colpe, ma venne emarginato ugualmente. Ma quando a Genova venne il comandante della Stockolm i portuali si rifiutarono di imbarcarlo. Ecco, quello era un comandante e quelli erano uomini». Se il tempo non li cambierà, si può essere un po´ più ottimisti. Perché giurano, gli allievi, che sarà «il senso del dovere» a guidarli. E a conforto delle parole citano le esperienze vissute da due loro allievi di corso nella tragedia della Costa Concordia. Andrea, al primo imbarco, si è dedicato al trasporto degli infortunati e all´assistenza sulle scialuppe. Davide, allievo di macchina, è rimasto fino all´alba a disposizione degli ufficiali, aiutando i passeggeri. «Sbaglia chi parla di impreparazione a bordo - spiegano - Ognuno aveva un compito specifico e lo ha svolto. Le esercitazioni sulle navi sono minuziose, quasi maniacali, ma se è necessario ancor più tecnologia a bordo, mezzi e sistemi più sofisticati, ben vengano». Alla fine, però, sarà sempre l´uomo a decidere. Uno in particolare, il comandante che su questi immensi hotel galleggianti viene soprattutto raccontato come uomo di pubbliche relazioni, con brindisi, cene e feste di gala. «Bisogna dimostrare di essere il numero uno soprattutto sulla plancia di comando» dicono i ragazzi. Parole sante.